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13ma Festa del Cinema di Roma: apertura con “Bad Times at the El Royale” di Drew Goddard

(IMDb)

Sarà Bad Times at the El Royale (7 sconosciuti a El Royale) scritto e diretto da Drew Goddard, alla sua opera seconda in qualità di regista (l’esordio è del 2012, The Cabin in the WoodsQuella casa nel bosco), ad aprire la tredicesima edizione della Festa del Cinema di Roma (18 – 28 ottobre), come annunciato oggi, sabato 29 settembre, dal Direttore Artistico Antonio Monda in accordo con Laura Delli Colli, alla guida della Fondazione Cinema per Roma, e Francesca Via, Direttore Generale. L’opera di Goddard, che uscirà nelle sale italiane il 25 ottobre distribuito da 20th Century Fox,  si prospetta dalla sinossi come un classico noir: all’interno di un misterioso e fatiscente hotel al confine tra California e Nevada, l’El Royale sul lago Tahoe, si incontrano sette estranei, ognuno con un passato da nascondere e un segreto da proteggere. La notte del loro incontro sarà un momento decisivo: tutti avranno un’ultima, fatidica possibilità di redenzione; nel cast del film, Jeff Bridges, Cynthia Erivo, Dakota Johnson, Jon Hamm, Cailee Spaeny, Lewis Pullman, Nick Offerman e Chris Hemsworth.

Heart of the Sea- Le origini di Moby Dick (3D)

1Adattamento cinematografico del romanzo In the Heart of the Sea, The Tragedy of Whaleship Essex (Nathaniel Philbrick, 2000) ad opera di Charles Leavitt, Rick Jaffa ed Amanda Silver (il primo è autore della sceneggiatura), Heart of the Sea- Le origini di Moby Dick si palesa alla visione come un’opera pregevole da un punto di vista visivo ed affabulante a livello narrativo, grazie alla consueta perizia del regista Ron Howard nell’avvallare un andamento decisamente classico, evidente anche nelle sequenze più spettacolari suffragate dall’apporto dell’effettistica digitale. Offre inoltre svariati punti di riflessione, ma, almeno ad avviso di chi scrive, è parzialmente orfano di un genuino afflato contenutistico riguardo le tematiche collegate alla “balena bianca”, quali, in primo luogo, il complesso rapporto uomo –Dio- natura, l’accettazione non passiva del proprio destino, la dualità propria dell’animo umano, l’affidamento sulla propria forza interiore, senza dimenticare la spasmodica volontà di ergersi, spinti tanto dal miraggio di un maggior profitto quanto dall’ambizione, oltre le Colonne d’Ercole del conoscibile, fino all’annichilimento di ogni ragione morale, sopraffatti da un istinto di sopravvivenza che ha ben poco del soffio divino. Continua a leggere

Avengers:Age of Ultron (3D)

1Mah … Una volta uscito dalla sala dopo la visione di Avengers:Age of Ultron, vagamente rintronato e con gli occhi resi stanchi dall’imposizione di un 3D quanto mai farlocco, passeggio un po’ e fra un borbottio e l’altro attendo che l’aria fresca della sera mi ridesti le sinapsi, così da poter percepire la sensazione primaria che mi ha lasciato la pellicola. Sì, mi sono divertito, ma a tratti. Ho apprezzato ancora un a volta la maestria pop di Joss Whedon, regista e sceneggiatore già del precedente The Avengers (2012), di conferire valida visualizzazione al plot narrativo nel suo insieme come fosse lo scorrere veloce delle pagine di un albo a fumetti, un intercalare di vignette autoconclusive a costituire singole sequenze ora volte all’azione furibonda e plateale, ora all’intermezzo comico o riflessivo. Allo stesso tempo però non mi sono sentito propriamente coinvolto come era avvenuto invece con l’antecedente citata realizzazione, la quale, a mio avviso, riusciva ad offrire un più convincente bilanciamento fra spettacolarità, quest’ultima mai fine a se stessa, una buona dose d’ironia e un discreto tratteggio psicologico dei vari personaggi, per quanto grezzo, senza alcuna intenzione, benvenuta, di allontanarsi dal puro e semplice intrattenimento proprio di un comic movie. Continua a leggere

