Archivi tag: New Hollywood

Un ricordo di Miloš Forman

Miloš Forman (Alchetron)

Ci lascia Miloš Forman, regista cinematografico ceco, naturalizzato statunitense (Forman Ján Tomáš, Čáslav, Boemia, 1932), morto ieri, venerdì 13 aprile.
Una volta diplomatosi, a metà degli anni ’50, alla FAMU di Praga (Facoltà di cinema dell’Accademia delle Muse), Forman, dopo una serie di esperienze come attore, sceneggiatore ed aiuto regista, ed aver preso parte all’opera collettiva volta a girare le immagini per Laterna magika, spettacolo teatrale di mimo, danza, musica e cinema muto, esordì in autonomia sul grande schermo nel 1963, con il mediometraggio Konkurs (Il concorso), realizzando poi nello stesso anno il suo primo lungometraggio, Černý Petr (L’asso di picche), grazie al quale divenne fra i maggiori esponenti della Nová Vlna, la “nuova onda” di rinnovamento che attraversava in quel tempo il cinema cecoslovacco.   Continua a leggere

Dedicata a Brian De Palma la retrospettiva del 35mo Torino Film Festival

Brian De Palma (Tast of Cinema)

Sarà dedicata al regista Brian De Palma la retrospettiva della 35ma edizione del Torino Film Festival (24 novembre2 dicembre). Per la prima volta in Italia si proporrà una rassegna completa sul grande autore statunitense, appartenente  alla generazione dei Movie Brats, giovani talenti provenienti dal cinema indipendente e nuovi autori formatisi in televisione, che all’inizio degli anni ’70 contribuirono alla nascita del movimento noto come New Hollywood, in virtù del quale si delineava “l’altra faccia dell’ America”, rielaborando il linguaggio proprio della controcultura e la mitologia che ne derivava: scomparivamo ottimismo, perfezione, eroismo, sostituiti da dubbio, voglia di fuga, disadattamento e, con il procedere degli anni Settanta, angoscia, paura, sconfitta, stati d’animo sottolineati cinematograficamente da un’evidente revisione dei generi. Verranno dunque presentati i cortometraggi, i documentari e i videoclip di Brian De Palma, in versione originale sottotitolata, così da (ri)scoprire un autore che ha avuto un’influenza fondamentale sul cinema dei decenni successivi, forte di uno stile visivo personale, caratterizzato da una certa libertà formale nella reiterazione di alcuni tratti stilistici mano a mano sempre più distintivi (come il frequente utilizzo dei piani sequenza o della soggettiva, volta quest’ultima a creare anche una certa partecipazione immedesimativa degli spettatori). La retrospettiva è curata da Emanuela Martini, direttrice del Torino Film Festival.

Taxi Driver (1976)

Robert De Niro e Martin Scorsese

Robert De Niro e Martin Scorsese

Martin Scorsese (1942, Flushing, New York) rientra fra gli esponenti della New Hollywood, quell’ondata di rinnovamento che, a partire dalla metà degli anni ’70, riscoprì l’essenzialità del cinema come messaggio e come concetto, non limitandosi semplicemente a dare una rinfrescata alle consuete tematiche o ai vari generi.
Questi ultimi divennero oggetto di una profonda revisione, così da adattarli a sottolineare un’inedita narrazione della nazione americana.
Ottimismo, perfezione, eroismo venivano infatti sostituiti da dubbio, voglia di fuga, disadattamento e, con il procedere degli anni Settanta, da angoscia, paura, senso di amara sconfitta. Dopo una breve esperienza in seminario, Scorsese frequentò la Scuola di Cinematografia della New York University, laureandosi in regia.

taxi_driver_5-620x487Iniziò quindi a girare una serie di cortometraggi (come The Big Shave, 1967), dove iniziava già ad intravedersi il suo stile, che traeva ispirazione dai cineasti francesi della Nouvelle Vague ma anche dal Neorealismo italiano e da registi indipendenti quali John Cassavetes. Nel 1969 diresse il suo primo lungometraggio Who’s That Knocking at My Door (Chi sta bussando alla mia porta?), cui fece seguito, una volta che Scorsese entrò nella factory di Roger Corman, Boxcar Bertha (America 1929- Sterminateli senza pietà, 1972). L’attenzione di pubblico e critica arrivò però con i successivi Mean Streets, 1973, Alice Doesn’t Live Here Anymore (Alice non abita più qui, 1975) e, soprattutto, Taxi Driver, Palma d’Oro al 29mo Festival di Cannes nel 1976: da qui in poi, con qualche discontinuità, la carriera di Scorsese proseguirà fino ai giorni nostri. Continua a leggere

