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Cannes 2018: apertura con “Everybody Knows”, di Asghar Farhadi

Penélope Cruz e Javier Bardem (Variety)

Sarà Everybody Knows (Todos lo saben), il nuovo film di Asghar Farhadi, ad aprire il 71mo Festival di Cannes (8-19 maggio), come riportato dal sito della kermesse cinematografica francese, dando così conferma alla anticipazione fornita ieri al riguardo da Variety. Asghar Farhadi è già stato in concorso due volte a Cannes (Il passato, 2013, Il cliente, 2016, quest’ultimo premiato per la miglior sceneggiatura e l’interpretazione maschile); Everybody Knows è una coproduzione Francia/Spagna/Italia (Lucky Red di Andrea Occhipinti) e vede come protagonista Penélope Cruz, mentre fra gli altri interpreti risultano Javier Bardem, Ricardo Darin, Bárbara Lennie e Imma Cuesta. L’uscita nelle sale francesi è prevista per il 9 maggio, un giorno dopo l’apertura del Festival. Altre news dalla Croisette, l’attore Benicio Del Toro presiederà la giuria della sezione Un Certain Regard, la regista svizzera Ursula Meier sarà invece presidente della Giuria che assegnerà la Camera d’Or , il premio alla migliore opera prima presentata in tutta la Selezione Ufficiale della kermesse, comprese la Semaine de la Critique e la Quinzaine des Réalisateurs, ed il cineasta francese Bertrand Bonello presiederà la giuria Cinéfondation e Cortometraggi.
Infine, all’interno della sezione Cannes Classics, sabato 12 maggio, verrà presentata in anteprima mondiale la copia in 70mm di 2001: Odissea nello spazio, capolavoro di Stanley Kubrick pronto a festeggiare il cinquantenario. La proiezione sarà introdotta da Christopher Nolan; la copia in 70mm di 2001: Odissea nello spazio è stata ottenuta grazie al negativo della pellicola originale, con un procedimento di natura fotochimica, senza ricorrere al digitale o alla rimasterizzazione.

Jasmine Trinca madrina del 34mo Torino Film Festival

Jasmine Trinca

Jasmine Trinca

Sarà l’attrice Jasmine Trinca a condurre la serata di apertura della 34esima edizione del Torino Film Festival venerdì 18 novembre al Lingotto, con serata di gala e proiezione in anteprima del film Between Us, diretto da Rafael Palacio Illingworth. “Sono felicissima di tornare a Torino – ha dichiarato Jasmine Trinca – per accompagnare un festival libero come pochi altri, capace sempre di anticipare un’idea di cinema inedita con la curiosità e lo sguardo ancora più che di un cinema giovane, di un cinema bambino”, mentre la direttrice del Festival, Emanuela Martini, si è così espressa: “Avere accanto a me Jasmine, attrice che ammiro e stimo da sempre, nella presentazione del programma del festival mi rende particolarmente orgogliosa”. Jasmine Trinca ha esordito a soli 19 anni nel film La stanza del figlio di Nanni Moretti, proseguendo la sua carriera con La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana e, tra gli altri, Romanzo criminale, diretto da Michele Placido, Il caimano, ancora Moretti, Un giorno devi andare di Giorgio Diritti, Miele di Valeria Golino, Nessuno si salva da solo per la regia di Sergio Castellitto, The Gunman (Pierre Morel) accanto a Sean Penn e Javier Bardem, conseguendo vari riconoscimenti, quali, ad esempio, tre Nastri d’Argento, due Globi d’Oro, il Premio Marcello Mastroianni alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (Il grande sogno, Michele Placido).
Nella prossima primavera vedremo Jasmine in Slam – Tutto per una ragazza, di Andrea Molaioli, che verrà presentato in anteprima assoluta proprio durante il 34mo Torino Film Festival.