Oscar 2014: le nomination

untitledSono state annunciate oggi, giovedì 16 gennaio, alle 5.30, 14.30 ora italiana, presso il Samuel Goldwyn Theater a Beverly Hills, le nomination relative agli 86esimi Academy Awards. La cerimonia è stata presentata da Chris Hemsworth, affiancato da Cheryl Boone Isaacs, Presidente dell’Academy of Motion Picture Arts and Sciences.
American Hustle e Gravity ottengono 10 candidature a testa, anche se è da notare come il film di Russel venga nominato per la sceneggiatura e ben quattro volte nelle varie categorie attoriali.
12 anni schiavo di Steve McQueen è subito dietro con nove, mentre Nebraska e Dallas Buyers Club ne conseguono sei, staccando The Wolf of Wall Street ed Her, cinque a testa. Nella cinquina dei candidati a Miglior film straniero ecco La grande bellezza di Paolo Sorrentino, che a questo punto, pur se in compagnia di titoli altrettanto validi (come Il sospetto, The Hunt, o The Broken Circle Breakdown), può vantare buone possibilità di vittoria.
L’ultimo risultato italiano al riguardo risale al 2006 (La bestia nel cuore, Cristina Comencini), mentre l’appuntamento con la statuetta manca ormai da 15 anni (La vita è bella, Roberto Benigni). Ora non resta che attendere la cerimonia di premiazione, condotta da Ellen Degeneres, che avrà luogo al Dolby Theatre di Los Angeles nella notte del prossimo 2 marzo.

iMiglior Film: Brad Pitt, Dede Gardner, Jeremy Kleiner, Steve McQueen e Anthony Katagas (12 anni schiavo); Charles Roven, Richard Suckle, Megan Ellison e Jonathan Gordon (American Hustle – L’apparenza inganna); Scott Rudin, Dana Brunetti e Michael De Luca (Captain Phillips – Attacco in mare aperto); Alfonso Cuarón e David Heyman (Gravity); Megan Ellison, Spike Jonze e Vincent Landay (Her); Albert Berger e Ron Yerxa (Nebraska); The Wolf of Wall Street; Robbie Brenner e Rachel Winter (Dallas Buyers Club); Gabrielle Tana, Steve Coogan e Tracey Seaward (Philomena). Miglior Regia: Alfonso Cuarón (Gravity ); Steve McQueen (12 anni schiavo); David O. Russell (American Hustle – L’apparenza inganna); Martin Scorsese (The Wolf of Wall Street); Alexander Payne (Nebraska).

utyutr53uMigliore Attore Protagonista: Bruce Dern (Nebraska); Chiwetel Ejiofor (12 anni schiavo); Matthew McConaughey (Dallas Buyers Club); Christian Bale (American Hustle – L’apparenza inganna); Leonardo DiCaprio (The Wolf of Wall Street). Migliore Attrice Protagonista: Meryl Streep (I segreti di Osage County); Judi Dench (Philomena); Sandra Bullock (Gravity); Cate Blanchett (Blue Jasmine); Amy Adams (American Hustle – L’apparenza inganna). Migliore Attore Non Protagonista: Michael Fassbender (12 anni schiavo); Barkhad Abdi (Captain Phillips – Attacco in mare aperto); Jared Leto (Dallas Buyers Club); Bradley Cooper (American Hustle – L’apparenza inganna); Jonah Hill (The Wolf of Wall Street). Migliore Attrice Non Protagonista: Julia Roberts (I segreti di Osage County); June Squibb (Nebraska); Lupita Nyong’o (12 anni schiavo). Jennifer Lawrence (American Hustle – L’apparenza inganna); Sally Hawkins (Blue Jasmine). Continua a leggere

Rush

 Ron Howard (Wikipedia)

Ron Howard (Wikipedia)

Ron Howard può essere definito un abile “regista artigiano”, un cineasta che nel corso degli anni si è misurato con vari generi cinematografici, in equilibrio fra costante professionalità e distanza da una dimensione propriamente autoriale. Ha coltivato con tenacia (e scaltrezza) l’idea di un cinema dallo stampo classico, volto ad offrire insieme intrattenimento e coinvolgimento emotivo, nel rispetto della sceneggiatura e delle prestazioni attoriali. Non va dimenticata al riguardo la sua formazione all’interno di quel movimento rinnovatore della cinematografia americana, noto come New Hollywood, che prese piede sul finire degli anni’60 e riscoprì l’essenzialità del cinema, tanto in qualità di “messaggio” che di concetto.