32mo Torino Film Festival

L’immagine simbolo del 32mo Torino Film Festival, un autoscatto, risalente al 1975, del fotografo e cineasta Jerry Schatzberg

L’immagine simbolo del 32mo Torino Film Festival, un autoscatto, risalente al 1975, del fotografo e cineasta Jerry Schatzberg

E’ stata presentata ieri, martedì 11 novembre, con la consueta duplice conferenza stampa (di mattina alla Casa del Cinema di Roma, in serata al Cinema Massimo di Torino), la 32ma edizione del Torino Film Festival, che prenderà il via venerdì 21 novembre presso l’Auditorium Gianni Agnelli con la proiezione di Gemma Bovery, film diretto da Anne Fontaine, per concludersi sabato 29 alla Multisala Reposi, ospite d’onore Anna Mazzamauro (presenterà un omaggio ad Anna Magnani), quando sarà proiettata la pellicola di chiusura della kermesse torinese, Wild, di Jean-Marc Vallée. Al regista britannico Julien Temple sarà conferito il Gran Premio Torino, sabato 22 novembre, alle 19.45. Dopo la consegna del premio, verrà proiettato Sex Pistols – Oscenità e furore (The Filth and the Fury, 2000), uno dei tre film dedicati dal cineasta al gruppo punk-rock inglese, serie iniziata con La grande truffa del rock’n’roll (The Great Rock ‘n’ Roll Swindle, 1979) e conclusa con The Sex Pistols: There’ll Always Be an England, 2008. La direzione artistica del Festival, il quale può contare su 197 titoli in cartellone, quest’anno è affidata ad Emanuela Martini, che nelle scorse edizioni ha affiancato i direttori Nanni Moretti, Gianni Amelio e Paolo Virzì (ora Guest Director) e dei quali ha dichiarato di volerne mantenere, nell’ordine, “il rigore, la passione, lo spirito pop. E naturalmente l’intelligenza con la quale tutti e tre si sono avvicinati al Torino Film Festival, riconoscendone e apprezzandone l’identità e impegnandosi a preservarla, nel momento stesso in cui lo modellavano sui loro gusti e le loro idee di cinema”. Continua a leggere

My Name Is Torino, al via il 31mo TFF

Il manifesto del 31mo TFF, disegnato da Gipi

Il manifesto del 31mo TFF, disegnato da Gipi

Sarà inaugurata questa sera, venerdì 22 novembre, alle ore 21.30, presso la sede del Lingotto-Auditorium Giovanni Agnelli, protagonista Luciana Littizzetto, la 31ma Edizione del Torino Film Festival, la prima sotto la direzione artistica di Paolo Virzì, coadiuvato da Emanuela Martini, vicedirettore. Film d’apertura Last Vegas, per la regia di Jon Turteltaub, presente in sala, che vede protagonisti Robert De Niro, Michael Douglas, Morgan Freeman e Kevin Kline, inserito nella sezione contenitore Festa mobile, dedicata alle opere fuori concorso. Al suo interno troviamo anche la pellicola di chiusura, Grand Piano (Eugenio Mira), l’omaggio a Federico Fellini, con l’anteprima del primo restauro digitale di 8 ½, a cura della Cineteca Nazionale di Roma, Medusa Film, Cinecittà – Deluxe e titoli come All is lost (J.C. Chandor) o La sedia della felicità di Carlo Mazzacurati, cui sarà conferito il Gran Premio Torino.

