Archivi del mese: gennaio 2010

Avatar: irreale realtà, reale irrealtà

ddSemplice prodigio tecnico, summa ragionata di tutte le mirabilia oggi disponibili nell’ambito degli effetti digitali o complessa messa in atto di un sincretismo culturale che riesce a coinvolgere e ad ammaliare al di là della notevole resa visiva? Questo in sintesi l’interrogativo che da giorni rimbalza sui vari media, una volta lanciato anche sul nostro mercato cinematografico Avatar, il kolossal fantascientifico diretto e sceneggiato da James Cameron.

Da un punto di vista essenzialmente visivo, il film è uno spettacolo affascinante, una vera gioia per gli occhi, il Reality Camera System messo a punto dal regista riesce a dar vita ad un mondo immaginifico e ad una visione stereoscopica a dir poco strabiliante, con una notevole profondità di campo che avvolge anche senza l’ausilio del 3D, così come stupefacente è il lavoro concretizzatosi nello sfruttamento della nuova tecnica perfomance capture, che trasferisce in digitale le espressioni degli attori, rendendo estremamente “vivi” tanto gli indigeni Na’vi che la flora e la fauna del pianeta Pandora, aventi quest’ultime un ruolo ben preciso nel corso della narrazione come, soprattutto, nel sin troppo lungo e vitaminizzato finale.

Complice la splendida fotografia (opera del calabrese Mauro Fiore), si resta attoniti, stupefatti, pur avvertendo la sensazione di una predeterminata volontà di stupire a tutti i costi. In questo Avatar riprende la funzione primaria del cinema, quella dei suoi albori, cioè incantare, stupire, lasciarti a bocca aperta, ma il cinema non è solo incanto e magia, la sua fascinazione popolare è anche dovuta alla capacità di emozionare, di toccare le corde più profonde dell’animo umano, coinvolgendo nelle vicende dei suoi personaggi in un affabulante gioco di immedesimazione.

Ed in questo Cameron deficita: la trama vede un ex marine paraplegico, Jake Sully (Sam Worthington), inviato sul pianeta Pandora per continuare il programma “Avatar” già iniziato dal fratello, ucciso in una rapina: è prevista la creazione di una sorta di alter ego con le fattezze proprie dei nativi del pianeta, umanoidi alti tre metri e dalla pelle blu, un piano, per quanto nobilitato dalla presenza della Dott.ssa Grace (S.Weaver), volto ad inserire Jake tra i Na’vi, conquistarne la fiducia e far sì che si allontanino dal pianeta, perché lo scopo precipuo è quello di impossessarsi di un prezioso minerale. Inutile dire che Jake si integrerà nella comunità, trovando l’amore ed alleandosi con i nativi nella lotta contro gli invasori, riuscendo a far sì che lascino il pianeta.

Il plot narrativo, descritto nella sua essenzialità, sa di dejà vu, più o meno apertamente si richiama a film quali Soldato blu, Piccolo grande uomo o Balla coi lupi, attualizzando il mito tutto americano della frontiera (tra Na’vi e gli indiani d’America vi è più di un’affinità) e visualizzando vecchi e nuovi fantasmi (gli elicotteri in parata stile Apocalipse now a lanciare gas: Vietnam; l’attacco preventivo con le bombe:Iraq ), costruendo una storia dalla portata comunque universale, simbolo di tanti genocidi, ma vertente su un facile sentimentalismo, trasformando il tema attuale dell’ecologismo in uno spiritualismo new age, riducendosi alla fine in una semplicistica parabola antimilitarista.

Di tutto questo, probabilmente, al grande pubblico non interesserà molto e non posso certo sostituirmi ad esso, visto che il film resta una esperienza visiva affascinante, ai limiti del fantasmagorico, pienamente godibile. Gli spettatori più smaliziati ed i cinefili più incalliti avrebbero desiderato caratteri più delineati, con una maggiore resa introspettiva, che, in perfetta simbiosi con la fascinazione messa in atto (penso a Blade Runner), avrebbero consacrato Avatar allo status di cult movie.

