Francesco Rosi (1922-2015)

Francesco Rosi

Francesco Rosi

Ci lascia il regista Francesco Rosi (Napoli, 1922), morto oggi, sabato 10 gennaio, a Roma, un autore che tanto ha dato al nostro cinema nell’ambito di una connotazione volta all’impegno civile e alla denuncia sociale, raccogliendo l’eredità del Neorealismo nella sua valenza originaria di particolare combinazione fra un’attenta considerazione del contesto storico ed una linea drammaturgica incentrata anche sull’affabulazione narrativa. Cresciuto in una famiglia della buona borghesia napoletana, Rosi dovette interrompere gli studi di giurisprudenza una volta richiamato alle armi, ma dopo l’8 settembre 1943 abbandonò l’esercito ed ebbe modo di raggiungere Napoli liberata, dove scrisse e interpretò testi per l’emittente radiofonica controllata dall’esercito americano.
Seguì una collaborazione con il settimanale Sud finché, nel 1946, si trasferì a Milano e poi a Roma dove iniziò a lavorare come figurante nel cinema e poi nella rivista, in qualità di attore. La carriera dietro la macchina da presa prese il via come aiuto regista di Luchino Visconti (La terra trema, 1948) e poi di Raffaello Matarazzo, Luciano Emmer, Ettore Giannini (Carosello napoletano, 1954), contribuendo inoltre alla scrittura dei film Bellissima (1951, Visconti) e Processo alla città (1952, Luigi Zampa), per poi esordire nel 1958 con La sfida, dopo aver diretto insieme a Vittorio Gassman, nel 1956, Kean – Genio e sregolatezza.

trtrGirato nel mercato ortofrutticolo di Napoli, raccogliendo e rinnovando, come già scritto, la difficile eredità del Neorealismo, il dato cronachistico filtrato dalla finzione drammatica, La sfida conseguì il Premio Speciale della Giuria alla Mostra Internazionale d’ Arte Cinematografica di Venezia.
Seguirono I magliari (’59, premiato a San Sebastián) e Salvatore Giuliano (‘61), Orso d’argento a Berlino, pellicola che diede vita ad un nuovo cinema di tipo politico, documentato e legato alla realtà più scomoda, impiegando materiale di repertorio, per uno stile da reportage giornalistico di rara efficacia, sempre rivolto a capire il presente anche quando parte da materiali storici.
Ad avviso di chi scrive, il capolavoro di Rosi rimane senz’altro il sempre attuale Le mani sulla città, ’63, un’opera fondamentale nella storia del cinema italiano, un film-denuncia che racconta l’intreccio tra politica e poteri economici in una Napoli devastata dalla speculazione edilizia: Rosi, con la sua tecnica semidocumentaristica, avvalorata dalla splendida fotografia in bianco e nero (Gianni Di Venanzo, che diede risalto ai toni del grigio per la descrizione degli ambienti), si preoccupava di esporre i fatti con rigore e di mettere continuamente a confronto idee e posizioni politiche, senza per questo rinunciare al proprio giudizio, mantenendosi in equilibrio fra realtà e finzione, caratteristica quest’ultima dell’intera sua filmografia.

545Se “I personaggi e i fatti sono immaginari, ma autentica è la realtà che li produce”, come recita una didascalia, certamente memorabile appare l’interpretazione di Rod Steiger nei panni del furbo imprenditore edile Edoardo Nottola, il quale intende piegare ai propri fini il piano regolatore della città e i cui molteplici intrallazzi vengono alla luce in seguito al crollo di un palazzo, che sembra comprometterne tanto il prestigio quanto le ambizioni di essere eletto assessore comunale all’edilizia.
Ma ecco pronta un’astuta manovra: abbandonare il partito di destra, per il quale voleva candidarsi, passare a quello di centro e, nonostante le proteste dell’opposizione, essere così eletto e poter aprire indisturbato nuovi cantieri. Quarto film di Rosi, scritto insieme a Raffaele La Capria, Enzo Provenzale ed E. Forcella, prodotto da Lionello Santi per la Galatea Film e dalla Societé Cinématographique Lyre, Le mani sulla città fece ottenere al regista la definitiva consacrazione, a partire dal Leone d’Oro a Venezia, dove farà ritorno nel 1970, con un altro film di forte impegno civile, Uomini contro, tratto da Un anno sull’altopiano di Lussu, fornendo uno sguardo privo di retorica della prima guerra mondiale.

