Archivi del mese: dicembre 2009

Cado dalle nubi:un buon debutto

vvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvAll’anagrafe fa Luca Medici, ha una laurea in Giurisprudenza sulle spalle (lui vi toglierebbe volentieri una consonante…), ma per il grande pubblico che l’ha conosciuto tramite le sue esibizioni televisive a Zelig a partire dal 2005 è semplicemente Checco Zalone, dal dialetto barese che cozzalone, ovvero gran cafone o gran tamarro, cantante neomelodico pugliese particolarmente abile nella rielaborazione di tutti i generi musicali, oscillando tra l’esecuzione musicale raffinata, “colta” e testi irriverenti caratterizzati da un’ostentata volgarità che si accompagna a studiate storpiature grammaticali: il tutto non appare mai fine a se stesso, ma incanalato in un percorso volto ad esaltare il trionfo della mediocrità, specchio, volenti o nolenti, dei nostri tempi attuali.

Come per gran parte dei comici d’estrazione televisiva, anche per Checco è giunto il momento del debutto cinematografico, con Cado dalle nubi, regia del suo amico Gennaro Nunziante, neofita alla macchina da presa, con il quale è autore della sceneggiatura, insieme a Pietro Valsecchi: con toni autobiografici, pur se non strettamente, il film è incentrato sulla figura del giovane Checco, che vive a Polignano a Mare (paese natale di Modugno), coltivando il sogno di diventare un cantante famoso, accontentandosi per il momento di suonare al pianobar di una gelateria, abbandonando il lavoro di muratore con lo zio; ha un grande amore, Angela, a cui ha dedicato un intero cd, che però lo lascia, stanca di aspettare un successo che non arriva, desiderosa di sposarsi e mettere su famiglia. Per Checco è il momento delle scelte, partirà per Milano, alla ricerca di migliori opportunità, dove sarà ospitato dal cugino Alfredo (Dino Abbrescia). Qui inizieranno esilaranti avventure, perché Checco, palesemente grezzo ed ignorante, dovrà confrontarsi con una realtà per lui nuova e sempre vissuta con preconcetti: dalla omosessualità del cugino, che convive con un uomo, all’incontro con il “Partito del Nord” (e sostituzione dell’acqua della nota ampolla con la sua urina), all’amore, non ricambiato, per la bella Marika (Giulia Michelini), che è attiva nel volontariato (al quale parteciperà anche Checco), allo scontro con il padre di lei, “nordista” doc (uno stupendo Ivano Marescotti), cui riempirà la casa di orecchiette e burrate, sino ad arrivare, dopo una certa evoluzione (tutto è relativo), al sospirato trionfo ad un talent-show e al matrimonio con Marika.

Una storia lineare, anche troppo, senza particolari slanci, con la quale si (sor)ride volentieri, che pecca di un’eccessiva “pulizia” riguardo l’irriverenza originaria del personaggio, quella propria dei suoi testi musicali, con una satira più di superficie che realmente graffiante, per quanto efficace. Checco riesce però dove molti suoi colleghi al debutto sul grande schermo hanno fallito, cioè conferire sia valenza narrativa al suo linguaggio sgrammaticato e politicamente scorretto, sia dignità artistica al suo personaggio, elevandolo a nuova maschera del nostro cinema, rappresentante non più dell’uomo medio, ma, come ho già detto a inizio articolo, della sua “meravigliosa mediocrità.”

Sfida infernale (My Darling Clementine, 1946)

yyyyyyyy26/10/1881: presso l’O.K. Corral di Tombstone avveniva la sparatoria tra i fratelli Earp e la banda dei Clanton, un evento che verrà ripreso varie volte dal cinema, da Frontier marshall ( L.Seiler,1933) sino a Wyatt Earp (L.Kasdan,1994); nessuna versione è però riuscita a riprodurre quel felice connubio tra epicità e shakespeariano senso della tragedia che si riscontra in Sfida infernale di John Ford.

Wyatt Earp (Henry Fonda), ex sceriffo di Dodge City, insieme ai suoi tre fratelli sta conducendo una mandria verso la California; incontra il vecchio Clanton ( Walter Brennan) ed uno dei suoi figli, che vorrebbe acquistare il bestiame, ma rifiuta l’offerta; mentre il più giovane degli Earp resta di guardia, gli altri si recano presso la città di Tombstone: al ritorno trovano il fratello morto e la mandria rubata;Wyatt accetta allora il posto di sceriffo in città ,con i suoi fratelli come assistenti;dopo un primo scontro diviene amico di John “Doc”Hollyday (Victor Mature), ex medico, tisico e dedito all’alcol, che gestisce il gioco d’azzardo e che ha una relazione con la mulatta Chihuahua (Linda Darnell),respingendo la fidanzata Clementine (Cathy Downs), giunta da Boston per incontrarlo; Wyatt si innamora di Clementine e, timidamente, la corteggia; identificati i Clanton come gli assassini del fratello, dopo altri morti da ambo le parti, si arriva alla resa dei conti: i Clanton saranno uccisi ed anche Doc,venuto in aiuto degli Earp, morirà nello scontro.

