Archivi del giorno: 9 ottobre 2012

Magic Mike

magic-mike-L-LvxG2FTampa, Florida. Il trentenne Mike (Channing Tatum) è determinato a perseguire il classico sogno nel cassetto, proporre sul mercato le sue creazioni, mobili costruiti con materiali di fortuna.
Intanto, per poter ottenere il necessario finanziamento, si arrabatta tra vari mestieri, fra i quali manovale in un cantiere edile, dove incontra il giovane Adam (Alex Pettyfer), del quale diverrà una sorta di Pigmalione, facendogli conoscere quella che attualmente rappresenta la sua attività più remunerativa: di notte, infatti, Mike diviene “magico”, mandando in visibilio insieme ai suoi colleghi strippers, sotto la guida del veterano Dallas (Matthew McConaughey), le clienti dell’Xquisite Club, che non mancano di manifestare il loro apprezzamento con cospicue mance infilate negli slip. Ma dopo aver conosciuto la sorella di Adam, Brooke (Cody Horn), le strade dei due amici prenderanno direzioni diverse …

 Matthew McConaughey

Matthew McConaughey

Diretto da Steven Soderbergh, regista la cui poliedricità e voglia di sperimentare nuovi percorsi sono sempre andate di pari passo, per la sceneggiatura di Reid Carolin, scritta sulla base delle esperienze di Tatum come spogliarellista, Magic Mike può considerarsi una sorta di fiaba moderna, o, meglio, un apologo morale, ma non moralista, nella scia di un classico racconto di formazione: attinge nell’immaginario collettivo di un american dream ormai spento e comunque certamente adeguato, attualizzato, ai tempi della crisi, non solo economica, con il disorientamento a costituire, paradossalmente, l’unico punto di riferimento nell’ambito dei rapporti umani, triste dispensatore d’eguaglianza.

Alex Pettyfer e Channing Tatum

Alex Pettyfer e Channing Tatum

Soderbergh sceglie di mantenere un certo distacco dalla vicenda narrata, nell’ intatta capacità di adattare le storie più diverse alla sua poetica di stile: la regia è sobria, essenziale, quasi documentaristica, a costo d’apparire un po’incolore, ulteriormente avvalorata da un’ottima fotografia, virata al giallo, e da un montaggio abbastanza secco, serrato (ambedue opera sua, sotto lo pseudonimo, rispettivamente, di Peter Andrews e Mary Ann Bernard), capace comunque di coinvolgere, in particolare nell’assecondare le coreografie dei vari balletti, e di far riflettere su temi quali la mercificazione tanto del corpo che dell’anima, in una società ormai costretta nei parametri dell’immagine e del facile guadagno, evidenziando al riguardo una netta contrapposizione tra i quattro protagonisti.

Cody Horn

Cody Horn

Dallas (un ottimo McConaughey) rappresenta colui che ha compreso, nella forma della disillusione, il meccanismo di funzionamento del sistema nel quale ormai si è perfettamente integrato, e da bravo imbonitore non solo lo fa proprio, ma, tra pragmatismo ed esistenzialismo alla buona, lo propone ai novizi come Adam, il quale nel suo stato amebico (ben reso da Pettyfer, tanto scialbo da sfiorare l’asettico) si lascia andare in balia degli eventi, ripreso solo per un attimo dal buon Mike (Tatum è piuttosto efficace, lontano dalla consueta immagine di “bisteccone”). Quest’ultimo appare, in buona sostanza, “puro” e onesto, tanto da riuscire a scindere il proprio apparire da quel che è realmente, vedi quando si rivolge a Brooke (“E’ Magic Mike che ti sta parlando ora? Io non sono il mio stile di vita”), il cui personaggio esprime, ben reso dalla Horn, l’integrità di saldi ideali o validi propositi, senza farsi irretire dal canto delle sirene d’omerica memoria.

Punti di forza si rinvengono nel vivido realismo di molte scene (la macchina da presa che si intrufola negli improvvisati camerini del locale, l’allenamento in palestra, il conteggio delle banconote guadagnate ogni sera), mentre una certa debolezza si avverte nelle virate intimiste: il peso dell’ovvietà acquista in tal caso un’effettiva consistenza, ponendo la pellicola, a mio avviso, “tra color che stan sospesi”, a metà strada tra intrattenimento ed autorialità, lasciando ai posteri l’ardua e definitiva sentenza: qui, caro buon vecchio Soderbergh, “si porrà la tua nobilitate”. Un ultimo inciso per il doppiaggio italiano, che mi è parso poco curato e piuttosto affrettato nell’adattamento al nostro idioma.

Era “Il tempo delle mele”….

Claude Pinoteau

Claude Pinoteau

Credo sia inutile, nel ricordare la figura del regista francese Claude Pinoteau, scomparso ad 87 anni lo scorso venerdì, 6 ottobre, evidenziare i suoi primi passi nel mondo del cinema, a partire dal 1938, in qualità d’assistente al fianco d’autori del calibro di Jean Cocteau, o, ancora, che, tra i vari film girati, ne Lo schiaffo (La gifle, ’74), con Lino Ventura e Annie Girardot, diede fama alla giovane debuttante Isabelle Adjani (Premio Speciale David di Donatello ’75).

La sua pellicola più famosa resterà quel Tempo delle mele (La boum, ’81, un sequel arriverà l’anno seguente) ormai assunto allo status di cult movie, oltre a costituire un valido manifesto generazionale per quanti in quel tempo si stavano avviando, come la protagonista, Vic, un’acerba ma già convincente Sophie Marceau, verso la delicata fase dell’adolescenza: ecco visualizzati i primi turbamenti amorosi, gli scontri generazionali con i propri genitori (i coniugi Beretton, Brigitte Fossey e Claude Brasseur), ma, felice contrasto, non con la ben più moderna e vivace nonnina Poupette (Denis Grey), valida confidente e consigliera.

era-il-tempo-delle-mele-L-Gv4fp1Pregi essenziali del film in questione, l’estrema sensibilità e delicatezza nel trattare determinate tematiche, alternando l’attenzione verso le problematiche giovanili ( vacue solo in apparenza, ma destinate ad un altalenante susseguirsi tra gioia e tristezza, costituendo il campo di prova della crescita), a quelle, più pressanti (lavoro, vita coniugale) e spesso in conflitto, del mondo dei “grandi”, con una notevole cura relativamente all’ interpretazione di ogni singolo attore: ancora oggi mantiene il valore di un valido “come eravamo” per molti quarantenni (scrivente incluso), il walkman, le interrogazioni, le prime feste tra compagni di scuola, luci stroboscopiche e i “lenti” che arrivavano all’improvviso … Eh, Tempus fugit … Grazie, Pinoteau.