movieplayerCaratteristiche che si ritrovano anche nel suo ultimo lavoro, Rush, un gran bel film, capace di unire insieme, senza alcun stridore retorico, epicità, realismo e senso del dramma, forte nella sua armonica gradevolezza intrattenitrice di vari elementi ben sintonizzati fra di loro: l’ottimo script opera di Peter Morgan, le riuscite interpretazioni dei protagonisti e la bella fotografia (Anthony Dod Mantle), in grado di far percepire la patina sgranata del tempo che passa. Il resto lo fa un buon lavoro congiunto di regia e montaggio (Daniel P. Hanley, Mike Hill), tale da rendere ogni sequenza estremamente fluida e reale, tanto da non avvertire il passaggio dei vari inserimenti nel ben studiato collage fra filmati d’epoca, ricostruzioni digitali e riprese dal vero.
E’palpabile invece il contatto con la pista, la sensazione di sussultare sui cordoli insieme ai piloti, stringere con forza il volante nelle curve, accelerare, frenare e cambiare marcia in una manciata di secondi, alla ricerca del miglior inserimento, della traiettoria più congeniale.

Chris  Hemsworth e Daniel  Brühl

Chris Hemsworth e Daniel Brühl

L’inizio è da antologia: 1° agosto 1976, le vetture sono schierate per la partenza sul circuito del Nürburgring Nordschleife, si corre il Gran Premio di Germania, decima gara del Mondiale di F1, James Hunt (Chris Hemsworth) su McLaren M23 e Niki Lauda (Daniel Brühl) a bordo della Ferrari 312 T2, rispettivamente secondo e primo in classifica piloti (per un distacco di 35 punti), si studiano a vicenda nell’ impostare le strategie di gara, osservando il cielo sempre più grigio e minaccioso di pioggia. Ma ecco che tale attacco iniziale viene momentaneamente sospeso, la voce narrante del pilota austriaco ci riporta a sei anni prima, al campionato di Formula 3, all’interno del quale i futuri duellanti iniziarono a farsi le ossa nel mondo delle corse, dando vita a quell’incontro- scontro che segnerà il destino di due uomini sempre in competizione l’uno contro l’altro, ma in primo luogo contro se stessi e i propri limiti, arrivando infine al completamento vicendevole e alla stima reciproca.

Olivia Wilde e Chris  Hemsworth

Olivia Wilde e Chris Hemsworth

Nel parallelo fra le due figure si notano delle similitudini, come la passione per l’automobilismo ostacolata dai rispettivi genitori, che avevano già previsto per i loro figli una continuità con le proprie professioni, e la differenza nel gestirla e metterla in pratica.
L’inglese Hunt, socievole e affabile nei modi, appare spinto da uno spirito guascone, sempre in costante tensione agonistica tanto nei circuiti che nella vita, tombeur de femmes dedito ad ogni eccesso, e vede la sua indubbia vocazione come qualcosa da esprimere nella forma più libera possibile, piuttosto che irreggimentarla in una dimensione lavorativa come fa invece l’austriaco Lauda, la cui impulsività appare più meditata e si manifesta nell’essere sin troppo schietto e diretto.
Il suo è un approccio scientifico, si rende manager di se stesso nell’unire business e professionalità, arriva ad investire del denaro per poter correre in F1, studia ogni minimo particolare della propria preparazione fisica e di quella meccanica del mezzo che si troverà a guidare, suggerendo ai tecnici una serie di miglioramenti, spesso provvidenziali a migliorarne l’efficienza.