Io la conoscevo bene (1965)

io-la-conoscevo-beneAntonio Pietrangeli (1919-1969) è stato un regista definito dalla critica più attenta “il regista delle donne”, per la sua estrema sensibilità nel cogliere ogni aspetto della psicologia femminile, sin dalla suo esordio alla regia, Il sole negli occhi, ’53, dopo i trascorsi come critico cinematografico e sceneggiatore. Tra i suoi pregi anche il far risaltare i peggiori difetti maschili, propri degli uomini che hanno a che fare con le donne di cui narra le vicissitudini, e la lucida analisi dei fenomeni di costume dell’ Italia degli anni 50 e 60.

Io la conoscevo bene può considerarsi la tappa finale di un processo di maturazione delle figure femminili fin qui delineate (Nata di Marzo, Adua e le compagne, La parmigiana): Adriana (Stefania Sandrelli), si trasferisce dalla campagna del Pistoiese a Roma, in cerca di lavoro. Di volta in volta è parrucchiera, maschera in un cinema, cassiera in un bowling, senza alcuna stabilità emotiva o un minimo di ambizione: attratta solo dai dischi e dal ballo, tutto sembra scivolargli addosso, accompagnandosi ingenuamente, forse per voglia d’affetto, ad ogni uomo che incontra, dei quali subisce sempre la volontà, come l’ambiguo agente pubblicitario (Nino Manfredi) cui affida il denaro guadagnato per essere lanciata nel mondo del cinema: farà alcuni inserti pubblicitari, l’indossatrice in squallide sfilate seguenti ad incontri di boxe di periferia, la comparsa in un peplum, e del cinema conoscerà solo la parte più misera, durante una festa in terrazza, alla presenza di un attore famoso, con un guitto costretto a fargli da ruffiano e ad esibirsi in vecchi numeri d’avanspettacolo nel ludibrio generale pur di farsi notare (uno splendido Ugo Tognazzi). Neanche il ritorno al paesello, dove saprà della morte della sorella, ed un aborto le faranno cambiare stile di vita. Una mattina, dopo l’ennesima notte passata a ballare, di ritorno a casa, l’incontro con se stessa: via le scarpe, accende il giradischi, una triste occhiata al mondo di fuori, ed è un attimo, un rapido movimento della macchina da presa ne accompagna il tragico gesto.

Sceneggiato dal regista stesso, da R.Maccari e d Ettore Scola (Nastro d’Argento, anche per la regia e a Tognazzi, miglior attore non protagonista) il film pur nei suoi difetti (lungaggini, ripetizioni, il procedere per accumulo) evidenzia un’innovativa struttura del racconto, a mosaico, nel quale si intarsia una serie di appunti che non segue un ordine logico o cronologico, evitando così che lo spettatore si immedesimi o comunque parteggi per la protagonista, con una freddezza necessaria ad evidenziare l’aridità di un certo ambiente e tutta l’incomprensione maschile. Pietrangeli si dimostra sensibile verso la fenomenologia, influenzato da l’ecole de reguard, lascia che gli eventi scorrano, descrive senza commenti, non censura, semmai moralizza. La Sandrelli è indimenticabile nel personaggio di donna in apparenza “vuota”, che sembra reagire ad ogni sconfitta solo con un cambio d’abito o di pettinatura, triste simbolo di tante donne che si sono destate improvvisamente, interrompendo il sogno di poter avere in mano tutto ciò che la società sembrava avergli promesso con tanto clamore.

La memoria vinca sempre sull’oblio

Son morto con altri cento
Son morto ch’ero bambino
Passato per il camino
E adesso sono nel vento,
E adesso sono nel vento.

