Un ricordo di Pino Caruso

Pino Caruso (Si24)

Ci lascia l’attore Pino Caruso (Giuseppe C. all’anagrafe, Palermo, 1934), morto ieri, giovedì 7 marzo, a Roma. Interprete soprattutto teatrale, ma attivo anche al cinema e in televisione, Caruso è stato portatore di un’ironia incisiva, graffiante, mai volgare, che si manifestava spesso in raffinati calembour, espressi anche in qualità di scrittore (“Non voglio dir male dell’esistenza; ma una cosa è certa: non se ne esce vivi”, da Il diluvio universale. Acqua passata, 1995), evidenziando poi una non comune affabilità ed eleganza nel porsi in scena, come si può notare dal video che pubblico a fine articolo, una sua esibizione all’interno di uno spettacolo televisivo d’antan, delineando inoltre una sicilianità mai fine a se stessa o compiaciuta, bensì  connaturata alla propria modalità espressiva, piuttosto empatica. Il debutto sul palcoscenico di Caruso risale al 1958, quando, assunto in qualità di direttore di scena, si trovò  a recitare ne Il giuoco delle parti al Piccolo di Palermo, per poi entrare a far parte della compagnia di Emma Gramatica ed esibirsi infine allo Stabile di Catania.

(FilmTv)

La svolta decisiva nella carriera dell’attore siciliano  avvenne una volta  trasferitosi a Roma, dove, dal 1965 al 1967, recitò al Bagaglino. Del 1968 è, invece, il suo esordio televisivo, Che domenica amici, spettacolo grazie al quale acquisisce grande popolarità, al quale seguirono negli anni tante partecipazioni, come fra le altre, Dove sta Zazà (1973) con Gabriella Ferri e Due come noi (1978-1979) con Ornella Vanoni, senza dimenticare, dagli anni ’90 in poi, la presenza in varie fiction.
Al cinema, dopo “la prima volta” nel musicarello La più bella coppia  del mondo (Camillo Mastrocinque, 1968), Caruso recitò in molti film, attraversando più generi; ad avviso di chi scrive lasciò particolarmente il segno nei panni di Don Cirillo in  Malizia (Salvatore Samperi, 1973) e in quelli del commissario De Palma ne La donna della domenica (Luigi Comencini, 1975, tratto dall’omonimo romanzo di Carlo Fruttero e Franco Lucentini).

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