Archivi categoria: Letteratura

Foibe (Fabio Magris)

Ossa spezzate
atroci agonie
l’uomo ha superato Caino.
Come bestie torturate
legati ai polsi con vile fil di ferro
gettati ancor vivi nell’oscurità.
Massacro senza limiti
sterminio,
carneficina,
eccidio,
genocidio,
inumani vendette,
stragi e rappresaglie
coperte da anni e anni di silenzio
per politiche infami.
Ora,
nei prati di Basovizza,
un masso di pietra carsica
sigilla la vergognosa tomba
dei dodicimila infoibati.
Non si odono più
tormentosi lamenti
ma solo frusciar del vento
e..
poco lontano
un ragazzino sorridente
fa volare il suo aquilone

Ella & John- The Leisure Seeker

Wellesley, Massachusetts, Stati Uniti d’America, agosto 2016.
Gli anziani coniugi Spencer, Ella (Helen Mirren) e John (Donald Sutherland), hanno rimesso in moto il loro vecchio Winnebago, un camper risalente agli anni ’70 soprannominato The Leisure Seeker (“il cercatore di svago”) e si sono messi in viaggio lungo la Route 1, destinazione Key West, così da visitare la dimora che fu di Ernest Hemingway. Una decisione improvvisa, i figli, ormai adulti, Will (Christian McKay) e Jane (Janel Moloney) non ne sapevano nulla, presa da Ella: ormai consapevole tanto dell’incedere inesorabile del cancro sul suo corpo quanto dell’incipiente demenza senile dell’amato coniuge, ha inteso in tal modo elargire un ultimo regalo ad entrambi, ripercorrere quelle strade attraversate da giovani in compagnia dei loro bambini.
La lucidità di Ella, la sua indomita energia, anche nel relazionarsi con le persone, cui dispensa una discreta logorrea, riescono a compensare la mente in affanno di John, ex professore di letteratura, il quale alterna rari barlumi di lucidità a tutta una serie di vagheggiamenti, improvvisi squarci su un passato ritenuto presente  o il declamare stralci tratti dalle opere dei suoi scrittori prediletti.
Il loro in fondo è un atto di ribellione, in primo luogo verso quella prole, Will in particolare, fin troppo asfissiante nell’esternare preoccupazioni varie e poi nei confronti di una società orfana di quei valori fondamentali di cui si rendono portatori e che ora hanno assunto le sembianze di un mero simulacro a sostegno del “nuovo che avanza”. Un viaggio lungo una vita, un capolinea affidato alla libertà di scelta …  Continua a leggere

Wonder

(Movieplayer)

Brooklyn, New York City, oggi.
August, Auggie, Pullman (Jacob Tremblay), dieci anni, ha già affrontato 27 interventi chirurgici al volto, causa disastosi mandibolo facciale (Sindrome di Treacher Collins), che ne ha alterato i lineamenti fin dalla nascita.
Dotato di una fantasia sfrenata, al pari di una spiccata intelligenza che lo porta a primeggiare soprattutto nelle materie scientifiche, grande estimatore della saga di Star Wars con una particolare predilezione per il personaggio di Chewbacca, Auggie immagina di essere un astronauta, d’altronde indossa anche l’apposito casco, sospeso nello spazio profondo fra stelle e pianeti, un personale “centro di gravità permanente” in linea con quello che è stato creato tutt’intorno a lui dai familiari nel corso degli anni, proteggendolo dai contatti col mondo esterno, timorosi delle reazioni dei tanti, adulti e bambini, tronfi della loro presunta “normalità”: la madre Isabel (Julia Roberts) ha sacrificato laurea e probabile brillante carriera lavorativa per stare vicino al figlio ed impartirgli la primaria istruzione, il padre Nate (Owen Wilson) ricorrendo ad una lieve ironia ha sempre fatto in modo che Auggie si sentisse in pace in primo luogo con se stesso, la sorella maggiore Olivia, Via (Izabela Vidovic),  ha visto passare in secondo piano le proprie ambasce esistenziali nel corso dei passaggi critici da un’età ad un’altra, considerando la necessità di attenzione del fratello, senza comunque dar vita ad un particolare malanimo, potendo contare anche sul valido apporto emotivo della nonna materna (Sonia Braga). Continua a leggere