ytyIl caso Mattei (’72), Palma d’oro a Cannes, segnò il ritorno allo stile da reportage nella ricostruzione delle vicende del presidente dell’Eni (interpretato da Gian Maria Volonté, premiato a Cannes con una Menzione speciale), fino alla sua morte in circostanze mai chiarite, gettando una luce inquietante sulle connivenze tra potere politico e oscure trame destabilizzanti. Il successivo Lucky Luciano (’75), nuovamente con Volonté, ricostruisce gli ultimi anni di vita che il boss trascorse in Italia portando nella tomba i suoi segreti.
In seguito, per il suo alto cinema d’impegno, Rosi si soffermò spesso su testi letterari: con Cadaveri eccellenti (’76), premio David di Donatello per il miglior film e la miglior regia, tratto da Il contesto di Sciascia, analizzò la spirale del terrorismo e le compromissioni del potere. Ottenne identici riconoscimenti grazie al successivo Cristo si è fermato a Eboli (’79), tratto dal romanzo omonimo di Carlo Levi, vincitore inoltre al Festival di Mosca e premiato come miglior film straniero ai Bafta, gli “Oscar” britannici. Rosi realizzò poi Tre fratelli (’81), riflessione sugli anni di piombo (David di Donatello per la miglior regia e per la miglior sceneggiatura insieme a Tonino Guerra, Nastro d’argento per la miglior regia), e Carmen (1984) dall’opera di Bizet (David di Donatello per il miglior film e la miglior regia). Seguirono, con risultati discontinui, Cronaca di una morte annunciata (’87, tratto dall’omonimo romanzo di Márquez, in Concorso a Cannes), Dimenticare Palermo (’90, scritto con Tonino Guerra e Gore Vidal), e La tregua (1997) da Primo Levi, in Concorso a Cannes, David di Donatello per il miglior film e la miglior regia.
Nel 2012 la Mostra di Venezia ha attribuito a Francesco Rosi il Leone d’oro alla carriera.

2 risposte a “Francesco Rosi (1922-2015)

  1. La sua morte segna ancora di più la fine di un certo tipo di cinema che è andato a scomparire dall’Italia e dal mondo. Una carriera spettacolare, ma soprattutto Rosi, oltre che per il suo impegno “civile”, deve essere ricordato semplicemente come regista unico, e quindi artista, che non è altrettanto cosa semplice. I suoi film esistono ancora, e credo che esisteranno sempre perché c’è il gusto verso l’equilibro e il senso della bellezza che è presente in ogni inquadratura dei suoi film. Senza questo elemento particolare che fa la differenza e rende un film un’opera d’arte, i suoi lavori, nonostante le perfette sceneggiature, gli attori impareggiabili e tutti gli altri collaboratori, sarebbero dimenticati. Forse gli anni giovanili con Luchino Visconti, in film altrettanto memorabili, hanno indirizzato il suo gusto a non trasgredire mai nell’eccesso o nel difetto, ma hanno donato al contempo, ad ogni fotogramma, nobiltà visiva e umiltà nell’esprimerla.
    Tra tutti mi piace ricordare “Cristo si è fermato ad Eboli” perché in esso sono concentrati gli elementi di cui ho parlato prima, è un film delicato, ricco di silenzi, di intelligenze espressive, di attimi di tempo che trascorrono apparentemente inutilmente, ma che hanno al loro interno, come in tutte le piccole cose, la grandezza di arrivare e scuotere gli animi.

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    • Ciao Cristian, concordo con quanto hai scritto, con Rosi se ne va anche un certo tipo di cinema, d’impegno civile sicuramente, ma anche nobilitato da un certo gusto estetico nelle inquadrature, nella messa in scena complessiva, probabilmente influenzato dall’esperienza di aiuto regista con Visconti, come da te evidenziato. Personalmente, come ho scritto nell’articolo, apprezzo la sua opera nella totalità, ma “Le mani sulla città” resta il mio favorito, anche per la sua lungimiranza. Grazie della visita e del commento, un saluto.

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