Febbre da cavallo (1976)

Roma, anni ’70. Bruno Fioretti (Gigi Proietti), detto Mandrake per via del “sorriso magico” e delle “innate doti trasformistiche”, attore ed indossatore squattrinato, racconta al giudice (Adolfo Celi) di come insieme ai suoi amici Armando Pellicci Er pomata (Enrico Montesano) e Felice Roversi (Francesco De Rosa), posteggiatore abusivo, si siano ritrovati in un’aula di tribunale.
Tutto ebbe inizio all’ippodromo di Tor di Valle, meta abituale dei tre, accaniti scommettitori alle corse dei cavalli, sempre in attesa di beccare il risultato vincente, visto che le dritte di Pomata, ex driver e sedicente “computer equino”, al momento disoccupato e convivente con la nonna (Nerina Montagnani) e la sorella Giuliana (Marina Confalone), non vanno mai a buon fine. Intorno a loro ruotano poi altre figure, sempre orbitanti nel giro dell’ippica, come l’avvocato De Marchis (Mario Carotenuto), proprietario del cavallo Soldatino, gran mangiatore di biada ma in costante digiuno di vittorie, il conte Dallara (Gigi Ballista), la cui cavalla Bernadette è invece foriera di molteplici soddisfazioni, o il macellaio Otello Rinaldi (Ennio Antonelli), alias Manzotin, fortunato scommettitore e vittima delle ben orchestrate mandrakate, truffe perpetrate dai “tre moschettieri” per procurarsi i soldi  necessari a raggiungere ippodromi di altre città e puntare sull’ennesimo equino dato per vincente.

Gigi Proietti, Enrico Montesano, Francesco De Rosa

Mandrake vive con Gabriella (Catherine Spaak), titolare di un bar, da tempo promessa sposa, la quale non vede certo di buon occhio le gesta del compagno, anche perché le perdite alle corse comportano all’uomo vistose defaillance amorose (considerando poi che non vince mai…). Sarà proprio la donna, dopo aver consultato una chiromante, a suggerire al compagno di giocare una tris, Soldatino, King e D’Artagnan, ma la fama di brocchi che accompagna i tre cavalli e la sicumera espressa da Pomata sulla vittoria di Antonello da Messina faranno sì che Mandrake eviti la puntata suggerita; quando la “profezia” avrà inaspettatamente la meglio sulla probabilità scientifica il nostro si troverà invischiato con i soliti compari e la modella Mafalda (Nikki Gentile) in una mandrakata particolarmente complessa … Diretto da Steno, anche fra gli autori della sceneggiatura insieme ad Alfredo Giannetti ed Enrico Vanzina, Febbre da cavallo alla sua uscita non riscosse un particolare successo, per poi divenire invece un vero e proprio titolo cult della nostra commedia a partire dagli anni ’80, quando fu oggetto di numerose programmazioni da parte delle nascenti emittenti private. Nato da un soggetto di Massimo Patrizi, essenzialmente volto a toni drammatici nel portare in scena la sindrome della dipendenza dal gioco d’azzardo, venne poi modificato da Roberto Infascelli, puntando infine sulla comicità pura, mettendo da parte gli iniziali intenti di critica sociale.

Catherine Spaak

Una volta affidata la regia a Steno, questi manifestò l’intento di proporre una commedia in stile anni ’50, che facesse leva su una certa coralità, espressa in egual misura tanto da protagonisti in guisa di maschere quanto dai caratteristi, rappresentando individui inclini all’italica arte d’arrangiarsi ed uniti fra loro, oltre che dalla classica amicizia virile, dalla febbre del gioco, quest’ultima visualizzata bonariamente anche nei suoi aspetti più drammatici, sullo sfondo di una Roma “classicamente” verace e popolare. Febbre da cavallo rappresenta un esempio lampante della bontà registica di Steno, direzione degli attori rigorosa ed attenta ma al tempo mai invasiva, idonea ad offrire opportuno risalto alle doti recitative nell’ambito delle varie situazioni create all’interno dell’arco narrativo (dalle ingegnose truffe al faticoso stratagemma per ovviare alla mancanza di biglietto in treno) e prediligendo in particolare i dialoghi, ricchi di sapide battute declinate con estrema naturalezza, dote quest’ultima che accompagna anche il teatrale fregolismo proprio di Montesano e, soprattutto, di Proietti.

