Ugo Tognazzi, attore dai mille volti

Ugo Tognazzi (MAM-E)

Il 27 ottobre del 1990, trent’anni orsono, ci lasciava Ugo Tognazzi (Cremona, 1922), attore dai mille volti. Dalla comicità della rivista, che lo vide protagonista a partire dal 1945, alla tragedia degli uomini ridicoli, dalla tv in bianco e nero al cinema, fino a tutti gli anni Ottanta, ha dato vita a personaggi assai diversi, comici, grotteschi, tragici, sfruttando la capacità d’intrattenere il pubblico nel raccontare una qualsiasi storia, con quella voce così particolare nel mutare dalla pacatezza al tono più stridulo, accompagnata da una mimica del tutto naturale, egualmente alla propensione nel lanciare la battuta. Tutte doti che lo fecero apprezzare inizialmente sul palcoscenico e che, dal 1950, furono trasferite sul grande schermo; prendeva quindi vita una serie di film dove la libera improvvisazione attoriale predominava sulla regia, affidandosi alla capacità del singolo interprete di adattare i lievi parametri di una sceneggiatura- canovaccio al susseguirsi delle varie situazioni comiche, in modo da offrire una combinazione più o meno ordinata, cinematograficamente parlando, di sketch e gag. Titoli diretti da registi quali Mario Mattoli, Giorgio C. Simonelli, Camillo Mastrocinque, dove Tognazzi si trovava a recitare insieme a colleghi coi quali aveva già condiviso il proscenio della rivista, fra i quali si possono ricordare, tra gli altri, Lauretta Masiero, Aroldo Tieri, Riccardo Billi, Walter Chiari, Carlo Campanini, Mario Riva ma in particolare Raimondo Vianello, il suo partner ideale; grazie soprattutto ad autori come Giulio Scarnicci e Renzo Tarabusi, la splendida coppia aveva già potuto dare voce sul palcoscenico ad un nuovo tipo di comicità vagamente disincantata, mai greve, con una certa cattiveria canzonatoria di fondo, che ne fece la fortuna anche televisiva (Un, due e tre, dal 1954 al 1960, spettacolo la cui freschezza inventiva risalta ancora oggi).

(eBay)

Dopo un film che si distaccava dalla descritta serialità, Che gioia vivere (René Clement, 1961), Tognazzi si trovò nella possibilità d’interpretare personaggi complessi, dalle varie sfaccettature, grazie agli sceneggiatori Castellano e Pipolo, coadiuvati dal regista Luciano Salce, che lo vollero protagonista per Il federale (1961) e poi nei successivi La voglia matta e Le ore dell’amore, offrendogli così risalto come interprete completo, capace di sfumature ironiche e drammatiche. Titoli quelli elencati in cui Tognazzi raffigurava con realistica efficacia, sullo sfondo di una società, di un mondo, in continua trasformazione, ritratti di uomini la cui ambizione, il porsi in competizione con quanto d’inedito si stava facendo strada nell’ambito della Storia, dei rapporti sociali, del costume, condurranno verso un’inevitabile, tragica, sconfitta. Personaggi in apparenza simpatici, affabili, ma fondamentalmente ipocriti, spesso sopraffatti da quella vita che pensavano di dominare, plasmare a proprio uso e consumo, vedi, uno fra i tanti, il conte Mascetti di Amici miei (Mario Monicelli, 1975), uomo meschino ma in fondo nobile nell’animo, forte di un’indomita vitalità. Nel corso della sua carriera, Tognazzi prese parte a 150 pellicole, molte delle quali passate alla storia come veri e propri cult della cinematografia italiana e che in questa sede non credo sia opportuno elencare, essenzialmente per ragioni di brevità espositiva.

(Coming Soon)

Da menzionare comunque alcuni film diretti da Marco Ferreri e scritti dal suo sceneggiatore di fiducia, lo spagnolo Rafael Azcona Fernández: Una storia moderna: l’ape regina (1963), La donna scimmia (1964), Marcia nuziale (1966), La grande bouffe (La grande abbuffata, 1973) e Touche pas la femme blanche (Non toccare la donna bianca, 1974), dove la contemporaneità dei personaggi resi da Tognazzi si ammantava di toni agri, grotteschi, morbidamente assecondati. Da non sottovalutare poi il lavoro di Tognazzi regista, l’esordio è del 1961, Il mantenuto, cui seguì Il fischio al naso, tratto dall’inquietante racconto di Dino Buzzati, Sette piani (1937). Ugualmente vanno ricordate opere particolarmente significative nel sottolinearne la coraggiosa duttilità interpretativa all’interno della produzione cinematografica propria del suo periodo di attività, come Il vizietto (La cage aux folles, 1978, Edouard Molinaro, dall’omonima opera teatrale di Jean Poiret, 1973) o, ancora prima, Splendori e miserie di Madame Royale (Vittorio Caprioli, 1970), senza dimenticare il film che gli valse il suo primo importante riconoscimento, la Palma d’Oro al 34mo Festival di Cannes come miglior attore protagonista, La tragedia di un uomo ridicolo, diretto da Bernardo Bertolucci; sarebbero ancora tanti, in verità, i titoli da citare soffermandosi anche sulla florida attività teatrale, ma mi sono volutamente, anche per non tediare, soffermato sulle tappe più importanti della carriera di un attore estremamente sensibile, i cui personaggi rappresentati, per usare le sue stesse parole avevano origine “sempre nell’osservazione della mediocrità della vita e quindi degli uomini” (La supercazzola (Istruzioni per l’Ugo), Ugo Tognazzi (A cura di Roberto Buffagni), Edizioni Mondadori, 2006).


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