Terraferma

56Si è già scritto di tutto e il contrario di tutto su Terraferma, quarta regia di Emanuele Crialese (l’esordio è del ’97, Once We Were Strangers), sin dalla presentazione in concorso alla 68ma Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, dove ha vinto il Premio Speciale della Giuria, arrivando alla recente candidatura all’ Oscar come miglior film in lingua non inglese: per quanto mi riguarda preferisco essere chiaro sin da inizio articolo, definendo la pellicola come bellissima e coraggiosa, essendone rimasto conquistato sin dalla prima inquadratura.

Crialese, anche sceneggiatore insieme a Vittorio Moroni, fa leva infatti sulla forza suggestiva delle immagini, prevalenti sugli scarni dialoghi, per coinvolgere ed emozionare, con uno piglio estremamente realista, asciutto ed essenziale, riecheggiante alcuni stilemi propri del Neorealismo, in particolare la sua evoluzione verso quella sospensione tra favola e realtà quotidiana, soffusa di toni poetici; la famiglia siciliana protagonista diviene simbolo di tutte le famiglie del nostro paese, così come l’isola “dimenticata dal mappamondo” in cui si svolge la vicenda si erge a emblematico microcosmo circondato dal mare, insieme punto d’approdo e possibile punto di partenza per “un nuovo mondo”.

Ernesto (Mimmo Cuticchio), è un vecchio pescatore, custode di antichi valori e leggi non scritte, cui il mare ha dato e tolto tanto, come un figlio scomparso tra i flutti, mentre l’altro, Nino (Beppe Fiorello), guarda oltre, verso il continente, organizza chiassose gite in barca con i turisti, tronfio della sua presunta modernità, e copre i problemi con il frastuono del vacuo divertimento.
A seguire le sue orme resta il nipote Filippo (Filippo Pucillo), in realtà confuso tra vecchio e nuovo, mentre la madre di questi, Giulietta (Donatella Finocchiaro), pensa di andar via, vagheggiando la speranza di un nuovo futuro. Un giorno, durante la solita pesca, nonno e nipote scorgono al largo un gommone colmo di clandestini e ne traggono a bordo alcuni, accogliendo nella loro casa Sara (Timnit T.), con un figlio di 9 anni e in procinto di partorire …

Pregio essenziale di Crialese, a costo di apparire a volte schematico, con qualche eccesso di stilizzazione o simbolismo, è di non impelagarsi nello sviluppo di complesse psicologie o adoperarsi nel fornire risposte, puntando piuttosto a visualizzare una situazione estremamente calata nel quotidiano, ben resa da tutti gli attori, Finocchiaro e il non professionista Pucillo in particolare, inducendo noi spettatori a porci delle domande, a prendere posizione, in particolare su quale sia la nostra vera natura e se siamo ancora capaci o meno d’immedesimarci nel prossimo, che poi non è altro che la proiezione di sé.

L’accettazione dell’altro può avvenire così in maniera del tutto naturale (Ernesto), sulla base della legge del mare, che rende tutti uguali, oppure tramite un sofferto confronto (il parallelismo tra Giulietta e Sara, evidenziato dagli intensi e silenti primi piani di entrambe), può non esserci proprio (Nino), demandando egoisticamente alle leggi dello Stato la soluzione del problema, oppure, infine, scaturire da una definitiva presa di coscienza, seguendo il proprio cuore e l’istintività solidaristica dei rapporti umani, come avviene nel finale: Filippo in barca insieme a Sara e ai suoi due bimbi in fuga verso il mare aperto, in cerca di terraferma, un paese dove le regole dell’accoglienza si possano felicemente integrare con l’accoglienza delle regole.

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