Il Vangelo secondo Matteo (1964)

142746Dedicato “alla cara, lieta, familiare memoria di Giovanni XXIII”, Il Vangelo secondo Matteo, scritto e diretto Pier Paolo Pasolini, uno dei più lucidi ed illuminati intellettuali del Novecento, resta ancora oggi, a circa quarantacinque anni dalla sua presentazione alla 25ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (dove ottenne il Leone d’Argento e fu oggetto di critiche anche violente dopo la proiezione), uno dei pochi film ad autentica ispirazione religiosa; ateo e marxista, Pasolini si accosta al tema del sacro con distaccato rispetto, attuando un’innovativa visualizzazione del testo di Matteo, dove la spiritualità si interseca con la violenza e la “brutalità” del messaggio nuovo del Vangelo, che si staglia sullo schermo in tutta la sua purezza ed integrità, senza cedere alla spettacolarizzazione ed alla facile oleografia dogmatica.

Girato in gran parte nel Sud Italia, con location a Barile, Le Castella, Matera, Massafra, visto che, a detta del regista, la Palestina sembrava ormai aver perso la sua originaria primitività, con attori non professionisti e comparse scelte tra la popolazione locale, il film narra fedelmente la vita di Gesù (Enrique Irazoqui), dall’annuncio della nascita sino alla morte e resurrezione, mettendone in risalto tutta la sua umanità e contraddittorietà di uomo tra gli uomini, fiero e combattivo. La macchina da presa procede a sbalzi, ora seguendo a distanza i discorsi di Gesù, quasi una presa diretta in stile documentaristico, ora avvicinandosi a scrutare i volti della povera gente, i loro sguardi, a sottolineare tutta l’incredulità e la rassegnazione di chi vede nella speranza l’unica forma di lotta possibile. Si sofferma poi in primissimo piano sulla fissità ottusamente ieratica delle classi sacerdotali dominanti, restie a comprendere la novità del messaggio del sacro che scende sulla terra, idoneo a materializzarsi in una dimensione inedita, abbandonando le forme di mera e demistificata dottrina.
Infine portata a spalla segue, in stile cine veritè, i processi cui viene sottoposto Gesù.

Notevole è anche l’alternanza tra sequenze parlate e altre del tutto mute, contornate da silente estasi (il primo piano di Maria giovane, incinta) o sofferti turbamenti d’animo (la notte nel Getsemani, la morte di Giuda, il rinnegamento di Pietro) o di straziante dolore (la lenta salita al Calvario, con la disperazione di Maria, interpretata da Susanna Pasolini, madre del regista, alla vista del figlio inchiodato sul legno): il tutto sottolineato da un’incredibile, straniante, commento musicale (coordinato da Luis Enríquez Bacalov), che mescola Bach, Mozart, spirituals e blues afroamericani. Film dal grande fascino visivo, intriso di poesia e del gusto pittorico del regista, esaltato dalla fotografia in bianco e nero di Tonino Delli Colli e dai costumi di Danilo Donati, ispirati appunto alla pittura del Quattrocento (Piero della Francesca in particolare), ci offre l’immagine di un Gesù divinizzato ma non divino, come molti uomini conscio della necessità e dell’utopia del suo messaggio che anche in punto di morte, affidata l’anima a Dio fra gli spasimi e i tormenti, non può fare a meno di urlare il suo dolore ad un’umanità sempre più scettica e smarrita.


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