Ad Auschwitz c’era la neve
Il fumo saliva lento
Nel freddo giorno d’inverno
E adesso sono nel vento,
E adesso sono nel vento.

Ad Auschwitz tante persone
Ma un solo grande silenzio
È strano, non riesco ancora
A sorridere qui nel vento,
A sorridere qui nel vento

Io chiedo, come può un uomo
Uccidere un suo fratello
Eppure siamo a milioni
In polvere qui nel vento,
In polvere qui nel vento.

Ancora tuona il cannone,
Ancora non è contenta
Di sangue la belva umana
E ancora ci porta il vento,
E ancora ci porta il vento.

(Auschwitz – Francesco Guccini-)

Sherlock Holmes

cwIl personaggio di Sherlock Holmes, celeberrimo investigatore privato londinese, nasce nel 1887, ad opera di (Sir) Arthur Conan Doyle, nel romanzo A Study in Scarlet (Uno studio in rosso), dove si delineano, tramite il Dr. Watson, le sue caratteristiche contraddittoriamente affascinanti di dilettante eccentrico, apparentemente impassibile, capace di passare dalla depressione più nera all’azione pura, risolvendo gli enigmi più intricati, partendo da pallidi indizi, a colpi di logica ferrea, prediligendo il metodo deduttivo.

Nelle tante trasposizioni cinematografiche non sempre Holmes è stato colto nelle sue tipiche eccentricità, mal conciliando spesso la suspence ed il senso del mistero con le sue particolari logiche investigative: ben venga allora questa nuova versione del regista inglese Guy Ritchie (Lock & stock, Rock’n rolla) rilettura rutilante, pomposa, irriverente, ma in fondo rispettosa, che, con tecniche registiche vistosamente provocatorie (una spasmodica velocità d’azione in primo luogo, anche i flashback sono accelerati) e con virtuosismi mai fini a sé stessi, riesce a dare una certa sostanza al film, che pur nei suoi difetti e senza gridare al miracolo, fa della creatività e del gusto di stupire le sue armi vincenti, unite ad un tocco di humour e al convincente affiatamento tra i due protagonisti, Robert Downey Jr.-Holmes e Jude Law-Watson.

Sin dall’inizio del film si è avvolti in un’ atmosfera cupa e sinistra: Holmes e Watson irrompono durante la celebrazione di una messa nera, riuscendo a bloccare e consegnare al sopraggiunto ispettore Lestrade (E.Marsan) il cattivone di turno, Lord Blackwood (Mark Strong). Ma il tetro Lord, una volta impiccato, “resuscita” dal sepolcro, con tanto di lapide infranta, e fa affidamento su quest’aura soprannaturale per dar vita ad un oscuro complotto, tra esoterismo e massoneria, cercando di coinvolgere il Parlamento, per prendere possesso della città di Londra (tanto per iniziare).Dopo inseguimenti mozzafiato, esperimenti scientifici, ombre incombenti e misteriose (il Dr. Moriarty), esplosioni ed affascinanti presenze femminili (la perfida Irene, che darà ad Holmes filo da torcere, la dolce Mary, promessa sposa di Watson, causa di gustose scaramucce tra i due), il tutto si risolverà nella classica spiegazione logica di Holmes, che darà un senso positivistico anche alla più irrazionale delle tessere dell’intricato mosaico.

La sceneggiatura a più mani (Ritchie, A. Peckam, S. Kinberg, M .Johnson) attinge sia da un libro a fumetti di Lionel Wigram, che dalle pagine di Doyle nel delineare le caratteristiche dei protagonisti, sospesa tra libertà e rispetto:Watson dell’ex ufficiale dell’esercito non ha certo la rigida ottusità, ma una intelligenza pronta e duttile, vero coprotagonista e non più semplice spalla, mente Holmes appare sciatto, abulico a volte, curioso verso la scienza, stravagante ai limiti dell’arroganza, ma pronto ad entrare in azione appena gli si presenta un caso, da risolvere sia con l’acume di una mente prodigiosa che a suon di pugni e bastone (dopotutto nel romanzo tra i suoi pregi Watson annovera “esperto schermidore con il bastone, pugile…”). Splendida poi la ricostruzione della Londra di fine ‘800, con il costruendo Tower Bridge, vista nella sua contrastante architettura, con incursioni nei vari vicoli, docks, cantieri navali.