Daniel  Brühl

Daniel Brühl

Il tema dominante del film, la sua trascinante forza emotiva, sta essenzialmente in questa contrapposizione di diversi caratteri e relative differenti emozioni, la sfida ricorrente con la morte che conferisce ad Hunt ulteriori stimoli, mentre Lauda contrappone un freddo ragionamento calcolatore anche verso tale rischio (mai oltre il 20%), il rapporto con le loro mogli, rispettivamente la modella Suzy Miller (Olivia Wilde) e Marlene Knaus (Alexandra Maria Lara), e i compagni di scuderia, come Clay Regazzoni (Pierfrancesco Favino).
Gran parte del coinvolgimento emotivo di cui sopra è offerto indubbiamente dalle buone interpretazioni offerte dagli attori, in primo luogo da Brühl nei panni di Lauda, convincente in ogni atteggiamento, nella postura, nella schiettezza di ogni battuta, nell’esprimere con naturalezza l’alternanza fra momenti lieti ed altri più drammatici (come un dialogo con la moglie durante la luna di miele, sulla paura di essere felice, e la sua ostinazione a ritornare in pista dopo il terribile incidente del Nürburgring).

Alexandra Maria Lara e Daniel  Brühl

Alexandra Maria Lara e Daniel Brühl

Anche Hemsworth è capace di offrire più di una sorpresa: dà infatti corpo ed anima all’irruenza di Hunt ed offre una tangibile visualizzazione del suo autoalimentato stato di tensione, eterno ragazzone fortemente competitivo nello spingersi oltre i personali confini, fisici e caratteriali, sino alla fine. Brave anche Wilde e Maria Lara, ma se la prima si limita ad aderire allo stereotipo della bella da copertina, sacrificata in fase di sceneggiatura (così come meritava più spazio il Regazzoni di Favino), la seconda riesce ad esprimere con un semplice sguardo intense emozioni: non a caso sarà al centro di un particolare momento durante la gara finale del Mondiale, il Gran Premio del Giappone, quando Lauda, costretto a partire come gli altri piloti nonostante le proibitive condizioni meteorologiche, si ritirerà lasciando il posto di campione del mondo all’eterno rivale, evidenziando, come scrissero all’epoca i giornali, “il coraggio della paura”.

Niki Lauda e James Hunt

Niki Lauda e James Hunt

Howard si conferma sempre all’altezza nel tenere le redini della narrazione, gestisce con maestria la successione fra toni intimisti e quelli più adrenalinici, facendo leva su una spettacolarità sempre funzionale, studiata coreograficamente nei minimi particolari, rombante ma non reboante, ed offre la visione di una F1 distante anni luce da quella odierna, dove il valore umano e la stima reciproca, per quanto malcelata, giocavano ancora un certo ruolo. Emblematico al riguardo il finale, l’immagine dei due nemici/amici intenti in un dialogo- confronto sulle rispettive carriere, sul diverso modo di considerare lo sport e la vita, sempre fermi nelle loro convinzioni, ciò che è un pregio per l’uno è un difetto per l’altro e viceversa. Mentre iniziano ad alternarsi riprese dal vero e finzione cinematografica, ecco che i termini vittoria e sconfitta si ammantano d’inedite sfumature, divengono due facce della stessa medaglia, nella frenetica ricerca, in pista come fuori, di un “oltre”, un qualcosa d’inspiegabile che assume significato, forse, nella definitiva affermazione di se stessi e della più intima interiorità.

Biancaneve e il cacciatore

biancaneve-e-il-cacciatore-L-HoLXwaCosì come non ho mandato giù la versione pacchianamente colorata, simil Bollywood, messa in atto dal regista indiano Tarsem Singh, della nota fiaba dei Fratelli Grimm, Biancaneve, uscita nelle nostre sale qualche mese addietro, le cui note ironiche si muovevano nella scia del citazionismo distruttivo in salsa Shrek, affidandosi ad una Julia Roberts manierata regina cattiva, ugualmente devo, purtroppo, ripetermi per Biancaneve e il cacciatore, regia dell’esordiente Rupert Sanders e sceneggiatura a più mani (Evan Daugherty, John Lee Hancock, Hossein Amini ).