Piera Degli Esposti

Piera Degli Esposti

Un altro importante riconoscimento, il Premio Maria Adriana Prolo alla carriera 2013, verrà assegnato dall’Associazione Museo Nazionale del Cinema (AMNC) all’attrice Piera Degli Esposti, lunedì 25 novembre, alle ore 21.00, presso il Cinema Massimo (sala 3). Intitolato alla fondatrice del Museo Nazionale del Cinema, il premio, giunto alla dodicesima edizione, è stato nel corso degli anni attribuito ad una personalità che si è particolarmente distinta nel panorama della cinematografia italiana: registi (Giuseppe Bertolucci, Marco Bellocchio, Ugo Gregoretti, Giuliano Montaldo, Massimo Scaglione e Daniele Segre), attori (Roberto Herlitzka, Elio Pandolfi, Lucia Bosè, Ottavia Piccolo) e compositori (Manuel De Sica). Alla suddetta cerimonia seguirà la proiezione in anteprima nazionale del film documentario Tutte le storie di Piera, scritto e diretto da Peter Marcias.

Paolo Virzì ed Emanuela Martini (torinorepubblica.it)

Paolo Virzì ed Emanuela Martini (torinorepubblica.it)

Virzì, a giudicare dal ricco e variegato programma (185 i titoli in cartellone), ha mantenuto fede ai propositi espressi al momento del suo insediamento, ovvero innovare nel solco di quanto già efficacemente definito in questi ultimi anni dai suoi predecessori, così da conferire alla kermesse un’ulteriore connotazione, mantenendone sostanzialmente inalterata l’identità, costituita dal credere fermamente che i veri protagonisti della manifestazione, al di là della presenza o meno di ospiti prestigiosi, restino i film in quanto tali. Scorrendo i titoli presenti nelle varie sezioni, si delinea quindi la concretezza di un’idea solo in apparenza utopica, un cinema senza confini al cui interno possono coesistere spettacolo, intrattenimento popolare e percorsi d’autore, senza dimenticare le nuove tendenze emerse a Venezia e a Roma, volte a porre attenzione al documentario e alla sperimentazione come inedite modalità d’osservazione del reale. Continua a leggere

Rush

 Ron Howard (Wikipedia)

Ron Howard (Wikipedia)

Ron Howard può essere definito un abile “regista artigiano”, un cineasta che nel corso degli anni si è misurato con vari generi cinematografici, in equilibrio fra costante professionalità e distanza da una dimensione propriamente autoriale. Ha coltivato con tenacia (e scaltrezza) l’idea di un cinema dallo stampo classico, volto ad offrire insieme intrattenimento e coinvolgimento emotivo, nel rispetto della sceneggiatura e delle prestazioni attoriali. Non va dimenticata al riguardo la sua formazione all’interno di quel movimento rinnovatore della cinematografia americana, noto come New Hollywood, che prese piede sul finire degli anni’60 e riscoprì l’essenzialità del cinema, tanto in qualità di “messaggio” che di concetto.

movieplayerCaratteristiche che si ritrovano anche nel suo ultimo lavoro, Rush, un gran bel film, capace di unire insieme, senza alcun stridore retorico, epicità, realismo e senso del dramma, forte nella sua armonica gradevolezza intrattenitrice di vari elementi ben sintonizzati fra di loro: l’ottimo script opera di Peter Morgan, le riuscite interpretazioni dei protagonisti e la bella fotografia (Anthony Dod Mantle), in grado di far percepire la patina sgranata del tempo che passa. Il resto lo fa un buon lavoro congiunto di regia e montaggio (Daniel P. Hanley, Mike Hill), tale da rendere ogni sequenza estremamente fluida e reale, tanto da non avvertire il passaggio dei vari inserimenti nel ben studiato collage fra filmati d’epoca, ricostruzioni digitali e riprese dal vero.
E’palpabile invece il contatto con la pista, la sensazione di sussultare sui cordoli insieme ai piloti, stringere con forza il volante nelle curve, accelerare, frenare e cambiare marcia in una manciata di secondi, alla ricerca del miglior inserimento, della traiettoria più congeniale.

