I soliti sospetti (The Usual Suspects, 1995)

33333A tutt’oggi il miglior film dell’allora promettente Brian Singer, che da qui in poi farà di tutto per disattendere le più rosee aspettative, alla sua seconda opera dopo l’esordio nel ‘93 con Pubblic Access (Premio Speciale della Giuria al Sundance Film Festival), The Usual Suspects riesce nell’intento di rivitalizzare il genere noir adeguandolo agli anni ’90, conferendogli tocchi thriller e action.

La trama, alquanto intricata, delineata dall’ottima sceneggiatura di Christopher McQuarrie (premiato al riguardo con l’Oscar), alterna diversi piani temporali, ora condensando, ora diluendo dialoghi e colpi di scena: si inizia con “la scorsa notte” a San Pedro, California, quando a bordo di una nave, il cui equipaggio è stato eliminato, un certo Dean Keaton (Gabriel Byrne) viene fatto fuori da un misterioso individuo, il quale subito dopo appicca il fuoco e fa saltare in aria l’imbarcazione: unici sopravvissuti un ungherese ricoverato in ospedale fortemente ustionato, che urla terrorizzato un nome, Keyser Soze, indicandolo come responsabile dell’accaduto e lo storpio Verbal Kint (Kevin Spacey, Oscar come miglior attore non protagonista), il quale, messo sotto torchio dall’agente doganale Kujan (Chazz Palminteri), inizia una narrazione a ritroso, partendo da un confronto all’americana, sei settimane prima a New York, in cui si trovò coinvolto con altre quattro persone, il sopra citato Keaton, ex poliziotto corrotto, McManus (Stephen Baldwin), esperto in rapine, il suo socio Fenster (Benicio Del Toro), lo specialista in esplosivi Hockney (Kevin Pollak)…

Opera pregevole e suggestiva da un punto di vista strettamente e squisitamente tecnico, dal citato lavoro di scrittura, alla sua visualizzazione, affidata sia al fascino inquieto degli attori che offrono valide caratterizzazioni nelle rispettive interpretazioni, con il tormentato Byrne/Keaton e l’enigmatico Spacey/Verbal in gran spolvero, insieme a Palmintieri/Kujan che si fa scudo di qualsiasi tassello razionale, certo di aver individuato l’identità dell’ “uomo nero” in Keaton, per dare credito e sostanza alle vicende del racconto illustratogli, e illustratoci, sia all’attenta regia di Singer, che alterna con sicurezza primi piani frontali, visioni in soggettiva, scene d’azione validamente orchestrate, angolazioni particolari di ripresa e inquadrature di dettagli tanto decisivi quanto fuorvianti per venire fuori dall’intricata matassa.

Le carte migliori, comunque, I soliti sospetti le gioca più sul piano della curiosità insinuata tra gli spettatori, se quanto è dato vedere sia davvero la rappresentazione della verità, che su una vera e propria forza empatica della struttura drammaturgica nel suo complesso, dai tanti rimandi cinefili, lodando l’elevazione metacinematografica del finale e l’essere riusciti a dare una dimensione di reale e mefistofelica presenza al personaggio di Soze, senza propriamente personificarlo, perché “la beffa più grande che il diavolo abbia mai fatto è stato convincere il mondo che lui non esiste”, conferendo così al film toni esistenziali, non banali, sull’esistenza (e persistenza) del Male e, soprattutto, evidenziando quanto possano essere sfalsati i piani tra realtà e finzione, se non addirittura sovrapponibili.

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imagesCA0RKTJ1“Round up the usual suspects” (“Arrestate i soliti sospetti”, Capitano Renault-Claude Rains- Casablanca, ’42, Michael Curtiz)


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