Archivi del giorno: 27 dicembre 2009

Cado dalle nubi:un buon debutto

vvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvAll’anagrafe fa Luca Medici, ha una laurea in Giurisprudenza sulle spalle (lui vi toglierebbe volentieri una consonante…), ma per il grande pubblico che l’ha conosciuto tramite le sue esibizioni televisive a Zelig a partire dal 2005 è semplicemente Checco Zalone, dal dialetto barese che cozzalone, ovvero gran cafone o gran tamarro, cantante neomelodico pugliese particolarmente abile nella rielaborazione di tutti i generi musicali, oscillando tra l’esecuzione musicale raffinata, “colta” e testi irriverenti caratterizzati da un’ostentata volgarità che si accompagna a studiate storpiature grammaticali: il tutto non appare mai fine a se stesso, ma incanalato in un percorso volto ad esaltare il trionfo della mediocrità, specchio, volenti o nolenti, dei nostri tempi attuali.

Come per gran parte dei comici d’estrazione televisiva, anche per Checco è giunto il momento del debutto cinematografico, con Cado dalle nubi, regia del suo amico Gennaro Nunziante, neofita alla macchina da presa, con il quale è autore della sceneggiatura, insieme a Pietro Valsecchi: con toni autobiografici, pur se non strettamente, il film è incentrato sulla figura del giovane Checco, che vive a Polignano a Mare (paese natale di Modugno), coltivando il sogno di diventare un cantante famoso, accontentandosi per il momento di suonare al pianobar di una gelateria, abbandonando il lavoro di muratore con lo zio; ha un grande amore, Angela, a cui ha dedicato un intero cd, che però lo lascia, stanca di aspettare un successo che non arriva, desiderosa di sposarsi e mettere su famiglia. Per Checco è il momento delle scelte, partirà per Milano, alla ricerca di migliori opportunità, dove sarà ospitato dal cugino Alfredo (Dino Abbrescia). Qui inizieranno esilaranti avventure, perché Checco, palesemente grezzo ed ignorante, dovrà confrontarsi con una realtà per lui nuova e sempre vissuta con preconcetti: dalla omosessualità del cugino, che convive con un uomo, all’incontro con il “Partito del Nord” (e sostituzione dell’acqua della nota ampolla con la sua urina), all’amore, non ricambiato, per la bella Marika (Giulia Michelini), che è attiva nel volontariato (al quale parteciperà anche Checco), allo scontro con il padre di lei, “nordista” doc (uno stupendo Ivano Marescotti), cui riempirà la casa di orecchiette e burrate, sino ad arrivare, dopo una certa evoluzione (tutto è relativo), al sospirato trionfo ad un talent-show e al matrimonio con Marika.

Una storia lineare, anche troppo, senza particolari slanci, con la quale si (sor)ride volentieri, che pecca di un’eccessiva “pulizia” riguardo l’irriverenza originaria del personaggio, quella propria dei suoi testi musicali, con una satira più di superficie che realmente graffiante, per quanto efficace. Checco riesce però dove molti suoi colleghi al debutto sul grande schermo hanno fallito, cioè conferire sia valenza narrativa al suo linguaggio sgrammaticato e politicamente scorretto, sia dignità artistica al suo personaggio, elevandolo a nuova maschera del nostro cinema, rappresentante non più dell’uomo medio, ma, come ho già detto a inizio articolo, della sua “meravigliosa mediocrità.”

Sfida infernale (My Darling Clementine, 1946)

yyyyyyyy26/10/1881: presso l’O.K. Corral di Tombstone avveniva la sparatoria tra i fratelli Earp e la banda dei Clanton, un evento che verrà ripreso varie volte dal cinema, da Frontier marshall ( L.Seiler,1933) sino a Wyatt Earp (L.Kasdan,1994); nessuna versione è però riuscita a riprodurre quel felice connubio tra epicità e shakespeariano senso della tragedia che si riscontra in Sfida infernale di John Ford.

Wyatt Earp (Henry Fonda), ex sceriffo di Dodge City, insieme ai suoi tre fratelli sta conducendo una mandria verso la California; incontra il vecchio Clanton ( Walter Brennan) ed uno dei suoi figli, che vorrebbe acquistare il bestiame, ma rifiuta l’offerta; mentre il più giovane degli Earp resta di guardia, gli altri si recano presso la città di Tombstone: al ritorno trovano il fratello morto e la mandria rubata;Wyatt accetta allora il posto di sceriffo in città ,con i suoi fratelli come assistenti;dopo un primo scontro diviene amico di John “Doc”Hollyday (Victor Mature), ex medico, tisico e dedito all’alcol, che gestisce il gioco d’azzardo e che ha una relazione con la mulatta Chihuahua (Linda Darnell),respingendo la fidanzata Clementine (Cathy Downs), giunta da Boston per incontrarlo; Wyatt si innamora di Clementine e, timidamente, la corteggia; identificati i Clanton come gli assassini del fratello, dopo altri morti da ambo le parti, si arriva alla resa dei conti: i Clanton saranno uccisi ed anche Doc,venuto in aiuto degli Earp, morirà nello scontro.