biancaneve-e-il-cacciatore-L-E7mEuwLa pellicola, sospesa tra fantasy e gli stilemi propri dell’horror gotico, risente della mancanza di una vera e propria identità, accumulando nel corso della narrazione vari richiami al cinema fantastico degli anni ‘80 ( come La storia infinita, ’84, Wolfang Petersen o Labyrinth, ’86, Jim Herson) e, soprattutto, alla trilogia de Il signore degli anelli di Peter Jackson, evidenziando inoltre, a mio avviso, una mancata integrazione tra script e regia.
La sensazione dominante, infatti, è quella di aver assistito ad una serie di episodi assemblati tra loro, con passaggi fra l’uno e l’altro abbastanza bruschi (come la verdeggiante pianura popolata da fatine e soavi animaletti, debitrice sia verso la Disney, quella di Walt, beninteso, sia di Miyazaki e del suo Principessa Mononoke, vedi il cervo-divinità), per quanto l’impianto complessivo possa contare su una certa visionarietà, spesso annacquata da rallenty e patinature varie, che tradiscono le precedenti esperienze di Sanders nell’ambito degli spot pubblicitari.

Charlize Theron

Charlize Theron

La storia prende piede col classico incipit fiabesco, “c’era una volta”, l’unione felice tra il Re Magnus (Noah Huntley) e la Regina Eleanor (Liberty Ross), la nascita di una bella bambina, Biancaneve, per poi proseguire con la morte improvvisa della sovrana, il regno attaccato dall’Armata Oscura, subito respinta, e il salvataggio di un’affascinante donna, Ravenna (Charlize Theron): Magnus se ne invaghisce e la sposerà il giorno dopo. Mal gliene incolse, visto che la maliarda, ossessionata dall’odio verso il genere maschile, bramosa di potere e dell’eterna giovinezza, non esiterà a far fuori il consorte durante l’inaugurazione del talamo nuziale (prima dell’amplesso, peggio di una mantide …), impadronendosi del regno e facendo rinchiudere la figliastra in una torre, dalla quale però l’intrepida fanciulla (Kristen Stewart) riuscirà a fuggire circa quindici anni dopo; Ravenna darà allora incarico ad un avvinazzato cacciatore (Chris Hemsworth) di ucciderla e portarle il suo cuore, necessario perché resti giovane e bella …

Ciò che sostanzialmente nuoce al film è il non riuscire ad attuare la concretezza stilistica della “bella fiaba”, per quanto riveduta e corretta nei toni sopra descritti, con riferimenti all’attualità (il tema dell’eterna bellezza) e i tentativi, piuttosto grevi, di solleticare i palati più fini impiantando trascorsi infelici per Ravenna, personaggio ben reso da Charlize Theron, pur se spesso al di sopra delle classiche righe (ma un suo sguardo sarebbe capace d’erotizzare una fotocopiatrice), o del cacciatore Hemsworth, il divino Thor che ha sostituito il martellone con l’ascia, giusto per avere un nuovo oggetto come valido parametro di riferimento recitativo.
Riguardo Neve, ancora una volta indossa i panni dell’indomita guerriera, novella Pulzella d’Orleans, non riuscendo però a suscitare alcuna empatia causa la solita espressività monocorde di vampirella Stewart, pari solo ad un monolito di Stonehenge, che recita il Padre Nostro come una filastrocca per bambini e cerca malamente d’infervorarsi in un discorso volto ad incitare la folla prima della pugna finale, la cui “epicità” è data dalla confusione e mancanza di senso logico.

biancaneve-e-il-cacciatore-L-HOKj26Non mancano i nani, otto, che poi diverranno sette, attori “normali” rimpiccioliti digitalmente (nel gruppo vi è anche Bob Hoskins), ovviamente tutti zozzi e grifagni ma dal cuore d’oro, il buon principe giuggiolone (Sam Claflin) e la mela avvelenata, con al riguardo l’unico risvolto a parere mio particolarmente interessante: una volta addentato il frutto e ormai apparentemente destinata al riposo eterno, la principessa non sarà ridestata dal bacio del suo pari, ma, senza svelare troppo, verrà data inedita validità all’ormai vetusto adagio “l’uomo è cacciatore”…

The Avengers -3D-

33Scritto e diretto da Joss Whedon, più noto come sceneggiatore, soprattutto televisivo (la serie Buffy), qui alla sua seconda regia (l’esordio nel 2004, Serenity), The Avengers è un film che si sostanzia, nel bene e nel male, come un classico esempio di comic movie. Suoi cardini principali sono il distacco dal realismo propriamente detto e la spettacolarità, quest’ultima mai fine a se stessa, che vanno di pari passo con bilanciate dosi d’ironia e grezzo tratteggio psicologico dei vari personaggi, senza alcuna intenzione di allontanarsi dal puro e semplice intrattenimento.