Addio a Bigas Luna

Bigas Luna (Wikipedia)

Bigas Luna (Wikipedia)

E’ morto ieri, sabato 6 aprile, in Spagna, a La Riera de Gaià, il regista e sceneggiatore Juan José Bigas Luna, all’età di 67 anni, autore di film spesso controversi e provocatori caratterizzati da un forte, ed insistito, melange tra senso del surreale, erotismo e toni grotteschi, non disgiunto da una certa morbosità. Prima di dedicarsi totalmente al mondo della settima arte, Luna aveva concentrato le sue attenzioni su design ed arredamento, unendo comunque al riguardo i due opposti interessi, filmando nel ’71 un cortometraggio in super 8, El llit. La taula, il primo di una serie dedicata alle sue opere esposte nella sala Vinçon di Barcellona nel 1973 (Taulas e Cadires, ’74).

addio-a-bigas-luna-L-h3zHGHIl suo primo lungometraggio lo firmò nel ’76, Tatuaje, tratto da un romanzo di Manuel Vázquez Montalbán, delineando, nell’affrontare il tema dell’incesto, la sua vena d’autore provocatorio confermata man mano nei lavori successivi, come l’esordio al Festival di Cannes del ’78, La chiamavano Bilbao, giallo ad alto tasso erotico, sino all’esagitazione convulsa presente in pellicole come Le età di Lulù, ’90, tratto da un romanzo di Almudena Grandes, forse la sua realizzazione più concreta, che vede protagonista Francesca Neri, o Prosciutto Prosciutto del ’92, film che ottenne il Leone d’Argento – Premio Speciale della Giuria alla 49ma Mostra Internazionale d’Arte cinematografica di Venezia (ex aequo con Un coeur en hiver, Claude Sautet, e Hotel de lux, Dan Pita) e lanciò le odierne star Javier Bardem e Penelope Cruz.

Seguono titoli come il sarcastico Uova d’oro, ’93, la Teta y la luna, ’94, libero in certo qual modo dal consueto pessimismo, sino ad arrivare all’insulso Bambola,’96, con Valeria Marini, che attirò una serie di critiche non certo lusinghiere, tanto che il regista spagnolo restò per qualche tempo lontano dal grande schermo, tornando a dirigere tre anni più tardi l’interessante L’immagine del desiderio, cui seguirono Volavérunt, ’99 e Son de mar, sceneggiato insieme a Rafael Azcona, collaboratore di Marco Ferreri, penultimo lavoro considerando che Mecanoscrito del segundo origen, film a cui Luna stavo lavorando, sarà portato a termine e dedicato a suo nipote.

Skyfall

skyfall-L-9hrSilDopo la resurrezione avvenuta con Casino Royale (Martin Campbell, 2006) e Quantum of Solace (2008, Marc Forster), la saga cinematografica probabilmente più longeva, forte di 23 titoli all’attivo (il primo film, Licenza d’uccidere, Dr. No, Terence Young, risale al’62), mancava però di una regia, e di una scrittura, che, pur attente a quanto ormai entrato nell’immaginario collettivo in tutti questi anni, riuscissero a mantenere la giusta distanza dal mito:in sostanza, uno sguardo al passato prestando attenzione alla realtà attuale, per certi aspetti più ambigua rispetto alla solita contrapposizione buoni/cattivi, immersa in un clima da guerra fredda o nella sua esternazione nostalgica.

Judi Dench

Judi Dench

E’ quanto, a parer mio, è riuscito ad attuare il regista Sam Mendes, ben servito da un’ottima sceneggiatura (Neal Purvis, Robert Wade, John Logan), che con Skyfall ha felicemente imbastito un film d’intrattenimento nel senso classico del termine, coniugando drammaticità shakespeariana e azione. Grazie all’ impiego degli effetti digitali in chiave di semplice ausilio, le molte sequenze altamente spettacolari puntano più sulla plausibilità che la credibilità: un ruolo determinante al riguardo lo gioca, infatti, il buon montaggio, lontano dal ritmo convulso di pellicole similari, non dimenticando il fascino visivo conferito dall’ottima fotografia di Roger Deakins.
Numerose, poi, le strizzatine d’occhio ad autori del passato (da Hitchcock a Kubrick, passando per Peckinpah e Welles), mai compiaciute o insistenti, e alle pellicole dedicate negli anni all’agente segreto inglese al servizio di Sua Maestà, delle quali la scena d’apertura ad Istanbul rappresenta una sorta di summa antologica.

