Sciuscià (1946)

ffg4yVittorio De Sica (1901-1974) debutta al cinema come attore, nel ruolo di bel giovanotto dai modi eleganti e garbati, fatuo ma di buon cuore, perfezionato ulteriormente da Mario Camerini (da Gli uomini, che mascalzoni…, ’32, a Grandi Magazzini, ’39), esordendo come regista (insieme a G. Amato) nel ’40, con la commedia Rose scarlatte, cui seguono opere basate su sentimento ed ironia (Maddalena zero in condotta, ’41), o su temi storici (Un garibaldino in convento, ’42).

Dopo la guerra, alla sua indubbia capacità di fare spettacolo (stile di regia semplice, movimenti della macchina da presa ridotti ad un’essenzialità funzionale, sobrietà nella messa in scena e nell’esposizione narrativa) si aggiunge una presa di coscienza che darà nuovo impulso alla sua naturale predisposizione a gettare uno sguardo sulla realtà, sull’uomo ed i suoi comportamenti, sospesa tra lucidità e commossa partecipazione, cui contribuì la collaborazione con Cesare Zavattini, sceneggiatore di Sciuscià (con lo stesso De Sica, C. G. Viola, A. Franci e S. Amidei):nella Roma postbellica in mano agli Americani, due ragazzi, Pasquale (Franco Interlenghi) e Giuseppe (Rinaldo Smordoni) lavorano come “sciuscià” (lustrascarpe, dall’inglese shoeshine); dandosi da fare anche in piccoli traffici di borsa nera, realizzano il loro sogno, comprare un cavallo bianco, ma a causa del fratello maggiore di Giuseppe, sono coinvolti in un furto ed arrestati, tacendo i nomi dei veri ladri e finendo al riformatorio, dove Pasquale parla credendo che l’amico sia stato torturato. Giuseppe si sente tradito e si lega ai suoi compagni di cella, fuggendo con loro in seguito ad un incendio:Pasquale mette le guardie sulle loro tracce, ritrova l’amico in groppa al cavallo bianco e lo affronta; durante il litigio Giuseppe cade da un ponte, sbatte la testa e muore, mentre il cavallo scappa via.

Primo film straniero a ricevere un Oscar speciale, non essendoci ancora uno specifico, appare sospeso tra favola e film verità, con il surrealismo fiabesco caro a Zavattini (il cavallo bianco, utopico simbolo di migliori condizioni di vita, oltre che della giovinezza ed innocenza perdute) e la sua “poetica del pedinamento”( la macchina da presa che si muove al passo dei personaggi) nella prima parte, mentre la seconda si incentra sui dettagli, sulla psicologia dei ragazzi, atto d’accusa contro il sistema di giudizio e carcerazione dei minori, che eleva alla massima potenza la violenza già presente nella società: il mondo dei ragazzi diviene speculare a quello degli adulti e suo antagonista, vive in base a regole diverse, con conseguente reciproca incomprensione. Lo stile è disadorno, la fotografia sgranata e sovraesposta, senza alcuna preoccupazione per la pulizia formale o la sintassi cinematografica, raggiungendo in crescendo punte di estremo pathos, sino al tragico grido di dolore di Pasquale nel vedere il corpo esanime dell’amico, che risveglia la nostra coscienza, spingendoci a gridare con lui per le tante ingiustizie e violenze che ancora oggi i più deboli sono costretti a sopportare.


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.