Archivi tag: Billy Wilder

La fiamma del peccato (Double Indemnity, 1944)

Los Angeles, notte. Un’auto procede a forte velocità, attraversa un incrocio noncurante delle indicazioni semaforiche e sbanda pericolosamente: la sua corsa finisce di fronte l’entrata di un edificio dove ha sede la Pacific All Risk, una compagnia assicuratrice.
Dalla vettura discende Walter Neff (Fred MacMurray), che qui lavora in qualità di agente: il suo passo è incerto, come non può fare a meno di notare il guardiano notturno che lo accompagna in ascensore.
Giunto in ufficio, madido di sudore e sofferente, si siede alla scrivania, accende una sigaretta, prende la cornetta del dittafono ed inizia a narrare, rivolgendosi al suo superiore ed amico Barton Keyes (Edward G. Robinson), la  fosca storia in cui è rimasto coinvolto, masticando amaro nell’esternare la motivazione: “L’ho fatto per denaro e per una donna. E non ho avuto il denaro e non ho avuto la donna”. I fatti, spiega Neff, risalgono a tre mesi prima, quando, trovandosi a Glendale, venne a rammentarsi che da quelle parti abitava il petroliere Dietrichson (Tom Powers), la cui polizza assicurativa per le proprie auto era prossima alla scadenza. Decideva quindi di andarlo a trovare, così da avviare l’iter per il rinnovo. Accolto dall’affascinante moglie, Phyllis (Barbara Stanwyck), ne restava subitamente ammaliato, attrazione che si rivelò ben presto reciproca, l’attacco diretto di lui, la studiata ritrosia di lei, fra sguardi e dialoghi colmi di sottintesi. Il ghiaccio non fu difficile a sciogliersi, anzi, già da un successivo incontro la donna ebbe modo di raccontargli la propria insoddisfazione coniugale, un marito ricco, più anziano di lei, avaro e scostante nei suoi confronti, nonché incline ad alzare le mani se in preda ai fumi dell’alcool, rivelandogli poi l’intenzione di convincerlo a stipulare una polizza sulla vita, visto che nel suo lavoro un incidente era sempre possibile … Continua a leggere

Milano, MIC-Museo Interattivo del cinema: “Il fascino discreto di Marlene Dietrich”

Marlene Dietrich

Marlene Dietrich

Da oggi, venerdì 30 settembre e fino a venerdì 21 ottobre a Milano al MIC – Museo Interattivo del Cinema, Fondazione Cineteca Italiana presenta Il fascino discreto di Marlene Dietrich, un omaggio in 15 film che offre una panoramica su una delle massime icone non solo della storia del cinema ma di tutta l’arte del ‘900. Dopo gli studi alla scuola Max Reinhardt di Berlino, la Dietrich iniziò a lavorare alternando teatro e cinema, sempre in piccole parti, fin quando non la notò Joseph von Sternberg, che le affidò il ruolo di Lola-Lola, la cantante di cabaret in calze nere che fa impazzire l’austero professor Unrat (Emil Jannings) in L’angelo azzurro (Der Blaue Engel, 1930). Da quel momento la sua carriera spiccò il volo. Trasferitasi a Hollywood in fuga dalla Germania nazista ( benché a lungo desiderata, nel suo paese natale non sarebbe più tornata, meritandosi l’accusa di tradimento), la Dietrich finì ben presto col diventare sinonimo di una figura femminile ammaliatrice, libera, disinibita, angelo e demone al tempo stesso, dotata di un ambiguo erotismo androgino, la cui mascolinità piaceva alle donne e la cui sensualità stregava gli uomini. Di lei Ernest Hemingway, suo grande amico, disse: “Se non avesse nient’altro che la voce potrebbe spezzarti il cuore. Ma ha anche un corpo stupendo e il volto di una bellezza senza tempo”. Continua a leggere

Pretty Woman (1990)

