Vertigine (Laura, 1944)

asOtto Preminger (Vienna, 1906-New York,1986) è stato un regista dotato di una notevole capacità di teatralizzazione nella messa in scena, memore dei suoi trascorsi come attore teatrale in Austria, sotto la guida di Max Reinhardt, per poi passare alla regia. Emigrato in America nel ‘34, continuò l’attività teatrale a Broadway e alla scuola drammatica dell’ università di Yale, alternandola a quella cinematografica, avviata in Austria nel ’32, maturando uno stile crudo, essenziale, con punte visionarie, ritraendo con efficacia situazioni psicologiche complesse, caratterizzando con impronta personale i vari generi cinematografici, sempre in equilibrio tra versatilità e mestiere.

A parte i suoi primi film, trascurabili, il vero esordio hollywoodiano è Vertigine, Laura in originale, dall’omonimo romanzo di Vera Caspary, per la sceneggiatura di J.Dratler, S.Hoffenstein, B. Reinhardt. “Non dimenticherò mai il giorno in cui Laura morì, un sole d’argento bruciava in cielo come un’enorme lente d’ingrandimento…” la voce fuori campo del giornalista Waldo Lydeker (Clifton Webb), funzionale solo all’introduzione della vicenda, narra l’omicidio di Laura Hunt (Gene Tierney), disegnatrice pubblicitaria, sua amata e protetta, trovata morta nel suo appartamento con il volto sfigurato da una fucilata. L’ispettore Mark McPherson (Dana Andrews), avvia le indagini interrogando proprio Lydeker, facendo risaltare il suo snobismo dai toni saccenti e sarcastici. Ispeziona l’appartamento di Laura, restando affascinato dal suo ritratto, così come da tutto ciò che viene a sapere della defunta dalla zia Anne (Judith Anderson), da Shelby Carpenter (Vincent Price), mellifluo dandy promesso sposo di Laura, e ancora da Lydeker, che ne narra la carriera, tutta merito suo, la loro amicizia, di come mal sopportasse le sue frequentazioni, dapprima con un aitante pittore e poi con Shelby. Tutti ne parlano affascinati e lo stesso Mark ne è ormai morbosamente attratto:ancora una volta si reca nel suo appartamento, tormentato dall’incapacità di dare una svolta al caso, osserva ogni oggetto, per poi ubriacarsi ed addormentarsi su una poltrona, sotto il ritratto di Laura. All’improvviso la porta si apre, entra proprio lei, Laura: sogno o realtà? Se Laura è viva, chi era la donna uccisa? Sempre più coinvolto, Mark riuscirà a risolvere il caso, con amara sorpresa finale.

Si tratta di un noir, che, nel rispetto dei canoni propri del genere, se ne differenzia per uno stile particolarmente elegante, di stampo teatrale, girato soprattutto in lussuosi interni e non negli esterni cari alla tradizione del genere, a sottolineare tanto l’ossessione morbosa per la protagonista che le ambiguità di quest’ultima come dei vari personaggi, ognuno con una propria verità a portata di mano e contemporaneamente qualcosa da nascondere. Oltre alla valida prova degli interpreti, con una Tierney semplicemente stupenda, ed uno stile di regia sobrio ed essenziale, splendida risulta la fotografia (Oscar a J.LaShelle) che avvolge l’oscura vicenda in un’atmosfera particolarmente morbida, coinvolgente, tra tagli di luce ed ombre suggestive, sospesa tra il subliminale e l’ onirico.


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