Archivi categoria: Sergio Leone

Milano, Fondazione Cineteca Italiana omaggia Stanley Kubrick e Sergio Leone

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Stanley Kubrick (CameraLook)

Da oggi, giovedì 25 aprile, e fino a sabato 4 maggio,  al Cinema Spazio Oberdan di Milano, Fondazione Cineteca Italiana presenta Stanley Kubrick: 20 anni senza un genio, una rassegna che permetterà a tutti gli appassionati di rivedere su grande schermo l’opera di un autore che si è servito del cinema per andare oltre il cinema, rivisitando e reinventando i principali generi cinematografici: “Credo che in un film la trama migliore sia l’apparente assenza di trama. A me piace l’inizio lento, in cui lo spettatore può apprezzare i dettagli e i toni soft, prima che cominci la suspense. E comunque non ho idee precostituite su fare film di un particolare genere – western, pellicole di guerra, eccetera. Io voglio solo fare film che regalino un sentimento dei tempi, psicologicamente, sessualmente, politicamente, personalmente”. (Stanley Kubrick, da un’intervista pubblicata su The Observer Weekend Review, 4 dicembre 1960). Continua a leggere

Sogni d’oro

(Pinterest)

“Io… io dormirò tranquillo… perché so che il mio peggior nemico… veglia su di me”. (Clint Eastwood, “il buono”, rivolto a Tuco, “il brutto”, Eli Wallach, nel film Il buono, il brutto, il cattivo, Sergio Leone, 1966).

Cinémathèque Française e Cineteca di Bologna: “C’era una volta Sergio Leone”

Sergio Leone (Oscars.org)

C’era una volta… Un re!
No, amici lettori (pardon per l’impudica citazione dall’incipit de Le avventure di Pinocchio, Carlo Collodi), c’era una volta  un regista, capace di prenderti per mano e portarti con sé, riuscendo, senza alcuna forzatura, a farti entrare nel suo universo, costruito ed idealizzato a misura cinematografica, ricco certo di varie influenze, ma adattato alla propria visione delle cose, nella cinica consapevolezza di come va il mondo.
Ti faceva credere che ciò che vedevi sullo schermo fosse il “vero” western, perché appariva quanto immaginato quando con i tuoi amici si giocava “a fare i cowboys”… Sparatorie cruente ed eroi immortali, pronti a rialzarsi (sorpresa!) anche se colpiti al cuore dalle pallottole di un fucile e nella mente dalla nenia di un carillon o, ancora, persi nel miraggio folle di una facile ricchezza, intenti ad una caccia al tesoro mentre nei dintorni impazza la Guerra Civile. Continua a leggere

Per un pugno di scalini

manifesto-leonePrende il via oggi, giovedì 30 giugno, a Roma, con l’introduzione di Ennio Morricone a C’era una volta in America, l’Omaggio a Sergio Leone voluto da Piccolo Cinema America, all’interno del progetto Festival Trastevere Rione del Cinema, CityFest / Fondazione Cinema per Roma, presieduta da Piera Detassis, e Leone Film Group. Luogo deputato alle proiezioni la Scalea del Tamburino/Scaloni di Viale Glorioso (Trastevere), dove il regista è cresciuto e vissuto per più di 20 anni.

Sergio Leone

Sergio Leone

“Dalla scalinata che chiude la strada, venivamo giù a taboga con delle tavole di legno. Ci facevamo pipì sopra, perché scivolassero meglio. Facevamo a sassate, ci battevamo contro quelli di Monteverde. Era la nostra Via Pal, e avrei voluto farne un film. Scrissi una sceneggiatura, ma il mio amico Fellini mi bruciò sul tempo”.
La Scalea del Tamburino, edificata nel 1891 in ricordo del sedicenne ciociaro Domenico Subiaco, morto in difesa della Repubblica Romana dall’invasione francese, ospiterà un mega schermo che sarà installato sul primo blocco di scalini, mentre una cabina di proiezione sorveglierà dall’alto la struttura, trasformando così l’enorme scalinata in un’arena cinematografica a cielo aperto con proiettore acceso dal tramonto all’alba. Continua a leggere