Ritchie agita tutto nel suo shaker, ma non mescola: alla fine, un po’ storditi dal suo stile da videogame e dalla sua frenesia da cultura pop, non sempre si riescono a seguire sino in fondo i vari ragionamenti, resta un vago senso di non detto e di poco plausibile, anche se, in tempi di film precotti e predigeriti, occorre rendere merito alla capacità di conferire al film una sapida leggerezza (che non è inconsistenza), riuscendo a coinvolgere con intelligente suggestione.

Riso amaro (1949)

ce2Giuseppe De Santis (1917-1997), regista e sceneggiatore, ha coniugato nelle sue opere istanze neorealiste, impegno politico e gusto per la narrazione corale, dando validità e sostanza al cinema di genere e al richiamo divistico, con una narrazione d’impronta popolare che si dimostra ben legata ad “una cultura cinematografica influenzata dal formalismo sovietico” (Paolo Mereghetti). Dopo la co-regia di Giorni di gloria (’45, Mario Serandrei, Visconti, Marcello Pagliero), debutta alla regia nel ’47 con Alba tragica, evidenziando il suo impegno politico.

Il suo secondo film, Riso amaro, rappresenta nella sua carriera il massimo successo di pubblico, a livello nazionale ed internazionale. Torino:Francesca (Doris Dowling), istigata dal suo uomo, Walter (Vittorio Gassman), ruba una collana ad una cliente dell’albergo in cui lavora come cameriera; per sfuggire alla polizia, i due si mescolano tra la folla delle mondine che si sta accalcando sui treni diretti nel vercellese, zona di raccolta. Nel dormitorio delle mondine, Francesca, assunta come “clandestina”, viene derubata della collana da Silvana (S.Mangano), la quale viene circuita da Walter, che presume possa essere lei l’autrice del furto, e ne diviene l’amante, abbandonando il giovane sergente (Raf Vallone) che le faceva la corte e che si innamorerà di Francesca, ormai pentita del furto. Scoperto che la collana è un falso, Walter per rifarsi decide di rubare il riso accumulato nei magazzini come premio finale per le mondine, convincendo Silvana ad immettere di nuovo l’acqua nei campi, per distrarre l’attenzione: Francesca e il sergente hanno però intuito tutto, riuscendo a coglierli sul fatto. Tragico epilogo, con Walter ucciso da Silvana e quest’ultima suicida, incapace di perdonarsi il male commesso, mentre Francesca e il sergente si avviano verso un futuro migliore.

Sceneggiato dallo stesso regista (con Corrado Alvaro, Carlo Lizzani, Gianni Puccini, Ivo Perilli, Carlo Musso), il film venne aspramente criticato di aver tradito il rigore e l’austerità proprie del neorealismo e l’ impegno sociale, non comprendendo la forza travolgente di un’opera che abbracciava trasversalmente tutti i livelli e gli stili del nostro cinema del dopoguerra, unendo parametri alti a quelli più bassi propri del fotoromanzo illustrato, evidenziando, grazie al fascino della Mangano, che danza sensualmente al ritmo del boogie-woogie e legge Grand Hotel, tutte le trasformazioni in atto portate avanti dalla circolazione dei media e dalla loro utilizzazione nelle classi popolari, non sempre capaci di capire le proprie condizioni e di unirsi alla lotta con i compagni, preferendo l’immaginario di una vita fittizia. Mirabile sintesi di vecchio e nuovo, di impegno e spettacolo (gli ampi movimenti di dolly, contrapposti alla rigidità di ripresa del neorealismo), impone il linguaggio del corpo come struttura narrativa ed impianto visivo, esaltando istinto e sensualità dei personaggi, con amore e desiderio, vita e morte subentrati all’ideologia e alla morale nel condurre alla strada del castigo e della redenzione finale.

