Pane, amore e fantasia (1953)

(FilmTV)

Sagliena, Italia centrale, inizio anni ’50. Una comunità profondamente rurale, un paese che qua e là ancora porta i segni della guerra, così come di qualche scossa tellurica; qui giunge il maresciallo Antonio Carotenuto (Vittorio De Sica), aitante uomo di mezz’età, scapolo, per dirigere la locale stazione dei Carabinieri. Affettuosamente accudito dalla domestica Caramella (Tina Pica), ben presto al nostro la vita di paese sembrerà andare piuttosto stretta, poche distrazioni e tanti pettegolezzi, ma tra gli abitanti vi è chi attira la sua attenzione, come la giovane e chiacchierata contadina Maria De Ritis (Gina Lollobrigida), detta Pizzicarella la Bersagliera, che però è segretamente innamorata del timido e serioso carabiniere Stelluti (Alberto Risso), sul quale ha messo gli occhi anche Paoletta (Maria Pia Casilio), sagrestana della locale parrocchia, per quanto a Carotenuto non sia certo indifferente la levatrice Annarella (Marisa Merlini), che pare, stando alle tante voci che circolano, nasconda qualche segreto, addirittura nella Capitale, dove è solita recarsi con una certa frequenza. Nel susseguirsi di alterne e colorite vicende, fra un malinteso e l’altro, che vedranno inoltre l’intervento chiarificatore del  parroco don Emidio (Virgilio Riento), sarà proprio l’attempato ganimede  a consentire una svolta definitiva verso il lieto fine tanto alle proprie che alle altrui ambasce sentimentali …

Gina Lollobrigida e Vittorio De Sica (artesettima)

Diretto da Luigi Comencini, regista particolarmente poliedrico riguardo tematiche e stilemi narrativi, piuttosto sensibile ai mutamenti che andavano ad interessare il nostro paese dal secondo dopoguerra in poi, colti tanto in un ambito collettivo che individuale, Pane, amore e fantasia,  film del quale scrisse anche la sceneggiatura insieme ad Ettore Margadonna, autore del soggetto, rappresenta il suo primo grande successo di pubblico, pur attirandosi gli strali della critica del tempo; il regista venne infatti accusato di aver “sporcato di rosa” scelte stilistiche proprie del Neorealismo (le riprese in esterni, a Castel San Pietro Romano, l’uso della presa diretta, i dialoghi in dialetto o sottolineati da vari inflessioni) con tutta una serie di scaramucce sentimentali contornate dalla predominanza di toni umoristici ed allegri, parzialmente debitori, in particolare riguardo la caratterizzazione dei personaggi, della Commedia dell’Arte. Margadonna trasferì nell’originaria scrittura i ricordi relativi al suo paese natale, Palena, in Abruzzo, soffermandosi sulla definizione delle figure più tipiche, ponendo come elementi portanti i due rappresentanti istituzionali, il maresciallo, che dapprima prevedeva come interprete Gino Cervi, e il parroco, a rappresentare rispettivamente ordine e moralità, per quanto il soggetto originale venne fortemente modificato, cercando soprattutto di non screditare l’immagine dei Carabinieri.

Lollobrigida e Roberto Risso (CineBlog)

La solida regia di Comencini riesce a conferire all’iter narrativo una compiuta coralità, offrendo rilevanza con sapienti movimenti di macchina tanto al degradato contesto sociale, disagi economici ed arretratezza culturale, quanto ai vari personaggi, trasmutando la loro consistenza macchiettistica in una sana genuinità popolare, fra spontaneità e sincera tenerezza: difficile dimenticare l’interpretazione offerta da De Sica, che alterna con disinvoltura atteggiamenti da bon vivant (l’intimazione di un taglio in punta di forbice, scuola francese, al barbiere pronto ad eseguire la sfumatura con la macchinetta) ed ammaliante seduttore, fine declamatore, fra l’altro, di versi presi a prestito da famosi poeti, a quelli, che più gli sono propri, di bonario padre di famiglia, rassegnato alla solitudine (l’insistito “per me … oramai” a quanti gli paventano un definitivo coinvolgimento sentimentale) nel gestire “gli ultimi fuochi”; la “Lollo” non sarà mai più così a suo agio come nel ruolo della bella popolana, che, nell’evoluzione ispirata dal personaggio di Carmela (Maria Fiore) in Due soldi di speranza, diretto da Renato Castellani nel 1952 e che vedeva quale autore del soggetto il citato Margadonna, ben rappresenta un’ inedita raffigurazione femminile, di ascendenze goldoniane come notato da molti, incline all’autodeterminazione nel rendersi artefice del proprio destino mettendo a tacere le malelingue e destreggiandosi fra maldestri pretendenti nel ricercare e difendere un amore puro e sincero.

Marisa Merlini e De Sica (Berlino Magazine)

Altrettanto memorabili le prove offerte da abili caratteristi quali l’elegante Marisa Merlini, anch’essa intensa figura femminile volta a conferire un significato inedito alla propria esistenza,  l’arguta Caramella di Tina Pica, Memmo Carotenuto e la sua placida ironia, Virgilio Riento e il fatalismo misto a speranza nella divina provvidenza del suo don Emidio, senza dimenticare la Paoletta di Maria Pia Casilio, segno della croce e maldicenze in un sol colpo, e lo Stelluti di Alberto Risso, giuggiolone dal cuore d’oro, che ritornerà avanzato di grado in Tuppe tuppe, Marescià! (distribuito anche con il titolo È permesso Maresciallo?), pellicola del 1958 diretta da Carlo Ludovico Bragaglia, che segue ai due sequel Pane amore e gelosia, 1954, identico regista e cast, Pane amore e…, 1955, regia di Dino Risi e Sophia Loren protagonista, senza dimenticare l’indefinito Pane amore e Andalusia, 1958, di Xavier Setò; Pane amore e fantasia fece conseguire a Gina Lollobrigida il Nastro d’Argento come migliore attrice protagonista, mentre il film vinse l’Orso d’Argento alla quarta edizione del Festival di Berlino nel 1954; nello stesso anno venne incluso dal National Board of Review of Motion Pictures all’interno della lista dei migliori film stranieri dell’anno ed ottenne una candidatura nella categoria Miglior Soggetto agli Academy Awards del 1954.

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Che mangi?
Pane.
E dentro che ci metti?
Fantasia, marescià !

(Breve dialogo tra il maresciallo Carotenuto-De Sica ed un abitante di Sagliena, in una scena del film)


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