Tra le nuvole

47606Il titolo originale del film Tra le nuvole, di Jason Reitman (Thank you for smoking, Juno) è Up in the air, da tradursi come “campato in aria” o “in sospeso”, termini che rendono molto bene la filosofia di vita del protagonista, Ryan Bingham (George Clooney), sempre in volo da una città all’altra degli Stati Uniti, con un bagaglio leggero che allestisce meticolosamente, 322 giorni l’anno, professione “tagliatore di teste”, come vengono chiamati in gergo quegli specialisti, estranei all’azienda, cui è affidato il delicato compito di provvedere a licenziarne i dipendenti: assolutamente convinto della bontà del suo metodo, basato su un’apparente comprensione, indora la pillola con una personale filosofia spicciola a suon di frasi fatte, da bravo imbonitore, che usa anche nei corsi motivazionali che presiede, senza palesare alcuna emozione di fronte allo sgomento di chi, tra mutui in scadenza, figli all’università, incombente carovita, si vede crollare, dopo tanti sacrifici, il mondo davanti.

Ryan è refrattario ad ogni legame, ha sporadici rapporti telefonici con le sue due sorelle, di cui una sta per sposarsi, la sua casa sono gli aeroporti, “non luoghi” uguali e asettici, come gli alberghi di lusso in cui brevemente soggiorna, dove non deve neanche fare la fila, grazie alle varie carte fedeltà di cui è in possesso. Unica ambizione, raggiungere un determinato numero di miglia aeree per divenire titolare di una speciale carta che gli permetterebbe di entrare a far parte di una sorta di club esclusivo. Ma il destino gli porrà innanzi due occasioni per tornare con i piedi per terra, l’incontro con l’affascinante Alex (Vera Farmiga), suo omologo femminile (“pensa a me come se fossi te con una vagina”), e la neolaureata Natalie (Anna Kendrick), portatrice di novità in azienda: niente più voli prestigiosi e privilegi, d’ora in poi si licenzierà in videoconferenza, al prezzo di un collegamento web; ambedue, per motivi diversi, porteranno Ryan a riflettere sulla propria vita, riscoprendo gli affetti e l’amore (“tutti abbiamo bisogno di un copilota”), un percorso di redenzione e ritorno alla vita reale senza premio finale: “molti torneranno a casa accolti dalle mogli e dai figli, da cani scodinzolanti, guardando magari le stelle in cielo, una di quelle sarà un’ala del mio aereo”, commenta laconica la sua voce fuori campo.

Reitman confeziona abilmente, sotto l’apparenza da commedia sofisticata anni ’30-’40, con tensioni erotiche preliminari aggiornate al nuovo millennio (splendida la scena del confronto delle carte di credito tra Ryan ed Alex), un’opera che travalica i generi, affrontando con humour cinico un tema serio ed attuale, quello dei licenziamenti per esubero, facendo interpretare i lavoratori che li subiscono a persone che realmente hanno vissuto quest’esperienza, con dialoghi serrati ed intelligenti, che hanno quella carica eversiva propria del cinema indipendente, merito di una sceneggiatura di ferro (Reitman e S.Turner, da un romanzo di W.Kim). Mischiando ironia e dramma, perfetta risulta l’interpretazione di Clooney, niente più pose da gigione, ma un’ eleganza, recitativa e di presenza scenica, sommessa, malinconica, autoironica, tra charme e malcelato pudore, che l’avvicina al miglior Cary Grant.

Non da meno poi le due interpreti femminili, donne in apparenza diverse, ma che in fondo dalla vita vogliono le stesse cose, essendo Alex la concretizzazione pratica delle aspirazioni di Natalie (il dialogo –confronto tra le due riecheggia certi film di G.Kukor). Reitman evita il sentimentalismo ed ogni carineria di sorta, né si lascia andare a prediche moraleggianti, ci sbatte in faccia la realtà cosi com’è, spiazzandoci più volte, tenendoci sulle nuvole sino alla fine, ma con lo sguardo rivolto a terra, amaro scambio tra sicurezza virtuale e necessità reale, a volte inconscia, di mettere radici e, possibilmente, di avere qualcuno accanto.


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