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Al via la 67ma Berlinale

berlinale_plakat_unterfuehrung_a4Prenderà il via oggi, giovedì 9, per concludersi domenica 19 febbraio, la 67ma edizione del Festival Internazionale del Cinema di Berlino, che, riprendendo le parole del direttore Dieter Kosslick, vedrà protagonista l’ Europa, “con la sua storia, le sue guerre, i suoi conflitti irrisolti”. L’apertura sarà affidata al film Django dello sceneggiatore e produttore francese Etienne Comar (Uomini di Dio, Timbuktu, Mon Roi), al suo esordio dietro la macchina da presa, la cui narrazione ruota intorno alla figura del famoso chitarrista e compositore Django Reinhardt, geniale musicista jazz belga di origini Sinti (interpretato da Reda Kateb), la cui famiglia fu perseguitata dai nazisti nella Parigi occupata.
Il titolo d’apertura rientra nel novero dei 18 in Concorso, fra i quali The Other Side of Hope (Toivon tuolla puolen, Aki Kaurismäki), Ana, mon amour (Călin Peter Netzer) e Una mujer fantástica (Sebastián Lelio), che saranno sottoposti all’esame della Giuria presieduta da Paul Verhoeven e composta da Dora Bouchoucha Fourati (produttrice, Tunisia), Olafur Eliasson (artista, Islanda), Maggie Gyllenhaal (attrice, USA), Julia Jentsch (attrice, Germania), Diego Luna (attore e regista, Messico) e Wang Quanan (regista, Cina); tra i film Fuori Concorso, T2:Trainspotting di Danny Boyle. Continua a leggere

67ma Berlinale: a Milena Canonero l’ Orso d’Oro alla carriera

Milena Canonero

Milena Canonero

La costumista italiana Milena Canonero riceverà l’Orso d’Oro alla carriera del Festival di Berlino, il 16 febbraio, nel corso della 67ma edizione della kermesse tedesca.
Milena Canonero ha vinto 4 premi Oscar  (Barry Lindon, Stanley Kubrick, 1976; Momenti di gloria, Hugh Hudson, 1982; Marie Antoinette, Sofia Coppola, 2007; Grand Budapest Hotel, 2014) ed ha collaborato più volte con Stanley Kubrick (oltre al citato Barry Lindon per Arancia  meccanica e Shining, film quest’ultimo che sarà proiettato alla Berlinale in occasione della consegna del riconoscimento).

Oscar 2015: “Birdman” miglior film, quarta statuetta per Milena Canonero

Alejandro G. Inarritu

Alejandro G. Inarritu

Si è conclusa circa un’ora fa presso il Dolby Theatre di Los Angeles la cerimonia di premiazione, condotta da Neil Patrick Harris, relativa all’87ma edizione degli Academy Awards. Miglior film è risultato Birdman, di Alejandro G. Inarritu, cui sono state assegnate anche altre tre statuette, Miglior Regia, Miglior sceneggiatura originale e Miglior Fotografia. Lo stesso numero di premi va a Grand Budapest Hotel, per quanto riservati essenzialmente al settore tecnico (da segnalare la statuetta per i costumi assegnata a Milena Canonero, che va ad aggiungersi a quelle conseguite per Barry Lindon, Stanley Kubrick, 1976; Momenti di gloria, Hugh Hudson, 1982; Marie Antoinette, Sofia Coppola, 2007).
Julianne Moore è la miglior attrice protagonista (Still Alice, di Richard Glatzer), mentre Eddie Redmayne consegue il titolo di miglior attore protagonista per La teoria del tutto, diretto da James Marsh. Miglior Film d’Animazione, Big Hero 6. Di seguito, l’elenco dei premi assegnati. Continua a leggere