Chris  Hemsworth e Daniel  Brühl

Chris Hemsworth e Daniel Brühl

L’inizio è da antologia: 1° agosto 1976, le vetture sono schierate per la partenza sul circuito del Nürburgring Nordschleife, si corre il Gran Premio di Germania, decima gara del Mondiale di F1, James Hunt (Chris Hemsworth) su McLaren M23 e Niki Lauda (Daniel Brühl) a bordo della Ferrari 312 T2, rispettivamente secondo e primo in classifica piloti (per un distacco di 35 punti), si studiano a vicenda nell’ impostare le strategie di gara, osservando il cielo sempre più grigio e minaccioso di pioggia. Ma ecco che tale attacco iniziale viene momentaneamente sospeso, la voce narrante del pilota austriaco ci riporta a sei anni prima, al campionato di Formula 3, all’interno del quale i futuri duellanti iniziarono a farsi le ossa nel mondo delle corse, dando vita a quell’incontro- scontro che segnerà il destino di due uomini sempre in competizione l’uno contro l’altro, ma in primo luogo contro se stessi e i propri limiti, arrivando infine al completamento vicendevole e alla stima reciproca.

Olivia Wilde e Chris  Hemsworth

Olivia Wilde e Chris Hemsworth

Nel parallelo fra le due figure si notano delle similitudini, come la passione per l’automobilismo ostacolata dai rispettivi genitori, che avevano già previsto per i loro figli una continuità con le proprie professioni, e la differenza nel gestirla e metterla in pratica.
L’inglese Hunt, socievole e affabile nei modi, appare spinto da uno spirito guascone, sempre in costante tensione agonistica tanto nei circuiti che nella vita, tombeur de femmes dedito ad ogni eccesso, e vede la sua indubbia vocazione come qualcosa da esprimere nella forma più libera possibile, piuttosto che irreggimentarla in una dimensione lavorativa come fa invece l’austriaco Lauda, la cui impulsività appare più meditata e si manifesta nell’essere sin troppo schietto e diretto.
Il suo è un approccio scientifico, si rende manager di se stesso nell’unire business e professionalità, arriva ad investire del denaro per poter correre in F1, studia ogni minimo particolare della propria preparazione fisica e di quella meccanica del mezzo che si troverà a guidare, suggerendo ai tecnici una serie di miglioramenti, spesso provvidenziali a migliorarne l’efficienza.

Daniel  Brühl

Daniel Brühl

Il tema dominante del film, la sua trascinante forza emotiva, sta essenzialmente in questa contrapposizione di diversi caratteri e relative differenti emozioni, la sfida ricorrente con la morte che conferisce ad Hunt ulteriori stimoli, mentre Lauda contrappone un freddo ragionamento calcolatore anche verso tale rischio (mai oltre il 20%), il rapporto con le loro mogli, rispettivamente la modella Suzy Miller (Olivia Wilde) e Marlene Knaus (Alexandra Maria Lara), e i compagni di scuderia, come Clay Regazzoni (Pierfrancesco Favino).
Gran parte del coinvolgimento emotivo di cui sopra è offerto indubbiamente dalle buone interpretazioni offerte dagli attori, in primo luogo da Brühl nei panni di Lauda, convincente in ogni atteggiamento, nella postura, nella schiettezza di ogni battuta, nell’esprimere con naturalezza l’alternanza fra momenti lieti ed altri più drammatici (come un dialogo con la moglie durante la luna di miele, sulla paura di essere felice, e la sua ostinazione a ritornare in pista dopo il terribile incidente del Nürburgring).

Alexandra Maria Lara e Daniel  Brühl

Alexandra Maria Lara e Daniel Brühl

Anche Hemsworth è capace di offrire più di una sorpresa: dà infatti corpo ed anima all’irruenza di Hunt ed offre una tangibile visualizzazione del suo autoalimentato stato di tensione, eterno ragazzone fortemente competitivo nello spingersi oltre i personali confini, fisici e caratteriali, sino alla fine. Brave anche Wilde e Maria Lara, ma se la prima si limita ad aderire allo stereotipo della bella da copertina, sacrificata in fase di sceneggiatura (così come meritava più spazio il Regazzoni di Favino), la seconda riesce ad esprimere con un semplice sguardo intense emozioni: non a caso sarà al centro di un particolare momento durante la gara finale del Mondiale, il Gran Premio del Giappone, quando Lauda, costretto a partire come gli altri piloti nonostante le proibitive condizioni meteorologiche, si ritirerà lasciando il posto di campione del mondo all’eterno rivale, evidenziando, come scrissero all’epoca i giornali, “il coraggio della paura”.