Garry Marshall

Garry Marshall

Per ricordare il regista Garry Marshall, morto lo scorso 19 luglio a Burbank, California, ripubblico la mia recensione del suo film più famoso, quel Pretty Woman che nel 1990 lanciò nell’olimpo cinematografico Julia Roberts, dando forma con Richard Gere ad una delle più belle coppie cinematografiche di sempre, non a caso riproposta da Marshall in Runaway Bride (Se scappi ti sposo, 1999), per quanto il risultato complessivo alla fine fosse meno convincente rispetto al citato e fortunato predecessore. Marshall, nato a New York nel 1934 (da immigrati italiani: il suo cognome originario risulta Masciarelli), tanto in televisione quanto sul grande schermo (l’esordio con Young Doctors in Love, L’ospedale più pazzo del mondo, 1982, mentre l’ultimo film è Mother’s Day, 2016) ha dato voce con le sue realizzazioni a storie dove trovavano spazio la comprensione e condivisione di determinati ideali dal sapore “antico”, protagonisti individui inclini a riscoprire le personali aspirazioni spesso dimenticate lungo il cammino a causa di varie vicissitudini esistenziali, così da offrire spazio concreto alle proprie speranze. Fra le tante serie televisive da lui prodotte (da The Odd Couple, 1970-1975, a Mork & Mindy, 1978-1982), resta memorabile la sit com Happy Days, ambientata nell’ America dei “favolosi” e mitizzati anni ’50 (dal ’54 al ’64, per la precisione), capace di attualizzare nell’ apparentemente asettico microcosmo di Milwaukee, ansie e problematiche di varie generazioni, che andò avanti per 11 stagioni, con 255 episodi, dal 1974 sino al 1984.

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IMGLos Angeles. Edward Lewis (Richard Gere), disinvolto affarista, abbandona uno dei tanti party frequentati da gente a lui simile e, visto che la limousine è bloccata nel parcheggio, prende in prestito la Lotus Esprit del suo avvocato Philip (Jason Alexander).
Su e giù lungo l’ Hollywood Boulevard, dove sogni dorati e grigia realtà si scontrano ogni giorno, a disagio col cambio manuale e dotato di un senso dell’orientamento non propriamente simile a quello di un piccione viaggiatore, Edward ha ormai perso le speranze di poter raggiungere la sua dimora, il Beverly Regent Wilschire, quando ottiene un aiuto inaspettato, per quanto dietro congruo compenso, da parte di Vivian (Julia Roberts), ragazza di vita come si diceva un tempo, che insieme alla collega Kit (Laura Sangiacomo), batte lungo il citato Boulevard (nella zona che va da Bob Hope ad Ella Fitzgerald). Continua a leggere

Roma, torna la rassegna “A qualcuno piace classico”

6912_manifestoTorna anche quest’anno la rassegna più attesa dagli appassionati di cinema della capitale, A qualcuno piace classico, con una nuova serie di film imperdibili che hanno fatto la storia della settima arte da poter nuovamente ammirare sul grande schermo e nel formato originale della pellicola 35mm. L’appuntamento è come sempre a Palazzo delle Esposizioni, con ingresso libero fino a esaurimento posti: il via martedì 28 ottobre alle ore 21.00 con Scrivimi fermo posta, commedia capolavoro di Ernst Lubitsch, il cui famoso e ineguagliabile tocco è tornato alla ribalta nelle ultime stagioni con le riedizioni in sala di To Be Or Not To Be e Ninotchka.
La Hollywood degli anni d’oro è protagonista anche grazie ai film di maestri come John Ford (l’intramontabile Ombre rosse), Billy Wilder (Baciami, stupido), Joseph Mankiewicz (Operazione Cicero) e la coppia leggendaria formata da Josef von Sternberg e Marlene Dietrich (Disonorata), ma in programma vi sono anche autori fuori dagli schemi come lo Scorsese d’annata di Fuori orario o il Samuel Fuller de Il bacio perverso, divenuto un culto per generazioni di cinefili. Continua a leggere

A qualcuno piace caldo (Some Like It Hot, 1959)