BAFTA 2015: i vincitori

8768468Si è svolta ieri sera, domenica 8 febbraio, presso la Royal Opera House di Londra la cerimonia di premiazione dei BAFTA, British Academy of Film and Television Arts, anche noti come “Oscar britannici” (68esima edizione).
A trionfare Boyhood, miglior film, di Richard Linklater, premiato come miglior regista, mentre a Patricia Arquette è andato il premio come miglior attrice non protagonista, e Grand Budapest Hotel di Wes Anderson, che ottiene cinque riconoscimenti (musica, trucco, scenografie, sceneggiatura originale, costumi, questi ultimi di Milena Canonero).
La teoria del tutto ha conseguito tre statuette (miglior film inglese, sceneggiatura adattata, e attore protagonista, Eddie Redmayne).
Miglior attrice è risultata Julianne Moore per Still Alice.
Di seguito, l’elenco dei premiati. Continua a leggere

Roma: “I vestiti dei sogni. La scuola italiana dei costumi per il cinema”

10942324_10153189206253132_6288970546402060351_nI vestiti dei sogni. La scuola italiana dei costumi per il cinema, questo il titolo di un’interessante mostra, promossa da Roma Capitale Assessorato alla Cultura, Creatività e Promozione Artistica-Sovrintendenza Capitolina con l’organizzazione di Zètema Progetto Cultura, che la Cineteca di Bologna ed Equa di Camilla Morabito realizzeranno da oggi, sabato 17 gennaio, fino al 22 marzo presso il Museo di Roma in Palazzo Braschi. Quella dei costumi è un’eccellenza italiana. Un’arte nell’arte, propria degli artisti, e degli artigiani, che hanno fatto grande il cinema, italiano e internazionale, dalle dive del muto a La grande bellezza, capace di ridare al nostro cinema un nuovo Oscar, premio conseguito dal caposcuola Piero Tosi (alla carriera, nel 2013), da Danilo Donati (nel 1969 per Romeo e Giulietta di Zeffirelli e nel 1977 per Il Casanova di Fellini), Milena Canonero (ben tre, il primo con Stanley Kubrick per Barry Lyndon, poi per Momenti di gloria e in anni recenti per Marie Antoniette di Sofia Coppola), Gabriella Pescucci (al lavoro con Martin Scorsese per L’età dell’innocenza), figure- guida alla scoperta di una mostra che vuole superare lo stereotipo della galleria di abiti, per far emergere il senso di una scuola, di una tradizione artigiana italiana che ha fatto grande il cinema, quella dei disegnatori dei costumi e di chi poi li ha realizzati, case come Tirelli, Peruzzi, Gattinoni, Fanani, Annamode, Attolini. Con un progetto di allestimento luci affidato a Luca Bigazzi, tra i più apprezzati direttori della fotografia del panorama contemporaneo, e realizzato da Viabizzuno, I vestiti dei sogni raccoglierà oltre 100 abiti originali, decine di bozzetti e una selezione di oggetti, fra i quali spicca l’unicum della pressa che un maestro come Danilo Donati costruì per foggiare i costumi del Satyricon di Federico Fellini. Continua a leggere

Grand Budapest Hotel

1Film d’apertura del 64mo Festival di Berlino, dove ha conseguito l’Orso d’Argento-Gran Premio della Giuria, Grand Budapest Hotel conferma ed in un certo qual modo amplifica lo stile raffinato e piuttosto personale del regista e sceneggiatore Wes Anderson, un autore particolarmente incline a trasferire sullo schermo, ogni volta con inedite connotazioni, un’eccentrica sarabanda, variopinta ed estremamente cinetica, di situazioni e personaggi, dall’estrazione in primo luogo letteraria e poi cinematografica. A tutto ciò si accompagna una notevole attenzione formale, evidente sopratutto nella studiata simmetria delle inquadrature. Anche in questa sua ultima fatica, idonea a portare in scena l’idea del cinema come finzione, racconto affabulante e mirabilia immaginifica, l’ascendenza derivativa del soggetto (opera di Anderson e Hugo Guinnes), citata nei titoli di coda, trova le sue basi nelle opere dello scrittore Stefan Zweig, ma da un punto di vista puramente visivo e nelle modalità propositive dei molti personaggi che entrano ed escono di scena, ognuno apportando una personale visione delle cose, un diverso canone di approccio alla vita, non è difficile individuare il riferimento principe ad Ernst Lubitsch, profuso anche nel fluire di un senso nostalgico per un “mondo perduto”. Continua a leggere