Mezzogiorno di fuoco (High noon, 1952)

locandinapg1Fred Zinnemann (1907-1997) ci ha lasciato opere rigorose, ravvivate da un’acuta sensibilità per i valori umani e civili, con una tendenza realistica, senza perdere di vista le esigenze spettacolari. Emigrato dalla nativa Vienna come fotografo, svolge una breve attività di aiuto operatore a Parigi e a Berlino, per trasferirsi nel 1930 ad Hollywood, dove lavora per qualche anno come aiuto regista; dopo aver diretto in Messico con E.G. Muriel Redes (’36), realizza numerosi documentari per la MGM e nel ’42 dirige il suo primo film hollywodiano, Kid Glove Killer.

Mezzogiorno di fuoco è un western dallo stile visivo e narrativo insolito, che affronta controverse tematiche, sceneggiato da Carl Foreman sulla base del racconto The tin star, di J.W. Cunningham. Hadleyville, 10:30 del mattino: il giudice di pace sta celebrando il matrimonio tra lo sceriffo Will Kane (Gary Cooper), all’ultimo giorno di servizio, e la quacchera Amy (Grace Kelly). Subito dopo il tradizionale bacio, giunge un telegramma: Frank Miller (Ian MacDonald), arrestato da Kane cinque anni prima per omicidio, la cui pena di morte era stata commutata in ergastolo, ha ottenuto la grazia e giungerà in città con il treno di mezzogiorno; tre dei suoi sgherri lo stanno attendendo alla stazione. Kane desiste dal partire, come aveva promesso alla moglie, vuole bloccare Miller per evitare che torni il disordine in città; cerca di arruolare dei volontari, ma tutti, anche il suo vice, per un motivo o per un altro si rifiutano di aiutarlo:scorre inesorabile il tempo, brilla alto il sole nel cielo, giunge l’ora della resa dei conti e l’aiuto di Amy sarà fondamentale per il buon esito della vicenda. Kane, in partenza, senza dire una parola alla folla accorsa, getta il suo distintivo per terra.

Vincitore di quattro premi Oscar (Cooper miglior attore; miglior montaggio; miglior colonna sonora di D. Tiomkin; miglior canzone originale:Do not forsake me, my Darling), il film offre una duplice chiave di lettura, quella politica per cui, realizzato in pieno maccartismo, sarebbe un’allegoria della sua supina accettazione da parte dell’opinione pubblica americana e quella tecnica, vertente sulla originale realizzazione, sull’attenta psicologia dei personaggi e sulla notevole cura formale.

Una fotografia ( F.Crosby) senza alcun filtro per ottenere un naturale effetto abbagliante, acuisce il già notevole pathos dovuto da un lato all’unità temporale (la durata del film coincide con quella dell’azione), dall’altro al montaggio sincronizzato sul piano visivo e sonoro (ad ogni stacco, un incedere musicale:il tema o la canzone), che ha il culmine nel ticchettio contemporaneo di tutti gli orologi all’approssimarsi dell’ora fatale. Metafora sul contrasto tra presa di coscienza e pavidità umana, l’eroe non è più il classico difensore dei deboli, ma un individuo costretto all’isolamento per la sua “purezza”, combattendo per difendere la propria ed altrui vita secondo un personale senso dell’onore e del dovere, che non trova riscontro neanche nelle istituzioni che esso stesso rappresenta, come evidenziato dallo sprezzante, e carico di disillusione, gesto finale.