Billy Wilder

Billy Wilder

Billy Wilder (Vienna, 1906, Los Angeles, 2002) è stato un regista, oltre che sceneggiatore e produttore, egualmente geniale e poliedrico: nel corso della sua carriera ha spaziato dal noir alla commedia classica americana, alternando al riguardo, ora uno sguardo sospeso fra disincanto e dolente pessimismo, ora un beffardo, pungente, sarcasmo. Il tutto all’interno di un’essenzialità scenica unita ad una pressoché perfetta struttura narrativa, volta ad offrire il giusto risalto tanto ad ogni inquadratura quanto alle singole interpretazioni attoriali. Quest’ultime, d’altronde, si rivelano certo preziose, anzi fondamentali, per poter raccontare, visualizzandoli sullo schermo, i vari aspetti della natura umana e le sue più evidenti contraddizioni e dicotomie, all’insegna della mutevolezza repentina nell’assecondare le varie circostanze che vi si parano durante il cammino e adeguandosi ad esse mutando identità per opportunità o necessità, sia da un punto di vista psicologico che fisico; tale mutazione può poi rivestire i parametri propri dell’identificazione più totale o essere semplicemente un passaggio per la conquista definitiva del proprio io, ma sullo sfondo si stagliano come note ricorrenti l’opportunismo, l’ossessione per il profitto, pulsioni sessuali spesso malcelate o trattenute, idonee a connotare i suoi lavori delle caratteristiche proprie di validi racconti morali. Continua a leggere

Milano, “Spazio Oberdan”: omaggio a Stephen Frears

Stephen Frears (Wikipedia.org)

Stephen Frears (Wikipedia.org)

Dal 26 luglio al 3 agosto presso Spazio Oberdan della Provincia di Milano (Sala Alda Merini), Fondazione Cineteca Italiana presenterà una rassegna dedicata al regista britannico Stephen Frears, la cui ultima opera, Philomena, apprezzata da critica e pubblico ha vinto, fra l’altro, il Premio Osella per la migliore sceneggiatura (Steve Coogan, anche protagonista della pellicola, e Jeff Pope) alla 70ma Mostra Internazionale d’ Arte Cinematografica di Venezia e il David di Donatello 2014 come Miglior Film dell’Unione Europea.
Autore eclettico e imprevedibile, cinico e dissacrante, Frears ha diretto film coraggiosi e anticonvenzionali, passando, sempre con mano sicura, da opere a basso costo a grandi produzioni hollywoodiane, mescolando spirito eccentrico e critica sociale, dramma e commedia, crudeltà e senso dell’umorismo, in piena sintonia con la miglior tradizione cinematografica e letteraria britannica. Continua a leggere

Play It Again, Bogie

Humphrey Bogart (cineblog)

Humphrey Bogart (cineblog)

In più di un momento della mia vita, nell’alternarsi di varie vicende e situazioni, così come avveniva per il critico cinematografico Allan Felix (Woody Allen) in Play It Again, Sam (Herbert Ross, 1972, dall’omonima pièce teatrale di Woody) ne ho materializzato la figura, mentre tutto intorno a me veniva avvolto da un fascinoso bianco e nero d’antan.
Eccolo lì, in penombra, appoggiato al bancone di un bar, sguardo apparentemente distante, egualmente malinconico e beffardo, sorriso ambiguo, modi rudi ma al contempo eleganti. Nessun imbarazzo nell’incontro, ci frequentiamo da tempo, una rapida stretta di mano ed è pronto ad ascoltarmi e a sfoderare un ostentato cinismo nel raccontarmi, con soppesate parole, fra un bicchiere di whiskey ed una tirata alla sigaretta, altrimenti eternamente pendula fra le labbra, cosa conta veramente nella vita, a partire da un’ostinata disciplina costituita da un personale codice comportamentale, volto in primo luogo al rispetto di se stessi e delle proprie convinzioni morali.
E io lì, col mio bicchiere di doppio bourbon (latte e cacao…) in mano, ad ascoltarlo rapito, condividendone ogni parola. Continua a leggere