Ladri di biciclette (1948)

Roma, fine anni ‘40. Antonio Ricci (Lamberto Maggiorani), disoccupato da due anni, ottiene finalmente un posto di lavoro, attacchino municipale, a condizione, però, di possedere una bicicletta.
Non resta che spignorarla al Monte di Pietà, sacrificando, su iniziativa della moglie Maria (Lianella Carell), le lenzuola di casa, “si può dormire anche senza”; Antonio è al settimo cielo, uno stipendio, per di più comunale, la possibilità degli assegni familiari, ma proprio il primo giorno del nuovo mestiere, mentre sta attaccando un manifesto, il velocipede gli viene rubato sotto i suoi occhi, nella frazione di un attimo.
Antonio si reca al commissariato per sporgere denuncia, che viene accolta con fare distratto, se ne rubano tante di biciclette a Roma, vi sono affari più urgenti da sbrigare, come gestire l’ordine riguardo alcuni comizi, è stato comunque registrato il numero di matricola, nel caso venisse rinvenuta sarà avvisato.
All’uomo, in preda ad un comprensibile sconforto,  non resta che mettersi alla ricerca di quanto gli è stato sottratto, insieme ad alcuni amici ed accompagnato dal figlioletto Bruno (Enzo Staiola), garzone presso una pompa di benzina, iniziando da Piazza Vittorio e proseguendo a Porta Portese.

Lamberto Maggiorani

Padre e figlio si trovano poi a vagare per la Capitale tra il pomeriggio di sabato e l’intera giornata di domenica, senza alcun risultato, quando Antonio, sempre più disperato ed ormai rassegnato, riconosce il ladro ma non può consegnarlo alla giustizia, visto che l’intero quartiere gli si pone contro e lo stesso mariuolo inscena un attacco epilettico, causa lo spavento arrecatogli. In attesa dell’autobus nota una bicicletta incustodita, l’afferra, vi sale su, spinge forte sui pedali, ma viene presto raggiunto dai passanti e dal derubato, che si astiene dal condurlo in questura, una volta incrociato lo sguardo in lacrime di Bruno. Antonio ora cammina tra la folla, solo con il figlio, mano nella mano, una stretta che per entrambi sta a significare coraggio e speranza, mentre l’intera città sembra chiudersi su di loro. Ladri di biciclette, diretto da Vittorio De Sica su soggetto di Cesare Zavattini (i due scrissero anche la sceneggiatura, insieme a Suso Cecchi D’Amico Oreste Biancoli, Adolfo Franci, Gherardo Gherardi e Gerardo Guerrieri), trae spunto dall’omonimo romanzo di Luigi Bartolini e rappresenta nel suo felice intarsio tra perfezione formale, equilibrio di istanze realiste, sentimenti populisti, note psicologiche e sincera pietà, l’espressione più concreta del Neorealismo.

Maggiorani e Enzo Staiola

Sorprende ancora oggi come la macchina da presa sappia farsi pudica indagatrice  dello stato sociale proprio di un’Italia sospesa, a tre anni dalla conclusione del II conflitto, fra ricostruzione, non solo materiale, ed attesa per tempi migliori: ognuno ha ripreso, o sta provando a riprendere, un’attività idonea a collocarlo in un determinato ambito all’interno della comunità, anche se a predominare è essenzialmente un conflitto fra poveri, al limite della possibilità di sopravvivenza (emblematico l’indugiare del regista all’interno del Monte di Pietà sulle cataste infinite di lenzuola cui vanno ad aggiungersi quelle di Antonio e Maria), mentre brevi barlumi di benessere sembrano riguardare le classi più agiate, vedi l’individualismo rivestito da elargita carità cristiana della buona borghesia, intenta ad elargire un pasto caldo, ma solo dopo che i commensali abbiano preso parte alla messa. Al riguardo, a rendere testimonianza di quanto anche nella cornice di una tragica realtà vi sia chi comunque non sembra aver subito contraccolpi evidenti e continua la propria vita di sempre, come nulla fosse successo, credo vada ricordata la famosa sequenza della trattoria, dove Antonio e Bruno, dopo un travagliato peregrinare ed un diverbio fra i due, si fermano per mangiare.

“O la trovi adesso o non la trovi più”

Dietro il tavolo da loro occupato vi è un bimbetto ben vestito e la sua famiglia, intenti a far onore ad una serie di pietanze, ma tale coetaneo appare come estraneo al contesto familiare, mentre Bruno, che addenta con soddisfazione la sua mozzarella in carrozza, discute insieme al padre riguardo le future possibilità di rimettersi in sesto, confidando si possa ritrovare la bicicletta. Due diversi tipi d’Italia, dunque, quella che il domani se l’è visto assegnato e chi cerca almeno d’immaginarselo, ancor prima di comprendere se sarà possibile guadagnarselo. L’indifferenza, o comunque l’interesse distratto verso le dolenti problematiche altrui, è rinvenibile non solo nell’ambito istituzionale  o in quello delle classi agiate, ma anche, contrasto ancor più efferato, all’interno dei ceti più bassi (la solidarietà espressa dall’intero quartiere rivolta al giovane ladro, incensurato e malato “figlio di mamma”), trovando manifesta esplicazione nella lapalissiana “profezia”, o la trovi adesso o non la trovi più,  espressa da una sedicente santona, quest’ ultima visualizzazione colorita di un paese del tutto sospeso fra ataviche credenze, un po’ “oppio dei popoli”, un po’ necessaria speranza, ed una modernità, nel senso di un progresso portatore di un reale sviluppo, ancora semplicemente anelata.

L’iter narrativo appare proteso a far sì che, pur all’interno di una ricostruzione filmica, venga visualizzata una coincidenza con la reale successione temporale (evidente soprattutto nella sequenza del furto da parte di Antonio, dal suo sguardo disperato alla decisione repentina, fino alla breve fuga), la macchina da presa sembra capitata per caso all’interno di un quartiere popolare e s’intrufola con fare discreto al suo interno, evidenziandone le misere condizioni di vita, per poi “pedinare” i protagonisti, attori non professionisti, lungo quartieri e vie della città di Roma, assecondando, in parziale soggettiva, gli sguardi di un padre e di un figlio verso ciò che li circonda o quelli che si scambiano tra di loro, nella rappresentazione di un dramma dolorosamente muto, nell’alternarsi di rinnovata speranza e subitanea disperazione.

Emerge con vivida e lucida forza espressiva la brutale constatazione di come l’uomo, l’essere umano, una volta fuori, non per sua scelta, dal contesto sociale, privato della possibilità di una dimensione lavorativa e non rinvenendo solidarietà alcuna nei suoi simili, possa regredire verso uno stato di desolante brutalità, giungendo infine al compimento di gesti estremi, dalla sberla al figlio, sgomentato ed abbattuto quanto lui, fino al citato furto, estraniandosi quindi da qualsivoglia dignità  e perdendo del tutto la propria primaria identità, che  ritorna prepotente nella bellissima sequenza finale: la mano di Bruno cerca quella del padre, quest’ultimo la stringe nella sua, gli occhi attoniti e tumidi di entrambi, l’uno nuovamente bambino, l’altro nuovamente uomo, dolorosamente persi fra una folla indifferente che prosegue il suo cammino, smarrita nella ricerca di un senso da poter conferire all’ordinaria esistenza, al di là della quotidiana ritualità. Ladri di biciclette ottenne, fra gli altri riconoscimenti, un Premio Oscar (denominato Speciale, solo dal 1955 verrà intitolato al Miglior Film Straniero), il  secondo dopo Sciuscià per Vittorio De Sica.


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