Un sacco bello (1980)

(Pinterest)

Roma, 1979, in prossimità di Ferragosto. Tre individui, quanto mai diversi fra loro, si preparano ad affrontare la festività.  Enzo (Carlo Verdone), bullo di periferia, dopo le sue abluzioni è in procinto di mettersi in ghingheri, sulle note di un ritmico motivo rock: pantaloni attillati con gran dispiego di cotone nella patta a dimostrazione di una prorompente virilità pronto uso, camicia en pendant aperta sul petto, ovviamente villoso, dove fa bella mostra di sé un vistoso “catenone” , collana scelta, fra le tante impilate nell’armadio, con la stessa attenzione che un dirigente d’azienda riserverebbe alla cravatta. Infine un’ulteriore aggiustata al ciuffo, una rapida sistemata alla valigia ed è pronto alla partenza verso Cracovia a bordo di una rombante spider, in compagnia dell’amico Sergio (Renato Scarpa), il quale rivela però un carattere molto più mite, lontano da fanfaronate e arie da scafato viveur, tanto da non essere propriamente entusiasta del paventato tour volto a conquistare donne dell’Est con donazioni a base di calze di seta e penne a sfera.
Per di più, appena usciti dalla Capitale, il compagno di viaggio andrà incontro ad una violenta colica con tanto di ricovero in ospedale, per cui all’esaltato coatto non resterà altro che consultare un’agendina quasi vuota per rinvenire qualcun altro che lo affianchi nell’epica impresa … Ruggero (Verdone), sorta di hippie facente parte della comune I figli dell’amore eterno, insieme alla compagna Fiorenza (Isabella De Bernardi) cerca proseliti ed offerte ai semafori: qui avverrà l’incontro, in apparenza casuale, col padre (Mario Brega), che, incapace di comprendere i motivi dell’allontanamento del figlio, cercherà di ricondurlo nell’alveo del “buon nido borghese”, una volta trascinatolo a casa per sottoporlo ai sermoni di padre Alfio, ai pistolotti di un anziano ed autoritario professore e ai saggi consigli da assennato padre di famiglia del cugino Anselmo.

Renato Scarpa e Carlo Verdone (Noi degli 80 90)

Ma Ruggero è ormai del tutto preso dalla sua visione di un nuovo mondo, lontano dalla violenza e dalla materialità, dominato dall’amore universale, per quanto il genitore, che si professa comunista (con entrambe le mani strette in un pugno chiuso), non può far meno di pensare al racconto dell’ incontro con un sedicente maestro e alla sua esibizione della “lunga spada di fuoco” dietro un cespuglio …
Leo (Verdone), cocco di mamma timido ed insicuro, fare impacciato e sguardo spesso volto in alto, perso probabilmente in qualche del tutto personale astrazione, è in procinto di prendere la corriera per Ladispoli, così da raggiungere la genitrice. Incontra però Marisol (Veronica Miriel), bella e disinvolta ragazza spagnola, alle prese con l’ostello al completo e finirà con l’ospitarla, dopo varie titubanze, a casa sua, solo per una notte però, considerato come già fatichi a trovare scuse valide per giustificare il ritardo alla madre. L’imbranato ragazzone si darà dunque da fare per garantire alla fanciulla un buon soggiorno, andranno insieme allo zoo, le preparerà una romantica cenetta, stappando addirittura una preziosa bottiglia  di vino tinto conservata da mamma per le grande occasioni, ma proprio quando il ghiaccio sarà sciolto ed il nostro sembra aver gettato alle ortiche ogni insicurezza…

Mario Brega e Verdone (Rolling Stone)