Nikki Gentile e Proietti

Il primo è più sarcastico e diretto, il secondo più “meditato” ma egualmente pungente, con una predilezione per logorroici discorsi senza senso alcuno se non quello di circuire mentalmente il malcapitato di turno, pur andando in crisi quando si tratta di recitare quanto ideato da altri, come nel caso di uno spot televisivo dove incespica più di una volta nel porgere la battuta (è un whisky maschio senza raschio…), entrambi moderni picari, individui senza arte né parte che affrontano gli strali di un’avversa fortuna con azioni certo riprovevoli, quando non illegali, ma sempre restando fondamentalmente boni de core. Ecco poi l’inserimento di De Rosa, accompagnandone la propensione a fungere da congrua spalla per i due, senza dimenticare l’espressività offerta al suo personaggio da quel fenomenale caratterista che è stato Mario Carotenuto, nell’alternanza di toni ora dolenti e disillusi ora irridenti, l’albagia di Ballista, la simpatia di Antonelli, Nerina Montagnani e Marina Confalone (anche se, purtroppo, resa protagonista di una serie di gag fin troppo reiterate, insistenti sul tormentone dell’alitosi).

“E’ un whisky maschio senza raschio…”

Particolarmente riuscito il finale, che rende visibile  dopo la narrazione ad opera di Mandrake l’aula del tribunale, dove i nostri eroi siedono al banco degli imputati di fronte all’irreprensibile giudice interpretato da Adolfo Celi, il quale non mancherà di rendere presto evidente la propria autorevolezza (Piripicchio è figlio di Uragano e Apocalisse: e basta! O faccio sgombrare l’aula!) e si dimostrerà accondiscendente al ritratto, offerto sempre da Mandrake e condiviso da tutti i presenti, del giocatore di cavalli, che, nell’alternanza di serio e faceto nel suo impietoso sarcasmo, riesce ad andare ben oltre la semplice nota di costume.  
In conclusione, Febbre da cavallo, contestualizzato al suo periodo di realizzazione, sembra voler prendere le distanze, coscientemente, dalla tendenza che stava sempre più prendendo piede nell’ambito della commedia all’italiana alla vigilia di profondi mutamenti sociali, ovvero l’assunzione di toni sempre più aspri, espressione di un profondo disincanto,  proprio di quanti si son resi conto dell’impossibilità di mutare lo stato delle cose  attraverso la critica, venata da toni comici, cinici e grotteschi,  espressa negli anni all’arrivismo sociale, al facile benessere, con la rappresentazione, sullo sfondo, della speranza di un mondo migliore, quest’ultima ormai del tutto disattesa.

Proietti, Montesano, Mario Carotenuto, De Rosa, Adolfo Celi, Spaak

Può essere così finalmente valorizzato nella sua più pura essenza di opera comica, leggera ma non evanescente, professionalmente diretta ed interpretata, idonea ad intrattenere con un umorismo certo di stampo popolare ma genuino e sincero, offrendo un ancora valido esempio di  cinema “medio”, atto a conciliare risata e riflessione, disamina sociale ed ironia, del quale avvertiamo inevitabilmente la mancanza considerando l’attuale proposta nel genere commedia, fatte salve lodevoli e benvenute eccezioni, di realizzazioni  standardizzate,  estemporanee e abborracciate, mancanti soprattutto di una propria identità e prive di qualsiasi mordente, improntate all’insegna di un generico e ruffiano facce ridere, poco rispettoso degli spettatori.
Da ricordare la caratteristica colonna sonora realizzata da Franco Bixio, Fabio Frizzi e Vice Tempera, ripresa anche nel sequel del 2002, richiesto a furor di popolo, Febbre da cavallo- La mandrakata, diretto da Carlo Vanzina, in egual misura nostalgico e divertente, grazie in particolare alla ottima performance di Proietti,  e il recente musical andato in scena al Teatro Sistina di Roma.

 

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