Western atipico, dai toni melodrammatici e romantici, che si basa su molti contrasti:spazi aperti sconfinati (esterni girati nella Monument Valley) ed interni quasi claustrofobici; la rozzezza primitiva dei Clanton e la moralità degli Earp, che agiscono come tutori della legge, in difesa della pace e del progresso; la città in preda al caos prima della nomina dello sceriffo e la sua successiva trasformazione (si inizia a costruire una chiesa ed una scuola); il candore di Clementine e la sensualità di Chihuahua.

Notevole la caratterizzazione dei due protagonisti, Wyatt e Doc, resa al meglio dagli interpreti:del loro passato sappiamo poco, Doc soffre per il ricordo di ciò che è stato, non riesce ad accettare la propria sconfitta,dominato dall’ineluttabilità del destino, riscatta la sua vita con la morte, accostandosi quindi alla Tragedia; Wyatt non ha rimpianti per il passato, si integra nel contesto civile, potrebbe farsi giustizia da sé ma agisce secondo la legge, non si fa dominare dagli eventi, frenando i suoi goffi approcci con Clementine in nome di un rigido senso del dovere, accostandosi alla Leggenda.
Ciò è evidente nel finale:in partenza, lungo la strada incontra l’amata, ormai stabilitasi in città come maestra e le spiega di dover far ritorno casa, per narrare al padre gli ultimi avvenimenti, forse un giorno tornerà;casto bacio sulla guancia e di nuovo in sella, assurgere a mito ha il suo prezzo.

Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970)

gggElio Petri (Roma, 29/01/’29-10/11/’82), sceneggiatore e regista, ha affrontato temi inconsueti per il nostro cinema, quali la nevrosi e il potere, con toni grotteschi al limite del parossismo, riuscendo quasi sempre a realizzare una felice alchimia tra qualità e riscontro del pubblico.

Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, sceneggiato da Petri stesso e da Ugo Pirro, ha vinto il premio Oscar come miglior film straniero nel ’71:un uomo (Gian Maria Volontè) entra in un palazzo, dove l’attende l’amante, l’affascinante Augusta (Florinda Bolkan); tra i due vi è uno strano rapporto vittima-carnefice e durante l’amplesso l’uomo uccide la donna tagliandole la gola con una lametta. Subito dopo si premura di eliminare alcune prove, lasciandone altre in evidenza, e chiama la polizia; uscendo incrocia un giovane che abita nello stesso stabile (da alcuni flashback sapremo essere uno studente anarchico, che aveva una relazione con Augusta).
Qualche istante e vediamo l’uomo entrare in questura, acclamato da tutti: “il dottore”, come viene chiamato, è stato promosso da Capo della Sezione Omicidi a Capo dell’Ufficio Politico; il suo discorso di insediamento è caratterizzato da frasi come “repressione è libertà”.

Dietro la maschera di irreprensibile funzionario , si cela in realtà un uomo in lotta con se stesso e con il potere che rappresenta, del quale si fa scudo in modo schizofrenico per fronteggiare la propria fragilità ed immaturità. Durante le indagini sull’omicidio suggerisce ai colleghi che se ne occupano una pista da seguire per poi mandarli fuori strada, oscillando a livello di nevrosi tra un delirio di onnipotenza che lo rende sicuro di non essere sospettato e il desiderio di essere punito,che non si realizza causa la sua stessa autorità:il testimone che l’ha visto uscire dal palazzo all’ora del delitto, arrestato in seguito ad un attentato, rinuncia a denunciarlo e lo ricatta (“un criminale a guidare la repressione, è perfetto!”).

Consegnata una lettera di confessione ai colleghi, si ritira nella sua abitazione, in attesa dell’arresto; addormentatosi, sogna di subire un interrogatorio, con uso di mezzi coattivi perchè dichiari la propria innocenza; al risveglio vedrà effettivamente giungere i colleghi, ma la scena si interrompe e in sovrimpressione appare una frase di Kafka: “Qualunque impressione faccia su di noi, egli è un servo della legge, quindi appartiene alla legge e sfugge al giudizio umano”. Film dalla costruzione impeccabile, con una grande interpretazione di Volontè, è una lucida e pungente satira, dai toni psicoanalitici, sul potere costituito, universalmente considerato, sulle sue derive autoritarie e sulla sua impossibilità a giudicare se stesso, contraddizione con la quale convive e di cui si nutre per continuare ad esistere, affermando la sua supremazia celandosi dietro il rispetto della legge e dell’ordine.

