Bologna, La Repubblica delle idee 2019: un altro cinema, un’altra Italia

All’interno della manifestazione culturale La Repubblica delle idee, nata sette anni orsono dietro iniziativa di Ezio Mauro, direttore del quotidiano la Repubblica, la cui edizione 2019 si è svolta a Bologna dal 7 al 10 giugno, ho potuto assistere, tra l’altro, a due eventi particolarmente rilevanti incentrati sul ruolo del cinema all’interno della nostra società, quale apportatore di memoria condivisa ed impegno civile al contempo, protagonisti i registi Marco Tullio Giordana (Il cinema e il dovere della memoria) e Marco Bellocchio (La mafia in tasca); hanno avuto luogo entrambi sabato 8 giugno, nella Cappella Farnese di Palazzo D’Accursio, e nel loro svolgimento è emersa l’immagine di una “cinematografia altra”,  volta a mettere in scena un percorso emotivo idoneo a rispondere ad un interesse dell’opinione pubblica, quest’ultimo ancora vivido nonostante tutto,  a conoscere la verità su determinati accadimenti che hanno inciso, a volte mutandola, non sempre in meglio, sulla realtà sociale del nostro paese. Giordana, nel dialogare con il giornalista Lirio Abbate, ha esordito sostenendo che più che di dovere sarebbe proficuo parlare di piacere della memoria, superando così vincoli prescrittivi ma anche selettivi nel rammentare quanto si tenderebbe invece a rimuovere, rimarcando quale precipuo compito degli artisti il portare allo scoperto, alternando ricostruzione emotiva e riflessione, i tanti, troppi, misteri mai risolti quando non manipolati, anche politicamente, a vantaggio dell’una o dell’altra parte.

Scorrono sullo schermo sequenze tratte dai suoi film, l’esordio del 1980 con Maledetti vi amerò,  girato nell’estate del 1979,”un anno dopo l’omicidio di Moro e a quattro anni dalla morte di Pier Paolo Pasolini”, titolo che prende contatto con i profondi mutamenti in atto nel paese dopo gli eventi tumultuosi  del decennio precedente, visualizzandoli con lucidità ed una certa ironia dai toni amari, l’intenso finale di Pasolini, un delitto italiano, ’95, con un documento d’archivio ritraente l’intellettuale friulano, mentre dalla sua voce udiamo declamare La Guinea, i cui versi risuonano pervasi da un’inquietante lungimiranza  (L’intelligenza non avrà mai peso, mai, nel giudizio di questa pubblica opinione. Neppure sul sangue dei lager, tu otterrai da una dei milioni d’anime della nostra nazione,  un giudizio netto, interamente indignato: irreale è ogni idea, irreale ogni passione, di questo popolo ormai dissociato da secoli, la cui soave saggezza gli serve a vivere, non l’ha mai liberato), ancora sequenze tratte da I cento passi, La meglio gioventù, Romanzo di una strage, titoli che nel ricostruire determinati accadimenti rimarcano nella narrazione tanto la fragilità quanto la vitalità del nostro paese, binomio tuttora presente nell’ambito di un’epoca, riprendendo le parole di Giordana, “dominata dalla paura verso tutto e verso tutti, nascosta dalla presunzione di non aver timore di nulla”, dove “è più  facile turlupinare gli italiani puntando su emotività e rabbia anziché stimolare la loro intelligenza”.

L’incontro con Marco Bellocchio, che ha visto il regista dialogare insieme  alle giornaliste Arianna Finos e Liana Milella, ha avuto quale punto di partenza la genesi del suo ultimo film, Il traditore , presentato in concorso al 72mo Festival di Cannes, incentrato sul personaggio di Tommaso Buscetta. Bellocchio ha quindi evidenziato come del Boss dei due mondi fin quando non gli venne proposto il soggetto conoscesse ben poco, informazioni comuni, date dalla lettura di libri o dalla visione di qualche filmato televisivo, ma gli risultasse comunque intrigante procedere ad un racconto per immagini di un tema a lui estraneo, filtrato attraverso la sua poetica di stile, ovvero affrontare la realtà ricercando al riguardo modalità espressive sempre inedite, tra rigore formale ed estrema lucidità, sempre lontano da ideologia e retorica. Ecco quindi la presa di distanza dalle consuete convenzioni cinematografiche tipiche dei “mafia movies”, a partire all’attenzione rivolta verso il dialetto siciliano quale vera e propria lingua, rifuggendo il consueto impiego macchiettistico, puntando poi sulle ottime interpretazioni attoriali, a partire da Favino nei panni di Buscetta, senza dimenticare il Totuccio Contorno magistralmente reso da Luigi Lo Cascio.

Le difficoltà maggiori, ha spiegato Bellocchio, sono nate dall’esigenza di sintetizzare gli eventi narrati all’interno di un romanzo cinematografico, a volte adattando le date  o eliminando qualche sequenza volta ad evidenziare l’intenso legame fra Buscetta e la terza moglie Cristina (Maria Fernando Candido), ma la fatica è stata ripagata dell’enorme successo internazionale e, soprattutto, dall’inaspettata risposta del pubblico italiano, anche di quello più giovane, un segnale forte che evidenzia come sia ancora vivo l’interesse verso determinati accadimenti recenti di storia patria, tanto da parte di chi ne sa per averli vissuti al tempo e magari intende comprendere determinate dinamiche in virtù di una visione tendenzialmente oggettiva, quanto da quelle generazioni  che di quei fatti ne hanno solo sentito parlare e, probabilmente, guardando al passato potrebbero avere una visione più nitida del presente, per dirla con Umberto Eco.

Pier Paolo Pasolini (Tumblr)

Un errore quindi, ha sottolineato Arianna Finos, ridimensionare la portata della Storia nell’ambito dell’istruzione scolastica ed egualmente ha sostenuto Bellocchio nel risponderle, avvertendo in particolare l’urgenza di rivitalizzarla, mantenendosi distanti dal semplice ricordare in odor di nostalgia e patetismo . Due incontri culturalmente rilevanti, andando a concludere, ambedue proficua testimonianza non solo della possibilità di un cinema “diverso”, riprendendo quanto scritto nel corso dell’articolo, ma anche dell’esistenza di un’altra Italia, che rifugge dagli slogan lanciati dai social in guisa di rinnovato Palazzo Venezia, capace di interrogarsi criticamente sul proprio passato per offrire un senso di inedita speranza al presente, un paese che, un po’ come il povero Stracci (Mario Cipriani) de La ricotta pasoliniana, probabilmente deve crepare per poter dimostrare di essere vivo.

 

Una risposta a “Bologna, La Repubblica delle idee 2019: un altro cinema, un’altra Italia

  1. L’ha ribloggato su Lumière e i suoi fratelli.

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