Accattone (1961)

e2Nella notte tra l’1 e il 2 novembre ’75 veniva ucciso ad Ostia Pier Paolo Pasolini, intellettuale la cui lucidità ed indipendenza di pensiero, la continua ricerca di una personale Verità e l’uso di ogni forma di espressione per poterla individuare, lo rendono una personalità unica nel panorama culturale del ‘900 italiano.
Dopo i trascorsi come sceneggiatore, esordisce nella regia nel ’61 con Accattone, accostandosi alla macchina da presa non da “specialista”, ma con una verginità che dà al film la forza espressiva propria del cinema degli albori, rimediando alle ovvie carenze con l’ afflato poetico e l’innato gusto pittorico: è il tipico manierismo pasoliniano, un susseguirsi scomposto, visivamente affascinante, di primissimi piani, minimi movimenti della macchina da presa, alcuni campi lunghi e controcampi panoramici e un uso straniante della musica, classica nella fattispecie (La passione secondo Matteo di J.S.Bach), che accompagna i titoli di testa e sottolinea le scene di violenza, voluto e ricercato contrasto tra ciò che è “alto”, colto, e la bassezza della ferinità umana.

Un indolente proletario romano (Franco Citti), detto Accattone, vive in una squallida borgata ai margini della città, passando le giornate bighellonando con gli amici, guadagnandosi da vivere sfruttando una prostituta, Maddalena ( Silvana Corsini). Quando questa viene arrestata, rimasto senza soldi, Accattone ritorna dalla moglie, ma il padre e il fratello di lei lo mandano via; incontra Stella (Franca Pasut), ragazza ingenua, ne resta colpito, ma poi la manda a battere; quando la donna opporrà un rifiuto al primo cliente, Accattone trova lavoro, ma il primo giorno è già sfinito. Di notte sogna il suo funerale e al mattino cerca gli amici per andare a rubare: la polizia, dietro denuncia di Maddalena, li pedina e li sorprende poco dopo un furto; Accattone riesce a fuggire con una moto, pochi metri, sbanda e muore, mormorando: “Ah, mò sì che sto bene”, mentre un suo complice, ammanettato, si fa uno scomposto segno di croce.

Film coraggioso ed innovativo, rompe con la tradizione neorealista: non vi è la semplice visione di una realtà disagiata, ma una partecipazione diretta, dando voce, con attori non professionisti presi dagli stessi luoghi nei quali il film si svolge, a quel sottoproletariato urbano costituente un mondo a parte, visto nella sua purezza ancora incontaminata, che sopravvive grazie ad una primitiva ingenuità; sin dai titoli di testa, con la citata musica sacra ed una didascalia sul Canto V del Purgatorio (l’incontro tra Dante e Buonconte di Montefeltro, che salva l’anima in punto di morte invocando la Madonna, con conseguente disputa tra l’angelo del bene e quello del male) il film assume le fattezze di un dramma epico-religioso, con il protagonista, figura Christi, immerso in un percorso spirituale di vittima predestinata, che cerca di opporsi ad un tragico destino grazie all’ incontro con Stella, simbolo della Purezza e della Grazia, ma con l’ostacolo dello squallore di una vita che può portare solo alla morte come speranza di salvezza, rito di passaggio per una rinascita, unica possibilità concessa agli “ultimi” di unirsi agli altri uomini.


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