Eva contro Eva (All about Eve, 1950)

142463Vi sono registi che pur non avendo uno stile ben definito, o particolari slanci innovativi, grazie a valide sceneggiature ed ad una accurata confezione hanno comunque lasciato opere pregevoli: è il caso di Joseph L. Mankiewicz , che con Eva contro Eva ha messo in atto un raffinato e caustico ritratto del mondo del teatro.

Sceneggiato dallo stesso regista, basandosi sul romanzo The Wisdom Of Eve di Mary Orr, il film inizia con la consegna all’attrice teatrale Eva Harrington ( Anne Baxter) del premio “Sarah Siddons”; la voce narrante del critico Addison (George Sanders) presenta i personaggi che , oltre a lui, ruotano intorno ad Eva e che hanno contribuito alla sua carriera: Margo Channing (Bette Davis), famosa attrice, Karen (Celeste Holm), moglie del commediografo Lloyd Richards (Hugh Marlowe), il regista Bill Simpson (Gary Merril), amante e poi marito di Margo, l’impresario Max Fabian (Gregory Ratoff).

Al momento della consegna un fermo immagine blocca la scena:da una serie di flashback,e da una alternanza di voci narranti, apprendiamo come Eva, grazie all’apparente candore ed una disarmante gentilezza di modi, fingendosi vittima di una serie di vicissitudini, sia riuscita ad entrare nelle simpatie di Margo, divenendone dapprima la segretaria, poi, con subdole manovre e grazie alle recensioni del critico compiacente, la sua sostituta in una commedia; ancora inganni, tentativi di sedurre il regista (non riusciti), il commediografo (riusciti in parte) e l’impresario (riusciti in pieno) per arrivare al ruolo di protagonista; si ritorna alla scena iniziale, il premio è ormai suo e con i soliti modi gentili ringrazia tutti coloro che l’hanno aiutata, da Margo all’impresario; resasi conto che il suo gioco è ormai scoperto e dell’ostilità che la circonda, si ritira nel suo appartamento. Qui l’attende una sua ammiratrice, mite ed ingenua:mentre Eva riposa, indossa il suo vestito, rimirandosi allo specchio con il premio in mano…

Vincitore di sei Oscar (miglior film, regia ,attore non protagonista, G.Sanders,sceneggiatura non originale, migliori costumi e miglior suono), è un film molto teatrale, con dialoghi serrati tendenti a prevalere sull’azione, basato sul fascino della parola messa in scena dall’attore, che annulla la figura del regista. La recita si estende alla vita: Eva sembra una sprovveduta, ma in realtà è la tipica serpe in seno, che vuole tutto e subito, mentre Margo, in apparenza cinica e capricciosa, è una donna fragile, consapevole del tempo che passa e della fugacità del successo, vorrebbe solo un po’ di felicità, che spera di trovare nel matrimonio; sua la battuta finale rivolta ad Eva, con in mano l’agognato premio: “Puoi sempre metterlo dove dovresti avere il cuore”; un invito da estendere a tutti coloro che, in tempi di facile notorietà e rapido successo, sono pronti a partire alla conquista del mondo dopo pochi minuti di “comparsata” televisiva.

Lo sceicco bianco (1952)

fffffffffffffffffwewr234r5123Federico Fellini (1920-1993) è stato un regista innovativo, abolendo quel distacco proprio del realismo critico tra l’autore ed i suoi personaggi, con una partecipazione corresponsabile alle loro vicende; nelle sue opere sono presenti suggestioni eterogenee: fantasia, leggerezza, ironia, sentimentalismo, toni autobiografici, con personaggi non presi dalla strada, ma elaborazioni di esperienze interiori, portati sullo schermo in un percorso immaginifico, che con estrema, poetica, semplicità parte dalla realtà per arrivare d un’ atmosfera onirica e poi compiere il percorso inverso, senza che si notino differenze, dilatando le dimensioni del visibile.