Torino, Museo Nazionale del Cinema: “C’era una volta in Italia. Il cinema di Sergio Leone”

imagesIn occasione del 50° anniversario dell’uscita di Per un pugno di dollari, il Museo Nazionale del Cinema celebra Sergio Leone, tra i grandi maestri del cinema italiano, con un articolato omaggio che comprende una mostra inedita ideata e curata da Sir Christopher Frayling, su progetto del Museo Nazionale del Cinema, in collaborazione con la Cineteca di Bologna e Lorenzo Cordelli, volta a ripercorrerne la carriera (dal primo film Il Colosso di Rodi, 1960, alla Trilogia del dollaro, 1964 -1966, ai kolossal C’era una volta il West, 1968, e C’era una volta in America, 1984, fino ai progetti mai realizzati), insieme ad una rassegna dei suoi lavori al Cinema Massimo, un incontro in Bibliomediateca e la pubblicazione di un volume edito dalla Cineteca di Bologna. La mostra, denominata C’era una volta in Italia. Il cinema di Sergio Leone, è stata inaugurata ieri, mercoledì 22 ottobre, e avrà conclusione il 6 gennaio 2015: una raccolta di oltre 180 pezzi, un viaggio tra fotografie, oggetti, spezzoni di film, materiali pubblicitari, memorabilia, bozzetti e manifesti che fanno rivivere i set di pellicole leggendarie che hanno cambiato la storia del cinema. Continua a leggere

Addio ad Eli Wallach

Eli Wallach (Wikipedia)

Eli Wallach (Wikipedia)

La notizia è stata confermata ai media americani dalla figlia Katherine: Eli Wallach, l’indimenticabile Tuco (Benedicto Pacífico Juan María Ramirez), il “brutto” protagonista del capitolo conclusivo dell’ideale Trilogia del dollaro di Sergio Leone, insieme al “buono” Clint Eastwood e al “cattivo” Sentenza/Lee Van Cleef, è morto ieri, martedì 24 giugno, a New York, all’età di 98 anni. Un ruolo, quello del ghignante bandido di mezza tacca, dai modi spicci e poco avvezzo alla diplomazia (“Quando si spara si spara, non si parla!”), a lui, proveniente dalla scuola dell’Actors Studio di Lee Strasberg, certo congeniale, come d’altronde ebbe modo di dichiarare (“Da attore ho interpretato un intero campionario di banditi, ladri, signori della guerra e molestatori”) durante la cerimonia d’assegnazione dell’ Oscar alla Carriera, nel 2010.
Un riconoscimento che, come solitamente accade, appariva in veste di risarcimento tardivo, considerando le notevoli interpretazioni, egualmente talentuose e versatili, offerte da Wallach nel corso della sua carriera, a partire dal folgorante debutto sul grande schermo in Baby Doll (1956, Elia Kazan) nel ruolo del lascivo ed ambiguo Silva Vacarro, dopo gli esordi teatrali a Broadway nel 1945 con la pièce Skydrift, cui seguì nel 1948 The Rose Tatoo di Tennessee Williams, per cui ottenne un Tony Award. Continua a leggere

Luciano Vincenzoni (1926-2013)

Luciano Vincenzoni

Luciano Vincenzoni

Ci lascia Luciano Vincenzoni (Treviso, 1926), morto a Roma la notte di domenica 22 settembre. Tra i migliori sceneggiatori del nostro cinema, oltre a felici incursioni nei vari generi ne ha accompagnato il passaggio dalla fase del neorealismo a quella della commedia all’italiana, riuscendo al riguardo a far convivere come pochi nelle sue scritture intuizione, abilità d’osservazione e capacità visionaria, col risultato di uno sfaccettato ritratto della vita di provincia e la cultura di cui questa si alimentava, fra antichi retaggi e novità in dirittura d’arrivo.

gggrwbIl suo debutto risale al 1954, quando scrisse un soggetto da cui venne tratta la sceneggiatura della commedia Hanno rubato un tram (opera di Mario Bonnard, Ruggero Maccari ed Aldo Fabrizi, anche regista ed interprete), mentre appena due anni più tardi iniziò a lavorare con Pietro Germi ed insieme ad Alfredo Giannetti diede vita a Il ferroviere: una collaborazione quella tra Vincenzoni e il regista genovese che s’interruppe bruscamente dopo una lite, per poi riprendere negli anni ’60, quando i due fondarono la società RPA e con Age & Scarpelli realizzarono nel ‘64 il feroce Sedotta e abbandonata, grottesco apologo morale con location siciliana, pamphlet volto a scardinare retrograde mentalità.
Un film molto più duro ed impietoso rispetto al precedente Divorzio all’italiana (’61), anch’esso ambientato in Sicilia, e che va a costituire insieme a Signore & signori, ’66, i cui protagonisti appartengono il mondo della provincia del Nord-Est italico, un’ideale trilogia. Anche qui non vengono concessi sconti a nessuno, dando vita ad un’acre farsa che è tra le opere più complesse e complete tanto di Germi che di Vincenzoni.

