Le folli notti del Dottor Jerryl (The Nutty Professor, 1963)

wrJerry Lewis (Joseph Levitch, Newark, New Jersey, 1926), è stato attore e regista innovativo, dotato, oltre che di una comicità istintiva ed una mimica eccezionale, di una notevole capacità di analisi dei meccanismi della risata, con una esemplare precisione nella loro esecuzione; la critica principale che gli è stata rivolta è di sviluppare una comicità infantile e ciò può certo ritenersi vero se si considera il suo cinema come pura meraviglia e divertimento, visualizzazione di un’essenzialità nella messa in scena propria del cinema muto.

Espulso a 15 anni dal liceo, in seguito ad una lite con il preside, causa le insinuazioni antisemite di questi, svolge vari lavori (facchino, usciere, fattorino), e gira per i night a proporre le sue imitazioni, fin quando non incontra il cantante Dean Martin, col quale darà vita con successo al classico duo del bel giovanotto sciupa femmine e del ragazzo timido ed imbranato, approdando al cinema nel ’49 (La mia amica Irma), girando insieme 16 film sino al ’56 (Hollywood o morte), quando, separatosi, Jerry inizia a prodursi e a dirigersi da solo.

L’esordio nel ’60 con Ragazzo tuttofare, per arrivare nel ’63 al suo capolavoro, The Nutty Professor, dove è anche protagonista e sceneggiatore con Bill Richmond: il Prof. Julius Kelp (Lewis), scienziato eccentrico mite e mingherlino, stanco di essere deriso dagli studenti, si ingegna a preparare una pozione chimica, che, per una breve durata, gli permette di essere l’affascinante Buddy Love, temuto dagli uomini e ammirato dalle donne; dello strano caso ne risente anche Stella (S.Stevens), studentessa affascinata tanto dal professore che dall’esuberante Buddy; intanto le due personalità lottano tra di loro, ma solo una prevarrà sull’altra…

Parodia del Dr. Jekyill e Mr. Hyde di Stevenson, colorata ed esilarante, acuta riflessione sull’essere e sull’apparire, compendio del repertorio comico di Lewis, oltre al tema del personaggio soggetto che si riduce ad oggetto sino alla sua definitiva frammentazione, mette alla berlina gli stereotipi propri del film di genere, con tanto di sberleffo finale, il protagonista che inciampa e cade sulla macchina da presa, infrangendola e rivelando la finzione della messa in scena; pregio e difetto essenziale, una costruzione narrativa rigorosa, che evita il procedere per accumulo di gag slegate tra loro, ma che spesso appesantisce il ritmo.

Senso fondamentale dell’opera, più che l’importanza di essere sé stessi, la sfaccettata diversificazione della realtà (il falso finale), perché tra la Stella seduttrice e poi moglie fedele, il professore goffo e genialoide, il playboy affascinante ma volgare, corre un curioso trait d’union scomposto e quasi schizofrenico, un’alternanza di ruoli che ha il sapore della sopravvivenza, un escamotage per dar vita ad un valido rapporto dapprima con il proprio io e poi con il prossimo, esasperazione in chiave satirica della condizione psicologica e sociale dell’uomo medio americano.


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