Auguri di Buon Anno

Amici lettori di Sunset Boulevard, abituali o di passaggio, vi ringrazio per aver condiviso opinioni e sensazioni nel corso di questo 2017 prossimo ormai alla fine; rendo miei i versi espressi da Elli Michler nella poesia  Ti auguro tempo (Ich wunsche dir Zeit, 1987) come buon auspicio per tutti noi, l’augurio che nel corso del nuovo anno ci si possa riappropriare delle dimensioni più consone alla nostra primigenia essenza, da esprimere al meglio su quel grande palcoscenico che è la vita (W. Shakespeare).

 

Non ti auguro un dono qualsiasi,
ti auguro soltanto quello che i più non hanno.
Ti auguro tempo, per divertirti e per ridere;
se lo impiegherai bene potrai ricavarne qualcosa.
Ti auguro tempo, per il tuo fare e il tuo pensare,
non solo per te stesso, ma anche per donarlo agli altri.
Ti auguro tempo, non per affrettarti a correre,
ma tempo per essere contento.
Ti auguro tempo, non soltanto per trascorrerlo,
ti auguro tempo perché te ne resti:
tempo per stupirti e tempo per fidarti e non soltanto per guadarlo sull’orologio.
Ti auguro tempo per guardare le stelle
e tempo per crescere, per maturare.
Ti auguro tempo per sperare nuovamente e per amare.
Non ha più senso rimandare.
Ti auguro tempo per trovare te stesso,
per vivere ogni tuo giorno, ogni tua ora come un dono.
Ti auguro tempo anche per perdonare.
Ti auguro di avere tempo, tempo per la vita.

Sogno di Natale (Luigi Pirandello)

Sentivo da un pezzo sul capo inchinato tra le braccia come l’impressione d’una mano lieve, in atto tra di carezza e di protezione. Ma l’anima mia era lontana, errante pei luoghi veduti fin dalla fanciullezza, dei quali mi spirava ancor dentro il sentimento, non tanto però che bastasse al bisogno che provavo di rivivere, fors’anche per un minuto, la vita come immaginavo si dovesse in quel punto svolgere in essi.

Era festa dovunque: in ogni chiesa, in ogni casa: intorno al ceppo, lassù; innanzi a un Presepe, laggiù; noti volti tra ignoti riuniti in lieta cena; eran canti sacri, suoni di zampogne, gridi di fanciulli esultanti, contese di giocatori… E le vie delle città grandi e piccole, dei villaggi, dei borghi alpestri o marini, eran deserte nella rigida notte. E mi pareva di andar frettoloso per quelle vie, da questa casa a quella, per godere della raccolta festa degli altri; mi trattenevo un poco in ognuna, poi auguravo:

– Buon Natale – e sparivo…

Ero già entrato così, inavvertitamente, nel sonno e sognavo. E nel sogno, per quelle vie deserte, mi parve a un tratto d’incontrar Gesù errante in quella stessa notte, in cui il mondo per uso festeggia ancora il suo natale. Egli andava quasi furtivo, pallido, raccolto in sé, con una mano chiusa sul mento e gli occhi profondi e chiari intenti nel vuoto: pareva pieno d’un cordoglio intenso, in preda a una tristezza infinita.

Mi misi per la stessa via; ma a poco a poco l’immagine di lui m’attrasse così, da assorbirmi in sé; e allora mi parve di far con lui una persona sola. A un certo punto però ebbi sgomento della leggerezza con cui erravo per quelle vie, quasi sorvolando, e istintivamente m’arrestai. Subito allora Gesù si sdoppiò da me, e proseguì da solo anche più leggero di prima, quasi una piuma spinta da un soffio; ed io, rimasto per terra come una macchia nera, divenni la sua ombra e lo seguii.

Sparirono a un tratto le vie della città: Gesù, come un fantasma bianco splendente d’una luce interiore, sorvolava su un’alta siepe di rovi, che s’allungava dritta infinitamente, in mezzo a una nera, sterminata pianura. E dietro, su la siepe, egli si portava agevolmente me disteso per lungo quant’egli era alto, via via tra le spine che mi trapungevano tutto, pur senza darmi uno strappo.