Vittorio Gassman e Alberto Sordi ne “La grande guerra”

Vittorio Gassman e Alberto Sordi ne “La grande guerra”

Ma vi è un film in particolare di Vincenzoni che non va assolutamente dimenticato, ed è La grande guerra, scritto nel ‘59 insieme ad Age & Scarpelli e al regista Mario Monicelli, dove si affronta il tema della Prima Guerra Mondiale senza alcuna retorica: nessuna celebrazione d’ intrepidi eroi, protagonista è la gente comune, mandata a morire in condizioni miserevoli.
Lo si nota già dai titoli di testa, con immagini in primo piano di scarponi immersi nel fango, del rancio, delle sigarette preparate con avanzi di tabacco, delle lettere da casa, dettagli che evidenziano la scelta di narrare la guerra dal punto di vista della trincea. Le grandi interpretazioni di Alberto Sordi e Vittorio Gassman, così come quelle offerte dall’intero cast, l’uso del cinemascope, il dispiego di grandi masse, l’accurata ricostruzione storica, ne fanno un’opera spettacolare e un coinvolgente affresco corale.
Il film ottenne il Leone d’oro alla 20ma Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia nel ’59, ex aequo con Il generale Della Rovere di Roberto Rossellini.

bbbbLa grande guerra può vantare inoltre una sorta di remake in chiave western, perché gli stessi sceneggiatori (cui si aggiunse Sergio Donati) sulla base di quella originaria scrittura diedero vita nel ‘66 al terzo capitolo della Trilogia del dollaro di Sergio Leone, Il buono, il brutto e il cattivo: complice la precisa ed accurata ricostruzione storica, la violenza assume toni parossistici e meno surreali rispetto al consueto standard leoniano, si ritrova quella commistione fra toni epici, commedia e riflessione che mette in risalto i lati più grotteschi, tragici ed assurdi di ogni conflitto e si punta sui toni della farsa e della beffa. D’altronde Vincenzoni un anno prima aveva già scritto con Leone Per qualche dollaro in più, prediligendo rispetto al capostipite Per un pugno di dollari una narrazione più asciutta, lineare e tesa, attenta all’approfondimento psicologico dei personaggi principali, unendo all’atmosfera da west di frontiera i toni da commedia del cinema italiano.

bvnvnxfgnUltima collaborazione di Vincenzoni col regista romano fu Giù la testa, ’71, scritto insieme a Donati, visivamente affascinante ma forse un po’ troppo verboso nei dialoghi. A testimonianza del suo eclettismo vanno menzionate altre scorribande nei vari generi, ora con tendenze innovative (come la commedia volta al giallo Crimen, ’60, Mario Camerini, o la denuncia sociale espressa ne La cuccagna, ’64, Luciano Salce), ora meno incisive (Gli eroi, ’73, Duccio Tessari), le collaborazioni con Carlo Lizzani (Il gobbo,’60; Roma bene, ’71) ed Elio Petri (Un tranquillo posto di campagna, ‘68), mantenendo sempre una certa vitalità inventiva tra gli anni ‘70 (Piedone lo sbirro, ‘73, e La poliziotta, ’74, entrambi di Steno) ed ’80 (Il conte Tacchia, ’82, Sergio Corbucci; Casablanca, Casablanca, ’85, Francesco Nuti), con qualche incursione anche in film americani come L’orca assassina (Orca, ’77, Michael Anderson) o Codice Magnum (Raw Deal, ’86, John Irvin).
Giuseppe Tornatore nel 2000 da un vecchio soggetto di Vincenzoni ricavò il plot di Malena, da considerarsi quindi come l’ultimo lavoro di uno sceneggiatore capace di credere sino in fondo ad un certo tipo di cinema, che faceva leva su di una scrittura scaturente da un attenta visione della realtà, lungimirante e dai toni tanto amaramente cinici quanto straordinariamente veri, senza alcun compiacimento di sorta.