La poliedricità pop di Whedon, anche fumettista, infatti, visualizza lo script, nella sua composizione essenziale, almeno questa è stata la mia impressione, proprio come un albo a fumetti, traendo linfa vitale tanto dall’ omonima serie della Marvel (il primo numero risale al ’63, opera di Stan Lee, Jack Kirby e Dick Ayers) che dagli indizi disseminati da quest’ultima nel corso degli anni nelle pellicole dedicate ai suoi supereroi, tante tessere destinate alla composizione, non certo definitiva, d’ un agognato mosaico.

Ecco quindi un prologo abbastanza lento nel raccogliere i suddetti elementi, con il malvagio Loki (Tom Hiddleston), fratellastro di Thor (Chris Hemsworth ) che si impossessa del tessaract e dichiara guerra al genere umano, a suo dire meritevole solo di essere comandato (corsi e ricorsi storici …), portando il capo dello Shield, Nick Fury (Samuel L. Jackson ) alla decisione estrema di costituire un gruppo di super disadattati (parole sue, più o meno) a protezione del pianeta: Steve Rogers/Capitan America (Chris Evans), Tony Stark / Iron Man (Robert Downey Jr. ), il citato divino Thor e lo scienziato Bruce Banner (Mark Ruffalo) in “dolce attesa” di divenire verde dall’ira (Hulk). In forza al gruppo anche gli agenti Natasha Romanoff / Vedova Nera (Scarlett Johansson ) e Clint Barton/ Occhio di Falco (Jeremy Renner), quest’ultimo inizialmente soggiogato dal nemico…

Si prosegue con una parte centrale statica e sin troppo farraginosa, giocata com’è sull’introduzione progressiva dei magnifici, nella difficoltà di trovare un accordo concreto per una lotta comune, con gran spolvero dei loro tormenti interiori e scaramucce da prime stelle nel rinfacciarseli, per poi arrivare all’atto finale, una mezz’ora conclusiva densa d’azione ed effetti speciali nel centro di New York.

Qui finalmente il buon Whedon dimostra di essere anche un valido regista, con qualche asso nella manica, vedi l’estrema mobilità della macchina da presa che gira intorno al gruppo superomistico, ora d’ accordo nel menare le mani per la salvezza del mondo, riuscendo anche a dare un minimo di significato ad un 3d sinora trattenuto nella primigenia funzionalità effettistica da drive- in, ovvero, senza troppi sofismi, dal sentore di presa per i fondelli.

Fil rouge tra le varie vicende e i rapporti con il resto dell’allegra brigata sembra essere l’umorismo sornione di Stark/Iron Man, ben reso, tra un gigionismo e l’altro, da Downey Jr., moderno dandy erede del miglior De La Vega, che fa da efficace contraltare alla pomposità retorica di Capitan America (colpa della divisa …) o alla magniloquenza inutilmente shakespeariana di Thor, visto che il contrasto con Oki (ben reso nell’interpretazione di Hiddleston come villain da operetta) si trasforma qui in un piagnisteo su chi sia stato il cocco di papà Odino.

Da non sottovalutare la corporalità validamente strizzata in tutina nera della Johansson, il cui duetto con Renner, per quanto efficace tra detto e non detto riguardo trascorsi sentimentali e lavorativi, avrebbe meritato un maggiore approfondimento; molto bella invece la rappresentazione dimessamente dolente espressa da Ruffalo, umanità esibita e mostruosità trattenuta, con il colosso ben reso in motion capture.

Che dire in conclusione? Di un albo a fumetti si possono apprezzare tante cose, insieme o prese singolarmente, dal senso dell’avventura all’eroismo sofferto in odor di sacrificio, passando per la visionarietà barocca e la vacua ampollosità dei dialoghi, poi lo si ripone e, convinti o meno, si attende l’uscita del prossimo numero … E’ il merchandising bellezza, e non puoi farci nulla, anche perché, morale lapalissiana di tutta l’operazione, “l ‘unione (Marvel più Disney distributrice ) fa la forza”.