Dall’irta siepe saltai alla fine per poco su la morbida sabbia d’una stretta spiaggia: innanzi era il mare; e, su le nere acque palpitanti, una via luminosa, che correva restringendosi fino a un punto nell’immenso arco dell’orizzonte. Si mise Gesù per quella via tracciata dal riflesso lunare, e io dietro a lui, come un barchetto nero tra i guizzi di luce su le acque gelide.

A un tratto, la luce interiore di Gesù si spense: traversavamo di nuovo le vie deserte d’una grande città. Egli adesso a quando a quando sostava a origliare alle porte delle case più umili, ove il Natale, non per sincera divozione, ma per manco di denari non dava pretesto a gozzoviglie.

– Non dormono… – mormorava Gesù, e sorprendendo alcune rauche parole d’odio e d’invidia pronunziate nell’interno, si stringeva in sé come per acuto spasimo, e mentre l’impronta delle unghie restavagli sul dorso delle pure mani intrecciate, gemeva: – Anche per costoro io son morto… Continua a leggere

Gli sdraiati

(Movieplayer)

Milano. Giorgio Selva (Claudio Bisio) è un affermato giornalista, conduce per la Rai il programma Lettere dall’Italia.
Separato da qualche anno dalla moglie Livia (Carla Chiarelli), architetto, ha ottenuto l’affido condiviso del figlio Tito (Gaddo Bacchini), diciassettenne, studente liceale.
La convivenza fra i due uomini è simile a quella di una coppia di tigri in gabbia, entrambe attente a marcare il territorio: Giorgio cerca continuamente di approcciarsi a Tito, prova a comprenderne sentimenti e stato d’animo, ma finisce spesso con l’asfissiarlo imponendo determinate regole, alcune sacrosante, in nome del vivere civile, altre attraversate da un sottile filo di paranoia; il giovane invece appare abulico, svogliato, sembra aver adottato una sorta di autismo esistenziale nei confronti del genitore, mentre il suo reale carattere, le personali modalità d’approccio alla vita, emergono nel rapporto con un fidato gruppo di amici così come attraverso il confronto col nonno materno, Pinin (Cochi Ponzoni), tassista.
Interrogarsi sul perché di quell’incerto dialogo, sospeso fra il claudicante e il sussultorio, per Giorgio vuol dire anche riflettere sulla propria persona, se e quanto abbia fallito nel fornire a Tito un modello ispiratore.
La sua aura di professionista irreprensibile risulta infatti minata dal riapparire di fantasmi lontani, per esempio Rosalba (Antonia Truppo), incontrata casualmente in occasione di un colloquio con gli insegnanti, un tempo domestica di casa Selva, nonché sua amante, mamma di Alice (Ilaria Brusadelli), coetanea del figlio e probabile sua morosa. Continua a leggere

Ciao papà

All’improvviso tutto è svanito, le tante, inevitabili, incomprensioni, ormai affievolite nel corso degli anni una volta che le reciproche individualità trovavano espressione in un concreto punto d’incontro,  la sofferenza fisica e mentale, la consapevolezza di essere costretto in una dimensione inevitabile ma che non sentivi certo tua, la nostra angoscia nel non poterti aiutare se non con l’esserti sempre più vicini, l’intercalare sinistro e ritmico delle macchine a cui eri collegato nella speranza di concederti un pur pavido soffio vitale… E’stato un attimo, il tempo di un ultimo saluto prima di iniziare il tuo viaggio leggero per appropriarti di un’inedita esistenza, in compagnia di quanti hai amato in questo buffo mondo, come tu spesso definivi la nostra condizione terrena…
Ciao papà, tutto è compiuto, tutto ha, nuovamente, inizio.

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La morte è la curva della strada (Fernando Pessoa)
La morte è la curva della strada,
morire è solo non essere visto.
Se ascolto, sento i tuoi passi
esistere come io esisto.
La terra è fatta di cielo.
Non ha nido la menzogna.
Mai nessuno s’è smarrito.
Tutto è verità e passaggio.