Biancaneve

12Pur consapevole di come già di per sé le fiabe, legate alla tradizione orale, propria del folclore popolare, siano estremamente mutabili nella loro esposizione (gli stessi fratelli Grimm scrissero due versioni di Biancaneve, una nel 1812 e l’altra, definitiva, nel 1819), non riesco ad individuare cosa abbia mai apportato di veramente nuovo la riproposizione di Biancaneve ad opera del regista indiano Tarsem Singh, su sceneggiatura di Melissa Wallack e Jason Keller, rispetto a quanto già conosciamo, e, soprattutto quale possa essere la sua valenza estetica, legata certo alla visualità, ma non alla visionarietà, la quale viene espressa con modalità imitative legate a stilemi acquisiti ma mai fatti veramente propri.

La storia è raccontata nell’ottica della Regina (Julia Roberts), sorta d’ibrido connubio tra la Regina di Cuori (Alice nel paese delle meraviglie) e Maria Antonietta, materializzando e focalizzando da subito il tema dell’ astio e dell’ invidia per la fiorente bellezza della figliastra Biancaneve (Lily Collins) come movente di ogni sua mossa, non disgiunto dalla brama di potere, circondandosi di ogni agio possibile a danno della popolazione, sempre più gravata dalle tasse: non si possono fare a meno di ravvisare contatti con la realtà attuale, tanto nella gestione del regno, che nell’idea dell’eterna giovinezza da ottenere ad ogni costo, sia faustianamente, sia con quel che passa il convento in attesa di botulino e trattamenti estetici vari (dagli escrementi dei pappagalli alle punture d’insetto per gonfiare le labbra…), giusto per andare sul sicuro.

Su tale racconto s’innesta in parallelo il percorso formativo di “Neve” al compimento del diciottesimo compleanno, la quale, scampata alla morte ordita dalla matrigna, una volta scoperte le brutture del mondo, novella Siddartha, anziché ritirarsi in auspicabile meditazione, prenderà le armi in pugno, un po’ Robin Hood, restituendo il maltolto alla popolazione grazie all’aiuto degli allegri compagni della foresta, sette nani dal formato estensibile (relativamente alle gambe, grazie a trampoli retrattili…) banditi giocoforza, freaks reietti dalla società, e un po’ Alice burtoniana, vedi la lotta finale con una sorta di Ciciarampa, che poi tale non si rivelerà (sorpresona…).

Da non dimenticare poi, ulteriore oggetto di contesa tra le due donne, il principe Alcott (Armie Hammer), funzionalmente bietolone, che inebetito come un fedele cucciolo in seguito ad un incantesimo della Regina, sarà ridestato dal classico bacio del vero amore elargitogli da Neve che, per quanto neofita al riguardo, non se la caverà poi tanto male, visto che lo impalmerà in odor di vissero felici e contenti, anche se l’indomita matrigna, proprio il giorno delle nozze, offrirà una mela avvelenata come dono alla fanciulla, con quest’ultima pronta a restituirgliene un boccone…

Mettendo da parte l’interpretazione della Roberts, magari anche autoironica, ma che fatica ad esternare malvagità, invidia e arrapamento al di là di quanto preveda il manuale del bravo attore, e quella di una Collins cui è stato riferito di giocare alla Hepburn (Audrey) nel dare a Neve un tono tra lo stupito e il malizioso, ma della quale restano impresse solo le sopracciglia in stile viadotto autostradale, ciò che mi ha dato maggiormente fastidio è la sfrontatezza del regista nell’avallare l’ inconsistenza dello script, abbracciando più stili ma senza riuscire a farne veramente proprio nessuno, ribadendo quanto scritto ad inizio articolo.

Non si va oltre, a mio avviso, dal mettere in campo la parodia citazionista e “distruttiva” in salsa Shrek (ancora…), perdendo di vista il senso fantastico e tragico della fiaba, ora cercando il Burton perduto, ora annacquando il tono densamente lisergico proprio di un Gilliam, mescolando impunemente Hollywood d’antan e Bollywood, il cui stile, trattenuto a stento nei costumi (Eiko Ishioka) e nelle scenografie (Tom Foden), esplode nel finale garrulo e ballerino. Comunque mi sa che un boccone di quella mela devo averlo assaggiato anch’ io e, veleno a parte, ancora non mi va né su né giù: rimedierò con la visione della versione Disney del ’37, che può ancora contare su una forte valenza, stilistica e drammatica, quindi dito su play e … Some Day My Prince Will Come

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