Dorian Gray: un pallido ritratto

47334Il regista inglese Oliver Parker non è nuovo a trasposizioni cinematografiche delle opere di Oscar Wilde (Un marito ideale, L’importanza di chiamarsi Ernesto), nel complesso godibili e ben realizzate, ma con Dorian Gray l’adattamento per il grande schermo non può dirsi riuscito in pieno, risultando un’opera fredda e patinata, con una sceneggiatura (Toby Finlay) che apporta inutili innovazioni rispetto al romanzo, pur rispettandone la trama sul piano decorativo, al limite del calligrafico e senza un minimo di slancio vitale.

Il film ha inizio con un delitto messo in atto da un giovane di bell’aspetto, rinchiude il cadavere in un baule e lo getta nel Tamigi: siamo nella Londra vittoriana ed un flashback ci riporta ad un anno prima, quando il giovane in questione, Dorian Gray (Ben Barnes), vi giunge per prendere possesso del palazzo ereditato dal nonno, i cui ricordi delle punizioni corporali si agitano confusi e sinistri nella sua mente, anche come incubi notturni. Il suo fare timoroso ed impacciato subirà una trasformazione man mano che, grazie alla sua avvenenza, entrerà a far parte della dorata cerchia del bel mondo dell’ epoca, in particolare con la conoscenza del pittore Basil (Ben Chaplin) e del cinico Lord Wotton (Colin Firth): il primo lo immortalerà in un ritratto straordinariamente somigliante, che gli farà desiderare di restare giovane per sempre, il secondo lo spingerà, novello Mefistofele, a mettere in atto il suo anelito, dando così vita ad un vorticoso carosello tra bordelli, oppierie e dissolutezze varie. Dorian avrà modo di conoscere l’amore (una modesta attrice di teatro, Sybil, che ripudierà, portandola al suicidio) ma non la sua forza redentrice, neanche quando, ancora intatto nella sua bellezza, mentre i suoi amici sono tutti invecchiati, conoscerà Emily (Rebecca Hall), personaggio inventato, figlia di Lord Wotton, sino al tragico finale, esagitata ed inutile sequenza horror, con commento moralmente posticcio ad opera del solito Wotton.

Pur riuscendo ad essere affascinante e coinvolgente, grazie anche ad una fotografia (Roger Pratt) che ci regala una Londra cupa, dickensiana, ritratto in nero delle sperequazioni sociali, passando dai fasti delle case vittoriane a luridi vicoli, il film trova il suo limite proprio nel protagonista: Barnes, dissomiglianza a parte (non è il putto descritto da Wilde, capelli biondi, occhi celesti e labbra scarlatte), più che perso nel vizio ha l’aria di un bambino sorpreso a rubare la marmellata e non lascia trasparire alcunché del percorso disgregatore delineato nel romanzo, quel culto estetico portato alle estreme conseguenze, comportante uno stile di vita dissoluto, volto al puro edonismo, sulla base del capovolto assunto wildiano di vita che imita l’arte; il sesso non ha qui alcuna valenza seduttiva, non sforzandosi di ricorrere a simbolismi, il regista lo trasforma in una raggelante esposizione di congiungimenti carnali da catalogo illustrato.

Curioso poi, che il ritratto emani sinistri rantolii, si decomponga con tanto di larve e sembri osservare la realtà circostante con sguardo grigio e spento, pedestre allegoria della scissione corpo-anima. Riuscita l’interpretazione di Firth, al cui Wotton viene data più rilevanza che nel romanzo, vero artefice del percorso libertino di Dorian, con i suoi aforismi esprimenti una trattenuta dissolutezza che sfoga attraverso l’amico, plasmandolo a suo piacimento. A proposito di aforismi, eccone uno giusto per concludere: “Il miglior modo per liberarsi di una tentazione è cedere ad essa”; in tal caso forse si sarebbe dovuto strenuamente desistere dal desiderio di visualizzare un’opera attualizzandola con grevi sovrastrutture ed eccessi manieristici, senza fare affidamento sulla sua lungimirante modernità.