Western atipico, dai toni melodrammatici e romantici, che si basa su molti contrasti:spazi aperti sconfinati (esterni girati nella Monument Valley) ed interni quasi claustrofobici; la rozzezza primitiva dei Clanton e la moralità degli Earp, che agiscono come tutori della legge, in difesa della pace e del progresso; la città in preda al caos prima della nomina dello sceriffo e la sua successiva trasformazione (si inizia a costruire una chiesa ed una scuola); il candore di Clementine e la sensualità di Chihuahua.

Notevole la caratterizzazione dei due protagonisti, Wyatt e Doc, resa al meglio dagli interpreti:del loro passato sappiamo poco, Doc soffre per il ricordo di ciò che è stato, non riesce ad accettare la propria sconfitta,dominato dall’ineluttabilità del destino, riscatta la sua vita con la morte, accostandosi quindi alla Tragedia; Wyatt non ha rimpianti per il passato, si integra nel contesto civile, potrebbe farsi giustizia da sé ma agisce secondo la legge, non si fa dominare dagli eventi, frenando i suoi goffi approcci con Clementine in nome di un rigido senso del dovere, accostandosi alla Leggenda.
Ciò è evidente nel finale:in partenza, lungo la strada incontra l’amata, ormai stabilitasi in città come maestra e le spiega di dover far ritorno casa, per narrare al padre gli ultimi avvenimenti, forse un giorno tornerà;casto bacio sulla guancia e di nuovo in sella, assurgere a mito ha il suo prezzo.

Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970)

gggElio Petri (Roma, 29/01/’29-10/11/’82), sceneggiatore e regista, ha affrontato temi inconsueti per il nostro cinema, quali la nevrosi e il potere, con toni grotteschi al limite del parossismo, riuscendo quasi sempre a realizzare una felice alchimia tra qualità e riscontro del pubblico.

Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, sceneggiato da Petri stesso e da Ugo Pirro, ha vinto il premio Oscar come miglior film straniero nel ’71:un uomo (Gian Maria Volontè) entra in un palazzo, dove l’attende l’amante, l’affascinante Augusta (Florinda Bolkan); tra i due vi è uno strano rapporto vittima-carnefice e durante l’amplesso l’uomo uccide la donna tagliandole la gola con una lametta. Subito dopo si premura di eliminare alcune prove, lasciandone altre in evidenza, e chiama la polizia; uscendo incrocia un giovane che abita nello stesso stabile (da alcuni flashback sapremo essere uno studente anarchico, che aveva una relazione con Augusta).
Qualche istante e vediamo l’uomo entrare in questura, acclamato da tutti: “il dottore”, come viene chiamato, è stato promosso da Capo della Sezione Omicidi a Capo dell’Ufficio Politico; il suo discorso di insediamento è caratterizzato da frasi come “repressione è libertà”.

Dietro la maschera di irreprensibile funzionario , si cela in realtà un uomo in lotta con se stesso e con il potere che rappresenta, del quale si fa scudo in modo schizofrenico per fronteggiare la propria fragilità ed immaturità. Durante le indagini sull’omicidio suggerisce ai colleghi che se ne occupano una pista da seguire per poi mandarli fuori strada, oscillando a livello di nevrosi tra un delirio di onnipotenza che lo rende sicuro di non essere sospettato e il desiderio di essere punito,che non si realizza causa la sua stessa autorità:il testimone che l’ha visto uscire dal palazzo all’ora del delitto, arrestato in seguito ad un attentato, rinuncia a denunciarlo e lo ricatta (“un criminale a guidare la repressione, è perfetto!”).

Consegnata una lettera di confessione ai colleghi, si ritira nella sua abitazione, in attesa dell’arresto; addormentatosi, sogna di subire un interrogatorio, con uso di mezzi coattivi perchè dichiari la propria innocenza; al risveglio vedrà effettivamente giungere i colleghi, ma la scena si interrompe e in sovrimpressione appare una frase di Kafka: “Qualunque impressione faccia su di noi, egli è un servo della legge, quindi appartiene alla legge e sfugge al giudizio umano”. Film dalla costruzione impeccabile, con una grande interpretazione di Volontè, è una lucida e pungente satira, dai toni psicoanalitici, sul potere costituito, universalmente considerato, sulle sue derive autoritarie e sulla sua impossibilità a giudicare se stesso, contraddizione con la quale convive e di cui si nutre per continuare ad esistere, affermando la sua supremazia celandosi dietro il rispetto della legge e dell’ordine.