Correva l’anno 1980 e, sotto l’illuminante spinta produttiva di Sergio Leone, usciva nei cinema italiani Un sacco bello, esordio sul grande schermo di Carlo Verdone, regista, sceneggiatore (insieme a Leo Benvenuti e Piero De Bernardi) ed attore protagonista, dispiegando a tale ultimo riguardo un abilità camaleontica alla Fregoli, idonea a fargli interpretare con immedesimazione antropologica e notevole resa empatica non solo i tre personaggi principali, ma anche altri secondari (Don Alfio, il professore integerrimo e il cugino Anselmo). Per la regia inizialmente furono proposti i nomi di Lina Wertmüller e Steno, ma fu lo stesso Leone ad insistere perché Verdone si dirigesse da solo, anche considerando la profonda conoscenza dei vari tipi umani che si andavano a rappresentare.
Questi ultimi erano tutti “figli”, insieme alle situazioni ad esse collegate, di un’attenta osservazione della realtà, rodati nel cabaret (Tali e quali) e poi in televisione (Non stop, 1979, Enzo Trapani, seconda stagione);qui però il bullo di quartiere, il cocco di mamma, il fricchettone, egualmente agli altri personaggi citati, si smarcano con forza dalla condizioni di semplici macchiette e diventano delle vere e proprie maschere, entrate poi negli anni nell’immaginario collettivo, andando a delineare degli efficaci ritratti relativi alla gioventù del tempo, dalle sfumature anche malinconiche.

Veronica Miriel e Verdone

Nei loro tic e vezzi vari si cela una soffusa e pacata riflessione, dall’ironia amara, sulle sorprese che la vita ci riserva, sulle occasioni mancate, su quanto ci viene dato ed improvvisamente tolto, sull’amore e sull’impossibilità di viverlo nella sua “normalità”, con un occhio particolarmente attento ai mutamenti del costume e della morale. Attraversato dal felice motivo sonoro di Ennio Morricone, che ricorre come nei western leoniani al fischio di Alessandro Alessandroni sottolineando con tono elegiaco lo scorrere delle vicende, Un sacco bello rivela poi anche la bravura del Verdone regista nel riuscire a rendere la Capitale, quasi deserta in prossimità del Ferragosto, ulteriore protagonista nel contornare i vari accadimenti con la sua aura sospesa fra eterna bellezza e bonaria indolenza, così come a conferire pregnante caratterizzazione a personaggi in apparenza secondari quali il “buon borghese” di Brega o la “reazionaria” Fiorenza (la brava De Bernardi).
Enzo, Ruggero, Leo, sono tutti “diversamente giovani” alla ricerca di una propria identità e di un proprio posto nel mondo, fondamentalmente soli in quanto incapaci di esprimere compiutamente la propria individualità se non nell’ambito di uno scopo variabile quale opportuno punto di riferimento all’interno di una società propensa ad una continua trasformazione anche in nome di una  trasmutazione profonda dei valori ed ancora attraversata da violente reazioni sociali, vedi quel forte boato, un’esplosione, che irrompe nel finale del film.

Isabella De Bernardi e Verdone (Cinema Fanpage)

Un probabile richiamo, secondo molti, agli episodi degli anni di piombo (forse all’ attentato terroristico avvenuto al Campidoglio nel ’79), avvenimento inteso a riunire idealmente tutti e tre i personaggi, mettendoli di fronte all’illusorietà esistenziale, determinate opportunità che, per un motivo o per un altro, se ne vanno via in un soffio di vento, anche se ognuno di loro vi reagirà in maniera diversa:Enzo al telefono chiuderà semplicemente la finestra per non essere disturbato nella conversazione col probabile nuovo compagno di viaggio, Ruggero, di ritorno alla comune, borbotterà qualcosa su come non convenga più vivere in città e Leo è invece preso dalla solita routine, la madre, Ladispoli, l’olio sparso per strada… La potenziale frammentazione in sketch viene evitata dall’efficace montaggio parallelo (Eugenio Alabiso), che incrocia fra loro i vari accadimenti offrendo una compiuta narrazione corale, evidenziando in questo riuscito esordio una  notevole sensibilità autoriale; Verdone dosa amabilmente garbata satira, malinconia ed assenza di volgarità, tutti elementi che troveranno ulteriore e matura concretezza nelle produzioni future. Con Un sacco bello l’artista romano si aggiudicò il Premio David di Donatello 1980 e il Nastro d’Argento 1980, entrambi come miglior attore esordiente.

Pubblicato su Diari di Cineclub n.85- Luglio 2020

 

 

 


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