Daniel Craig e Javier Bardem

Daniel Craig e Javier Bardem

James Bond (Daniel Craig) e la collega Eve (Naomie Harris) stanno inseguendo in auto l’autore del furto di un drive contenente le identità segrete dei vari agenti Nato infiltrati nelle organizzazioni terroristiche mondiali.
L’inseguimento prosegue, ad opera del nostro, in moto, attraverso i vicoli e sopra i tetti del Gran Bazar, sino ad arrivare sui vagoni di un treno in corsa, dove 007, intento a scazzottarsi col nemico, viene colpito a morte proprio da Eve, eseguendo l’ordine perentorio datole da M (Judi Dench). Dopo i bei titoli di testa, l’azione si sposta a Londra, il necrologio per Bond è pronto, M viene chiamata a rapporto dal soprintendente Mallory (Ralph Fiennes) che le rinfaccia l’insuccesso della missione, invitandola al pensionamento. Intanto, dopo che la sede dell’MI6 viene distrutta da una bomba e altre identità vengono rese di pubbliche dominio, si scopre chi vi sia dietro tutto questo, un certo Raoul Silva (Javier Bardem), legato tanto ad M che al redivivo Bond da un doppio filo …

Naomie Harris e Craig

Naomie Harris e Craig

Regia e sceneggiatura, complementari come raramente accade, riescono a ridare vita al personaggio mantenendone le caratteristiche essenziali, ottimamente rese da Craig, revisionate nell’ottica dei tempi che cambiano, facendone intuire i tormenti interiori, con la brutalità appena mitigata da uno humour sprezzante. Evidente l’attenzione al rapporto fisicità/umanità in un mondo ormai dominio della tecnologia, come si nota nel bel dialogo all’interno della National Gallery (di fronte al dipinto di William Turner che rappresenta la nave Temeraire, protagonista a Trafalgar, avviata alla demolizione) tra il giovane Q (Ben Whishaw) e Bond, i cui metodi, forse validi un tempo, ora non sono altro che pesante zavorra, retaggio di un passato lontano. D’altronde, gli stessi problemi mondiali hanno origine da una questione personale: il villain è sempre uno psicopatico, ma spinto non dal desiderio di dare vita ad un nuovo ordine universale, bensì da quello di placare le ferite dell’anima, rendendo egoistico scudo tale “necessità”, la stessa messa in campo, con eguale ambiguità, da M e da Bond.

Bèrenice Marlohe

Bèrenice Marlohe

Il ruolo di quest’ultimo, insieme all’inveterato vessillo dell’eterosessualità, verranno messi in discussione proprio da Silva, con l’allestimento di una sottile tortura psicologica, anziché fisica: Bardem è molto bravo nell’assecondare un’entrata teatrale per poi distanziarsene, tra ironia e perfida malvagità. Come già scritto da altri, la vera Bond girl qui è M/Judi Dench, gran bella interpretazione, tra dolente distacco ed esibita ragion di stato; le altre due interpreti femminili, Eve/Naomie Harris e la dark lady Severine/Bérénice Marlohe rivestono un ruolo determinante nella storia, ben al di là dei soliti “numeri sessuali”, presenti, ma appena esibiti o incentrati su ironici sottointesi. In conclusione, Skyfall, al contrario del cocktail preferito da Bond, non solo è adeguatamente agitato, ma anche ben mescolato: il mito muore, resuscita e si attualizza ridivenendo classico, dagli scenari esotici (oltre ad Istanbul, Shangai) al ritorno in servizio attivo dell’altrettanto mitica Aston Martin DB5, senza gadget, esternazioni glamour o trucchi che non siano quelli propri del buon cinema. Bentornato, 007!
Aston Martin DB5

