Psycho (1960)

56743Phoenix, Arizona, venerdì 11 dicembre 1959, ore 2:43 p.m. Marion (Janet Leigh), impiegata in una società immobiliare, approfitta della pausa pranzo per incontrare in una stanza d’albergo il suo amante, Sam (John Gavin).Dopo l’amore, i due discutono sul progetto di un futuro insieme, ma i problemi sono tanti, anche economici, lei vive con la sorella, lui gestisce il negozio di ferramenta paterno a san Francisco e deve pagare gli alimenti all’ex moglie. Rientrata in ufficio, Marion riceve dal principale l’incarico di depositare in banca i 40mila $ di un cliente, per poterli prelevare il lunedì: è questione di un attimo, Marion si appropria del denaro e fugge via, per raggiungere Sam, sostando, dopo essere stata fermata da un poliziotto e cambiato auto, presso un motel, il cui proprietario, Norman Bates (Anthony Perkins), ragazzo timido, con lo strano hobby della tassidermia, è molto gentile e premuroso, l’invita a cena nel suo ufficio, visto che l’anziana madre con cui convive, invalida come racconta a Marion, ha rifiutato di riceverla in casa, poco distante, sulla collina.

Mentre la ragazza è sotto la doccia, una donna infierisce su di lei con un coltello, uccidendola. Dopo aver inveito contro la madre (“Mamma che hai fatto? Cos’è tutto questo sangue?”), Norman pulisce accuratamente, trasporta il cadavere di Marion ed ogni effetto personale nel baule della sua auto e la fa precipitare in uno stagno vicino. A distanza di una settimana, Lila (Vera Miles), la sorella di Marion, si reca da Sam per averne notizie; sulle sue tracce vi è anche il detective privato Arbogast (Martin Balsam)…

“Non è un messaggio che ha incuriosito il pubblico. Non è un grande interpretazione che l’ha sconvolto. Non è un romanzo molto apprezzato che l’ha avvinto. Quello che ha commosso il pubblico è stato il film puro”. Così Alfred Hitchcock spiegava a Francois Truffaut nel famoso libro- intervista (Le cinéma selon Hitchcock, Robert Laffont, ‘67) l’essenza di Psycho e il suo grande successo al botteghino. In effetti non è propriamente il miglior film dell’autore tanto come tematica che come suo spessore, ma lo è sicuramente riguardo costruzione, fascinazione visiva (è girato volutamente in uno splendido bianco e nero, sia per evitare un facile “effetto sangue”, sia per esaltare l’atmosfera “gotica”), modalità di racconto, capacità di sfruttare gli elementi horror più “classici”, giocando con gli spettatori, irretendoli in un vortice voyeuristico sin dalla sequenza iniziale, quando la mdp dall’universale della panoramica cittadina, entra nel particolare della finestra dell’hotel, con punte di schizofrenia espresse sin dai titoli di testa (Saul Bass) e poi sviluppate nel corso della narrazione, grazie ad una sceneggiatura (Joseph Stefano, dal romanzo omonimo di Robert Bloch) volta a depistare ed incuriosire, sovvertendo i consueti canoni narrativi.

La prima parte, descrittiva ed esplicativa di ogni particolare, esternando i dubbi di Marion in fuga e disseminando vari contrattempi (l’incontro fortuito con il principale, il controllo del poliziotto, il cambio dell’auto) e ripensamenti (il dialogo con Norman e la decisione di tornare indietro, poco prima di essere uccisa), fa sì che la scena del brutale assassinio sotto la doccia, entrata di diritto nella storia del cinema ( 45 secondi di durata, dopo una settimana di riprese e 70 posizioni di macchina), sia qualcosa d’inaspettato e terrificante, nonostante non si veda il coltello infierire sulla vittima, se ne sentono solo i fendenti, in sincrono con il motivo della colonna sonora (Bernard Hermann). Bastano l’urlo della vittima, il rivolo di sangue confluente verso lo scarico e il soffermarsi sul suo occhio spento a suscitare orrore e raccapriccio.

Agghiacciante e disturbante il finale, quando la verità verrà fuori: una leggera sovrapposizione su un volto sarà più esaustiva di qualsiasi spiegazione psicoanalitica a far comprendere quanto possa essere labile il confine tra bene e male e così fragile e potenzialmente doppio l’animo umano. Tre sequel (’83, Richard Franklin; ’86, Perkins; ’90 Mike Garris), uno spin off televisivo (Il motel della paura,’87, Richard Rothstein ) ed un remake-fotocopia, ’98, di Gus Van Sant.


5 risposte a "Psycho (1960)"

    1. E’ difficile che un sequel o il remake di un film apportino qualcosa di nuovo rispetto all’originale, specialmente se ne sono un semplice ricalco o ne sfruttino stancamente l’idea di base.
      Con le dovute eccezioni, scatta sempre l’inevitabile confronto e spesso è una gara perduta in partenza.

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      1. Stesso si può dire (sempre “eccezioni” escluse) per i film tratti da libri… si muovono su un delicato binario tra “imitazione” e “rivisitazione”

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      2. Concordo, generalmente è così. A volte vi è una pedante, pedissequa fedeltà al testo, traducendosi in una estrema visualizzazione, altre volte il libro viene usato come una sorta di traccia, riprendendone le linee essenziali ma distaccandosene sino a farne un’opera autonoma e con una connotazione ben precisa. Ad esempio, per citare uno dei miei film preferiti, il lieto fine di “Colazione da Tiffany” rispetto al romanzo di Truman Capote.

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      3. Giustissimo… Colazione da Tiffany è favoloso, e sicuramente gli attori hanno avuto la loro parte. Altro film tratto da libro che apprezzo è “Sostiene Pereira” con il grande Marcello Mastroianni

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