Giunto a Roma dalla nativa Rimini, nel 1939, nello stesso anno è disegnatore satirico per la rivista umoristica Marc’ Aurelio ed inizia a scrivere le battute di alcuni film girati da Macario; è poi sceneggiatore per film come o Avanti c’è posto di Bonnard, per approdare al neorealismo (Roma città aperta, Paisà di Rossellini), e altre opere importanti (In nome della legge di Germi, Il mulino del Po di Lattuada, col quale dirige Luci del varietà, ’51).

Lo sceicco bianco è il suo vero esordio da regista: una coppia di sposini, Ivan (Leopoldo Trieste) e Wanda (Brunella Bovo), si reca in viaggio di nozze a Roma, per incontrare lo zio di lui e relativa famiglia ed ottenere udienza dal papa. Entrambi sono espressione di un mondo piccolo-borghese perso nell’ immaginario alquanto squallido dei loro sogni: per Ivan ingraziarsi lo zio, “alta personalità in Vaticano”, per una rapida carriera d’impiegato comunale al paese, per Wanda conoscere Fernando Rivoli (Alberto Sordi), “lo sceicco bianco” protagonista del suo fotoromanzo preferito, cui ha scritto una lettera firmandosi “bambola appassionata”; la donna fugge dall’albergo per unirsi alla sgangherata troupe in viaggio verso Fregene, assunta in un piccolo ruolo.

Ed ecco apparire sospeso tra le palme, dondolante sull’altalena, in un’atmosfera da sogno, il sospirato sceicco, che si rivelerà un seduttore da burla, meschino al punto da inventarsi un’amena storiella nel tentativo di sedurre Wanda e succube di una moglie possessiva. Intanto Ivan fatica a nascondere la fuga della moglie ai parenti e vaga disperato per la città, incontrando due prostitute (una delle quali, interpretata da Giulietta Masina, si chiama Cabiria…); dopo un goffo tentativo di suicidio di Wanda, i due sposini si ricongiungeranno per partecipare con i parenti alla sospirata udienza in Vaticano.

Sapida satira di costume, ben diretta e con ottimi interpreti ( straordinario, su tutti, Sordi, con gìà sulle spalle tutto il “peso” dell’ italiano medio:indolente, sbruffone, vanitoso, tremolante di fronte alla moglie virago), ha in embrione tutti i segni del futuro Fellini: sfumature ed introspezioni psicologiche, l’illusorietà del mondo dello spettacolo, (i fotoromanzi, ma anche il cinema), il movimento frenetico,“circense”, sottolineato dalle musiche di Rota, l’atmosfera sospensivamente onirica: “la vita vera è quella dei sogni” dice a inizio film la direttrice del fotoromanzo a Wanda, ma questa dovrà ammettere alla fine che “a volte il sogno è un baratro fatale”, consapevole dell’amaro ritorno alla grigia realtà.

La prima linea

47415Riuscito trait d’union tra film di genere e d’impegno civile, La prima linea non merita certo le spesso pretestuose polemiche messe accuratamente in scena ancor prima della sua uscita, arrivando addirittura a parlare di “apologia del terrorismo”, solo perchè il soggetto del film si basa sul libro Miccia corta del terrorista Sergio Segio, come se non fosse lecito o comunque convenientemente etico raccontare un (triste) spaccato di storia italiana partendo dal punto di vista di un dissociato.

In realtà, grazie all’ottima sceneggiatura (Sandro Petraglia, Ivan Cotroneo, Fidel Signorili), ad una regia (Renato De Maria) alquanto abile, che riesce ad imbastire una ricostruzione degli eventi sfalsando i piani temporali, alternando flashback, didascalie, immagini di repertorio e voci fuori campo, ed infine alla buona interpretazione di Giovanna Mezzogiorno e Riccardo Scamarcio, minimalista e trattenuta, il film si presenta come un’asciutta, tesa e rigorosa ricostruzione, stilistica e storica. Come già detto, il film scombina la cronologia degli eventi raccontati, partendo dalla cattura di Segio (Scamarcio) nell’ 89, per poi tornare indietro all’ 82, quando questi e i suoi compagni organizzarono l’evasione di Susanna Ronconi (Mezzogiorno) e di altre tre donne dal carcere di Rovigo, un violento assalto con uso di esplosivo in cui rimase ucciso un pensionato, e, sempre procedendo a sbalzi, la nascita del movimento “Prima Linea” e il passaggio alla lotta armata, sull’assunto di essere eredi della resistenza e di una rivoluzione tradita, convinti che i movimenti eversivi di destra e i servizi segreti stessero preparando un colpo di Stato, spinti spesso da un odio accecante, che ha la meglio anche sulla storia d’amore tra Susanna e Sergio.