Wolfman

1646“Anche un uomo puro di cuore che recita ogni sera le sue preghiere può divenire un lupo quando l’aconito è in fiore e la luna piena d’autunno splende luminosa”, recita una voce fuori campo all’inizio di Wolfman. Autore dei bei versi è Curt Siodmark, omaggiato nei credits, sceneggiatore nel ‘41 de L’uomo lupo, il cui canovaccio viene ripreso dagli sceneggiatori D. Self e A. K. Walker per la regia di Joe Johnston.

Nell’Inghilterra vittoriana, a Blackmoor, piccolo paese poco lontano da Londra, ritorna, dopo molti anni, Lawrence Talbot (Benicio Del Toro), attore teatrale. Ha ricevuto una lettera da Gwen (Emily Blunt), promessa sposa di suo fratello Ben, preoccupata per la sua assenza, che si protrae da giorni. Lawrence si confronterà con la sovrastante figura paterna, Sir John (Anthony Hopkins), e con tristi ricordi, la notte in cui rinvenne la madre morta con la gola squarciata o gli anni in cui fu rinchiuso in manicomio per volere del padre, preoccupato per la sua salute mentale. Ben è stato rinvenuto cadavere, in un fosso, divorato da una misteriosa creatura, solita aggirarsi nei pressi della tenuta dei Talbot nelle notti di luna piena. Il sospetto va agli zingari accampati ai margini del bosco e Lawrence una sera si reca presso di loro, per indagare. Ma è il plenilunio e la creatura compare all’improvviso, sbranando chiunque abbia davanti, mordendo lo stesso Lawrence. Salvato dalla zingara Maleva (Geraldine Chaplin), sarà l’inizio della tragedia, contagiato si muterà in una creatura a metà tra uomo e lupo assetata di sangue, braccato da un detective (Hugo Weaving) di Scotland Yard verrà internato in manicomio, dal quale fuggirà, scoprendo infine la causa di tanto orrore e trovando la morte, unica speranza di salvezza, per mano della persona amata.

L’Universal rilegge il suo classico in chiave spettacolare e splatter, tra rispetto ed omaggio alla messa in scena essenziale del citato originale (la cui storia si svolgeva però nel presente) e quella fosca e barocca della casa di produzione inglese Hammer, alle quali si rifà anche il look della bestia, opera di Rick Baker. Curiosi poi il letterale richiamo a Il mistero del Tibet, ’35, e il ricalco da Un lupo mannaro americano a Londra, ’81, dell’uomo lupo che semina panico nella City londinese. Diretto senza particolari guizzi, con una bella fotografia (S. Johnson), che esalta l’atmosfera gotica ed i costumi di Milena Canonero, e ottime interpretazioni di Del Toro, amleticamente dolente, e di Hopkins, compiaciuto gigione, con personaggi femminili degni di migliore valorizzazione, presenta un plot narrativo pesante e farraginoso, per varie sostituzioni di regista e sceneggiatori.

Troppi gli spunti, pur interessanti, per un pieno coinvolgimento emotivo: la struttura da tragedia shakespeariana, un complesso di Edipo che confluisce in una lotta all’ultimo morso, l’amore trattenuto dalla rigida morale vittoriana e la libera ferinità, la psichiatria dai metodi sperimentali e punitivi. Pienamente godibile, il film ha dalla sua il coraggio di lasciare intatto il mito del lupo mannaro come essere maledetto, in lotta con la bestia che è in lui, tra violenza e pulsioni represse, tragica figura di solitario emarginato, che cerca di dare un senso alla sua triste e combattuta dualità, lontano da virtuosismi visivi o alleggerimenti soap stile Twilight.