L’uccello dalle piume di cristallo (1970)

31Esordio nella regia di Dario Argento (Roma, 1940), dopo i trascorsi di critico cinematografico e sceneggiatore (Metti una sera a cena, ’69, Giuseppe Patroni Griffi; C’era una volta il West, ’68, di Sergio Leone, scritto insieme a Bernardo Bertolucci), L’uccello dalle piume di cristallo irrompe con tutta la forza propria di un’opera innovativa nel nostro panorama cinematografico “di genere”, nello specifico l’horror-thriller, pur debitrice al riguardo, almeno per qualche elemento di base, nei confronti dei predecessori Riccardo Freda e, soprattutto, Mario Bava, per quanto estremamente connotata dalla personale visione del regista.

Sam Dalmas (Tony Musante), scrittore americano in trasferta a Roma insieme alla sua compagna Giulia (Suzy Kendall), una sera assiste casualmente da una vetrata di una galleria d’arte ad una colluttazione all’interno, tra una donna ed un non ben identificabile individuo, vestito di nero, che, feritola con un coltello, fugge via; la potenziale vittima è Monica Ranieri (Eva Renzi), il cui marito (Umberto Raho) è titolare della suddetta galleria. Il commissario Morosini (Enrico Mario Salerno) nell’interrogare Sam lo informa che l’autore potrebbe essere colui che ha già ucciso tre ragazze, per cui l’uomo, dapprima costretto, causa sequestro del passaporto, poi incuriosito, sicuro di aver notato un particolare decisivo pur non ricordando quale, inizia ad interessarsi al caso, indagando personalmente, rischiando di essere tra le vittime, intanto arrivate a cinque…

Autore dello script, oltre che produttore (fonda appositamente con il padre Salvatore la Seda Spettacoli, così da essere libero da vincoli e restrizioni), sulla base del romanzo La statua che urla di Fredric Brown, Argento imbastisce una storia che mescola, con una certa disinvoltura e padronanza tecnica, noir, giallo, thriller ed horror, riuscendo a far percepire, nell’ambito di un contesto realistico, con gli interpreti che sembrano sospesi in un mondo a parte, l’incombente e percepibile presenza della morte, creando un’atmosfera insieme incerta ed inquietante, puntando soprattutto su un forte impatto visivo, con una grande attenzione per la fotografia (Vittorio Storaro), avvalendosi in primo luogo di modalità di ripresa particolari e suggestive e di un uso particolare del montaggio alternato, che anticipa nella sequenza di chiusura quanto vedremo nella successiva, arrivando, in un crescendo di suspense quasi insostenibile, ad un doppio finale, prima della scoperta della verità.

Ecco quindi la soggettiva dell’assassino, la sua preparazione meticolosa prima degli omicidi, i bruschi passaggi da campi lunghi a primissimi piani che si restringono sugli occhi degli attori come sugli oggetti (in particolare i coltelli, l’arma bianca acquista qui un fascino particolarmente sinistro), un po’ Leone e un po’ Nouvelle Vague, che assumono, così come le location “frammentate” e la colonna sonora straniante (la cantilena infantile che accompagna l’entrata in scena dell’ “uomo nero”), opera di Ennio Morricone, il ruolo di coprotagonisti; l’ impianto narrativo appare in secondo piano, per quanto caratterizzato da annotazioni psicologiche e temi onirici, in parte di ascendenza hitchcockiana, vedi l’insospettabilità del colpevole, motivato nelle sue azioni da un trauma subito in giovane età, o gli scarni dialoghi, spesso improbabili e a volte caratterizzati da un umorismo particolare, dalla insolita dissolvenza che anticipa quella delle immagini.

Sono tutte peculiarità che, ulteriormente perfezionate, caratterizzeranno le successive realizzazioni del regista, contribuendo a far sì che, specie fuori patria, si parlasse definitivamente e senza intenti spregiativi di “giallo all’italiana”, arrivando alla perfezione con Profondo rosso, ’75, classico spartiacque prima della virata verso l’horror puro, tornando in questi ultimi anni agli spunti iniziali, con risultati, purtroppo, non altrettanto felici.


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