Aston Martin DB5

Mangia, prega, ama

47614New York.Elizabeth Gilbert (Julia Roberts), giornalista di successo, bella casa ed un marito (Billy Crudup) che le vuole bene, è profondamente insoddisfatta, piange spesso, cerca di pregare, pensa e ripensa ad un simpatico sciamano conosciuto durante un servizio giornalistico a Bali, che le ha fornito una sorta di profezia sulla sua vita. Dopo aver divorziato, si tuffa in una nuova storia con un attore off Broadway (James Franco), ma i tormenti interiori sono sempre vivi e pungenti. Deciderà allora di concedersi un anno sabbatico alla ricerca del proprio Io, tra Italia, India e Indonesia, concludendo il proprio viaggio dove tutto ha avuto inizio. Qui troverà una personale felicità, di spirito e di corpo, rispettivamente grazie allo sciamano di cui sopra e al portoghese Felipe (Javier Bardem).

Imbarazzante. Non riesco a trovare altro aggettivo per descrivere il disagio nel vedere per ben 140’ la sempre affascinante Julia Roberts cercare di stare a galla, tra lacrimucce d’ordinanza, sorrisi forzati, ammiccamenti, mossette varie, in quel pantanoso coacervo di luoghi comuni, ovvietà, discorsi filosofeggianti allegramente e spietatamente “bignamizzati” che risulta essere Mangia, prega, ama. Sconcertante. Non vi è altra definizione per descrivere il contributo come regista di Ryan Murphy, che pur padroneggiando la macchina da presa con pregevole eleganza ( la serie tv Nip e Tuck, il suo esordio cinematografico Correndo con le forbici in mano), non riesce mai a far sì che gli attori superino la monodimensione, creando un minimo di empatia, sostituita da una sin troppo esplicita ruffianeria. Solamente Richard Jenkins, almeno a parer mio, riesce ad imprimere una certa vivida e dolente forza alla propria interpretazione, nel raccontare il fallimento della sua vita e i forti motivi che lo hanno spinto al ritiro in India. Colpa anche di una sceneggiatura (sempre Murphy, con Jennifer Salt), che enfatizza la retorica del soggetto, l’omonimo bestseller autobiografico di Elizabeth Gilbert, elevando la banalità a livello di stile, rendendo il tutto buono per qualche talk show televisivo pomeridiano o anche di seconda serata, magari incentrato su un dotto cazzeggio esistenziale.

Irritante. Ancora un aggettivo funzionale a descrivere ciò che mi ha suscitato il vedere Roma e Napoli spennellate in uno stantio acquerello anni ‘50: nella capitale ecco il popolo italico al suo meglio, gente sempre gesticolante, caciarona, giovinastri intenti a tastare i sederi delle belle figliole di passaggio, tampinandole in perenne allupamento.Taccio volentieri su una improbabile affittacamere dall’accento “broccolino” che spiega all’allibita Julia come riscaldare l’acqua per lavarsi, perché lo scaldabagno non funziona e sulla lezione del cicerone Luca Argentero sul “dolce far niente” in cui saremmo specialisti. Napoli non merita altro che la visione del classico vicolo tutto panni stesi e scugnizzi ed una dissertazione sulla pizza: protesto vivamente, unendomi a molti, per la mancanza del mandolino, “efficacemente” sostituito dalla amena musichetta che introduce l’episodio. Non se la passano meglio New York, tra grattacieli in panoramica, lussuosi appartamenti abitati da persone che sembrano non aver altro da fare nella vita se non partecipare ai soliti party con la gente che conta, l’India con il suo Ashram pseudo hippy, ma con le stanze per la meditazione dotate di aria condizionata, mentre per Bali andare alla voce “guida turistica”, sintetizzata ad uso e consumo dell’ovvio.

Il tutto contornato da una fotografia (Robert Richardson) che parte dai chiaroscuri di New York per arrivare ai toni caramellati, stucchevolmente da cartolina, delle successive ambientazioni. Il tema della scoperta di sé, per quanto non nuovo, avrebbe in sostanza meritato ben altra caratterizzazione, interpretativa, visiva e, soprattutto, di scrittura, volta a coinvolgerci intimamente e non a portarci al tedio tra semplicismi culturali ed una evidente disarmonia tra ciò che si voleva esprimere e quanto si è, malamente, espresso.