Il regista “pedina” i protagonisti, gli sta addosso insistendo con primissimi piani, evidenziando, con il necessario distacco a non farne dei martiri, il terribile vuoto in cui si trovano a vivere, totalmente avulsi dal contesto sociale e politico nel quale comunque sono cresciuti e con il quale si sono alimentati, sino ad arrivare all’ “atto di dolore” di Sergio (“avremmo dovuto credere nella forza della ragione e invece credemmo nella ragione della forza”) per un percorso ideologico portato alle estreme conseguenze e destinato a fallire: eloquenti al riguardo le immagini del funerale del giudice Alessandrini, con l’Italia tutta (dal Presidente Pertini alla classe operaia, passando per i sindacati o i commercianti che chiudono i negozi in segno di lutto) riunita intorno al feretro.

Il film si conclude con un’altra fase di Segio: “la mia responsabilità è politica, morale e giudiziaria, le assumo tutte e tre”, che certo non è sufficiente a colmare il dolore di tante, troppe, vite interrotte,degli affetti spezzati, ma, pur nei limiti di un distacco a volte eccessivo, programmaticamente volto ad inserire frasi ad effetto o puntuali prese di distanza, riesce a mettere in scena “il grande incubo” di quegli anni, l’assurdità elevata a ragione di un’ Italia che, nonostante pianga ancora i suoi morti e che non si arrende, fatica a trovare unità nel comune dolore.

La guerra dei Roses (The War of the Roses, 1989)

Danny De Vito, attore dalla forte presenza scenica, dotato di una grande ironia ed auto-ironia, ha come punto di forza un’estrema versatilità, alternando con disinvoltura ruoli prettamente comici ad altri più complessi. Dopo aver frequentato l’Accademia di Arti Drammatiche di New York, è interprete di spettacoli teatrali e serie televisive, per poi esordire sul grande schermo nel ’71 (una piccola parte in La mortadella, di Mario Monicelli), mentre tre anni dopo arriva il suo primo vero ruolo, Martini in Qualcuno volò sul nido del cuculo, di Milos Forman.

4725Dopo la serie televisiva Taxi, che gli dà notorietà, la sua carriera sarà in piena ascesa, debuttando come regista nel 1987 con Getta la mamma dal treno, che imbastisce sul plot di Delitto per delitto di Hitchcock, una commedia in cui si si alternano momenti comici, riflessione, cinismo e ricerca di efficaci inquadrature:caratteristiche che ritroviamo, ampliate, nel secondo film da lui diretto, La guerra dei Roses.
L’avvocato Gavin (De Vito) narra ad un suo cliente in procinto di divorziare la storia dei coniugi Roses, Barbara (Kathleen Turner) e Oliver (Michael Douglas), il primo romantico incontro, il matrimonio, la nascita di due figli, la carriera di Oliver come brillante avvocato, con Barbara che, dopo aver contribuito a sbarcare il lunario lavorando come cameriera, si è dedicata al restauro della casa dei suoi sogni, ma si sente insoddisfatta e decide di avviare un’impresa di catering, nell’indifferenza del marito.

Dopo un presunto infarto di Oliver, la donna si rende conto che l’eventualità di restare vedova non le dispiace affatto ed avvia così la causa di divorzio, ma ambedue vogliono il possesso della casa:separati sotto lo stesso tetto, con tanto di piantina a colori per ripartire le rispettive zone di appartenenza, mentre i figli sono in partenza per l’università, iniziano una vera e propria guerra senza esclusione di colpi, con dispetti reciproci sempre più pesanti, dal taglio dei tacchi delle scarpe o dall’involontaria uccisione del gatto di Barbara da parte di Oliver, alla distruzione da parte di Barbara dell’auto del marito, o fargli credere di aver trasformato l’amato cane in patè…
Con la casa semidistrutta e trasformata in un fortino, si arriva, in un crescendo parossistico, al tragico epilogo, con i coniugi che si negheranno anche un ultimo gesto di affetto.

Black comedy cinica e amara, con virtuosismi di regia mai fini a se stessi, liberamente tratta dal romanzo di Warren Adler, sceneggiata da Michael Leeson, con interpreti strepitosi, deflagra come una bomba nell’America di fine anni ottanta, mandando in frantumi la raffigurazione edulcorata della classica famiglia americana.
Più che un film contro il matrimonio è una critica senza sconti al sogno americano, alla rincorsa frenetica del successo, al culto del possesso, con una certa attenzione al personaggio femminile, vittima delle contraddizioni suscitate dall’aspirazione di una vita comoda e agiata (la ricerca della casa perfetta, la sua cura maniacale) e dalle frustrazioni che spesso ne derivano.