Bande à part (1964)

Parigi, anni ’60. Franz (Sami Frey) ed Arthur (Claude Brasseur), due spiantati perdigiorno, percorrono le vie cittadine a bordo di una malmessa Simca cabriolet; sono diretti a Joinville, così da perlustrare i dintorni di una villa dove, a detta della comune amica Odile (Anna Karina), conosciuta frequentando una scuola d’inglese, il maggiordomo di sua zia Vittoria nasconderebbe all’interno di un armadio un’ingente quantità di danaro, che intenderebbero rubare. Odile, ragazza ingenua, sognatrice e romantica, anche lei come i due sfaccendati con l’aria da “duri” alla ricerca di un proprio posto nel mondo, accetta senza particolare riserve il corteggiamento, sfacciato e disinvolto, esternatole da Arthur, mentre Franz appare più ambiguo ed umbratile; si aggregherà dunque a loro per portare il piano a compimento, facilitandone l’ingresso nella dimora, ovviamente di notte, come imposto dalla tradizione dei romanzetti da quattro soldi o di certi filmetti americani, giusto il tempo di acquistare un libro alle bancarelle poste lungo la Senna e di una veloce visita al Louvre, tutta di corsa, così da battere, per due secondi, il record stabilito al riguardo da un turista americano, meno di dieci minuti. Non ogni cosa, però, andrà per il verso giusto, la notizia della somma di denaro è infatti giunta alle orecchie dello zio di Arthur, cui fa certo gola; il furto, in fondo, è un “lavoro” serio, non basta certo ingegnarsi nel mettere in pratica le fantasie scaturite dalla visione dei film al cinematografo, calza da donna calata sul viso e revolver in pugno …

Sami Frey, Anna Karina e Claude Brasseur

Scritto e diretto da Jean-Luc Godard, adattando il romanzo Fool’s Gold di Dolores Hitchens (edito in Francia come Pigeon vole, nell’economica Série Noire della Gallimard), Bande à part rappresenta, oltre che un dichiarato omaggio alla letteratura pulp e alle produzioni hollywoodiane di serie B, il trionfo, scanzonato e sfrontato, di una piena e compiuta libertà espressiva, improntata agli stilemi propri della Nouvelle Vague, la “nuova onda” del cinema francese che prese piede tra la primavera del ’59 e l’autunno del ’63, spazzando via l’accademismo ereditato dagli anni ’30 e sostenendo la “politica degli autori”, i diritti del regista quale padrone assoluto del linguaggio cinematografico. Rifacendosi a nuovi modelli di riferimento (fra i quali Roberto Rossellini) la macchina da presa tornava nelle strade, riprendeva contatto con la realtà, abbandonando l’artificio degli studi cinematografici, si cercavano attori nuovi, che potessero dare una patina di autenticità ai personaggi interpretati. Ecco allora in Bande à part  una modalità di ripresa estremamente mobile, veloce, sempre al passo dei protagonisti, oltre che intenta a circoscrivere ogni elemento dell’ambiente circostante, le strade trafficate di Parigi, i suoi desolati sobborghi, la gente di passaggio, assecondando così la casualità, l’accadimento materializzatosi dinnanzi all’obiettivo ed offerto all’elaborazione degli spettatori, ottimamente supportata al riguardo dalla fotografia di Raoul Coutard, idonea ad esaltare  le tonalità di un  bianco e nero dal rarefatto gusto pittorico, così come da un incisivo e frammentato contrappunto sonoro (Michel Legrand) e da un montaggio piuttosto fluido (Françoise Collin, Agnès Guillemot)

La voce narrante dello stesso Godard interviene spesso nel corso della narrazione, offrendo spiegazioni ai vari avvenimenti, già accaduti o sul punto di compiersi, esibendo un linguaggio aulico in ironica contrapposizione all’ordinarietà di quanto verrà a visualizzarsi sullo schermo, andando ad aggiungersi alle varie digressioni presenti nel racconto, una su tutte la celebre sequenza della danza a tre all’interno di un bar, ripresa, fra gli altri, da Quentin Tarantino in Pulp Fiction, 1992 (d’altronde il cineasta americano aveva fondato una società di produzione denominata A Band Apart): Franz, Arthur e Odile eseguono i passi imposti dal ritmo della Madison Dance (così la definiva Karina), vicini ma distanti, apparentemente affiatati ma immersi in pensieri del tutto differenti, esternati sempre dalla suddetta  voce narrante, per quanto divergenti verso un unico punto attrattivo, costituito dal personaggio femminile, suggestivo melange  d’ingenuità, malizia e candido erotismo, ben reso da Anna Karina ed evidente soprattutto negli incisivi primi piani dei quali è oggetto. Buona anche la prova di Frey e Brasseur, nell’offrire l’immagine di due  losers sognatori di un universo a loro dimensione, l’uno più romantico e tuttavia concreto, l’altro più brutale, cinico e diretto.
Altre sequenze memorabili, sempre in odore di un costante fluire in divenire, la giocosa corsa all’interno del Louvre (sarà ripresa da Bernardo Bertolucci in The Dreamers, 2003) e, ancora prima, un minuto di silenzio al tavolo del caffè (35-40 secondi in realtà), con la totale assenza di qualsiasi suono, la lettura delle notizie dei quotidiani a voce alta da parte dei due amici o la lezione d’inglese, con la declamazione da parte dell’insegnante di un brano tratto da Romeo e Giulietta, mentre Arthur rivolge il suo plateale ed insistito corteggiamento ad Odile.

L’intero iter narrativo si snoda attraverso note lievi ed ironiche che si rendono progressivamente dolenti, malinconiche (la poesia di Aragon recitata da Odile in metropolitana, i cui versi vanno a coprire le immagini dei clochard stesi lungo i marciapiedi), con queste ultime a trovare il loro apogeo nel finale del film, quando, per dirla con Franz, all’interno di uno scenario tanto reale quanto astratto, non si sa se è il mondo che sta diventando sogno o se sia il sogno a diventare mondo, evidenziando infine l’impossibilità per le persone di formare un tutto.
La narrazione si conclude come in un romanzo economico, in questo istante sublime dell’esistenza in cui nulla è in declino, nulla si degrada e nulla decade, sono le parole di Godard, il quale però non risparmia un finale, dopo tanta irriverente inventiva registica, colmo di acre sarcasmo nel riferimento ai citati B movie americani, preannunciando un seguito, ma questa volta in Cinemascope e Technicolor, di questa ironica incursione nel noir, riecheggiante il triangolo visto in Julies e Jim di François Truffaut, 1962.
Bande à part in passato ha conosciuto qualche proiezione nelle sale italiane, con il curioso titolo Separato magnetico, mentre recentemente, nel corso del  mese di febbraio, Movies Inspired  ne ha previsto il ritorno nei nostri cinema in versione restaurata, offrendo così l’occasione di riscoprire o, perché no, di scoprire, invito rivolto alle nuove generazioni, un modo certo diverso di “fare cinema”, libero da costrizioni, sanamente creativo, circoscritto, sempre e comunque, all’interno di un concreto e compiuto percorso artistico, capace di coniugare autorialità e limpidezza espositiva.

Pubblicato in data 02/03/2018 su Lumière e i suoi fratelli-Cultura cinematografica e crossmedialità

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