Niki Lauda e James Hunt

Niki Lauda e James Hunt

Howard si conferma sempre all’altezza nel tenere le redini della narrazione, gestisce con maestria la successione fra toni intimisti e quelli più adrenalinici, facendo leva su una spettacolarità sempre funzionale, studiata coreograficamente nei minimi particolari, rombante ma non reboante, ed offre la visione di una F1 distante anni luce da quella odierna, dove il valore umano e la stima reciproca, per quanto malcelata, giocavano ancora un certo ruolo. Emblematico al riguardo il finale, l’immagine dei due nemici/amici intenti in un dialogo- confronto sulle rispettive carriere, sul diverso modo di considerare lo sport e la vita, sempre fermi nelle loro convinzioni, ciò che è un pregio per l’uno è un difetto per l’altro e viceversa. Mentre iniziano ad alternarsi riprese dal vero e finzione cinematografica, ecco che i termini vittoria e sconfitta si ammantano d’inedite sfumature, divengono due facce della stessa medaglia, nella frenetica ricerca, in pista come fuori, di un “oltre”, un qualcosa d’inspiegabile che assume significato, forse, nella definitiva affermazione di se stessi e della più intima interiorità.

Il Torino Film Festival di Paolo Virzì

il-torino-film-festival-di-paolo-virzi-L-8DgZrCInnovare nel solco di quanto già efficacemente delineato in questi ultimi anni dai suoi predecessori, per conferire al Torino Film Festival un’ulteriore connotazione, questa sarà la linea guida del neodirettore artistico della kermesse torinese, Paolo Virzì, come emerge da quanto dichiarato durante la conferenza stampa dello scorso 5 febbraio: “Un festival caldo e accogliente, sostanzialmente inalterato nell’identità, che tenterà di realizzare in nove giorni l’utopia di un cinema senza confini, dove lo spettacolo e l’intrattenimento popolare abitano nello stesso luogo dei percorsi d’autore, del documentario e del cinema sperimentale; ma anche un Festival 2.0, continuamente connesso e fruibile dagli utenti del web”.

Paolo Virzì

Paolo Virzì

Principali novità della 31ma Edizione, la retrospettiva, a sviluppo biennale, dedicata al cinema della New Hollywood, curata da Emanuela Martini, che avrà come oggetto circa ottanta film americani realizzati tra il 1967 e il 1976.
Nel porre attenzione al linguaggio e ai miti originati dalla controcultura, elaborati nel corso di un decennio dai giovani talenti provenienti dal cinema indipendente e dai nuovi autori che si erano formati in televisione, si cercherà, anche con la collaborazione del Dams dell’Università degli Studi di Torino, di tracciare un quadro esauriente di quella produzione e delle sue ripercussioni nell’immaginario.
La retrospettiva sarà accompagnata da un volume di saggi, analisi e testimonianze.

Emanuela Martini

Emanuela Martini

La sezione Figli e amanti verrà sostituita da un breve ciclo di film italiani degli ultimi vent’anni, alla cui proiezione sarà accostato un incontro con autori, storici, giornalisti e scrittori, che rifletteranno sulla cultura, lo stile di vita e la storia contemporanea del Paese; nella stessa ottica di valorizzazione e analisi del nostro cinema, si dedicherà una seconda retrospettiva a un cineasta italiano recente.
Sul modello del Festival di Telluride, ogni anno una personalità del cinema internazionale diventerà Guest Director del TFF e curerà personalmente una sezione specifica. Sono già aperte ipotesi di collaborazione, oltre che, come su scritto, con il Dams dell’Università degli Studi di Torino, anche con il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma e il Teatro Stabile del capoluogo piemontese.

Una rassegna cinematografica dove l’autorialità percorrerà la strada dell’informalità, come si evince ancora una volta dalle parole di Virzì, alle quali affido la conclusione dell’articolo: “perché il Festival sia davvero una festa, da un lato abbiamo il progetto di rilanciare il Premio del pubblico, nel quale gli spettatori saranno invitati a votare i film del Festival, e dall’altro stiamo studiando la maniera con cui dare un risalto affettuoso al momento dell’ingresso degli ospiti in sala, attraverso una formula nuova, spettacolare e informale, un caloroso benvenuto al quale partecipi anche il pubblico torinese”.
Mi sembra certamente un ottimo inizio.