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Ladri di biciclette (1948)

Roma, fine anni ‘40. Antonio Ricci (Lamberto Maggiorani), disoccupato da due anni, ottiene finalmente un posto di lavoro, attacchino municipale, a condizione, però, di possedere una bicicletta.
Non resta che spignorarla al Monte di Pietà, sacrificando, su iniziativa della moglie Maria (Lianella Carell), le lenzuola di casa, “si può dormire anche senza”; Antonio è al settimo cielo, uno stipendio, per di più comunale, la possibilità degli assegni familiari, ma proprio il primo giorno del nuovo mestiere, mentre sta attaccando un manifesto, il velocipede gli viene rubato sotto i suoi occhi, nella frazione di un attimo.
Antonio si reca al commissariato per sporgere denuncia, che viene accolta con fare distratto, se ne rubano tante di biciclette a Roma, vi sono affari più urgenti da sbrigare, come gestire l’ordine riguardo alcuni comizi, è stato comunque registrato il numero di matricola, nel caso venisse rinvenuta sarà avvisato.
All’uomo, in preda ad un comprensibile sconforto,  non resta che mettersi alla ricerca di quanto gli è stato sottratto, insieme ad alcuni amici ed accompagnato dal figlioletto Bruno (Enzo Staiola), garzone presso una pompa di benzina, iniziando da Piazza Vittorio e proseguendo a Porta Portese. Continua a leggere

Miracolo a Milano (1951)

2C’era una volta una vecchina di nome Lolotta (Emma Gramatica), che viveva in una modesta casetta, poco lontano dalla città di Milano; un bel giorno, mentre innaffiava il suo orticello, allarmata da alcuni insoliti vagiti si avvicinò alla piantagione di cavoli e tra le foglie vi notò un neonato, lo prese con sé, crescendolo con infinito amore, sino al giorno della sua morte, quando il bambino, chiamato Totò, venne affidato ad un orfanotrofio, per uscirne ormai grandicello (Francesco Golisano), pronto ad affrontare il mondo; conosciuto casualmente un barbone, Totò veniva da questi ospitato nella sua capanna, su un grande spiazzo ai margini dei costruendi palazzoni, dove vivevano altri diseredati, per integrarsi man mano nella loro comunità, aiutandoli a costruire una vera e propria “altra città” di baracche, con tanto di denominazione delle vie; la vita sembrava scorrere tranquilla, il nostro stringeva amicizia con la domestica Edvige (Brunella Bovo), scoprendo la lieve delicatezza dell’innamoramento, tutti sembravano accontentarsi di una vita modesta, quanto bastava per sopravvivere, ma all’improvviso dal terreno ecco zampillare un liquido chiamato petrolio…

Diretto da Vittorio De Sica, anche sceneggiatore insieme a Cesare Zavattini, autore del soggetto (il suo romanzo Totò il buono), e, in qualità di collaboratori, Suso Cecchi D’amico, Mario Chiari, Adolfo Franci, Miracolo a Milano si caratterizza per un’inedita sperimentazione, abbandonando la vacua ripetizione dei noti schemi del Neorealismo e insistendo maggiormente, invece, sui toni surreali e favolistici propri della poetica zavattiniana, con pennellate ora grottesche ora amaramente sarcastiche, dando vita ad una connotazione stilistica giocata sul contrasto tra questi nuovi, predominanti, elementi e l’elegia a volte manieristica di De Sica, destinati ad incontrarsi e fondersi lungo l’iter narrativo in momenti di pura poesia; la costruzione complessiva abbandona la “tecnica del pedinamento” espressa nella coincidenza con il tempo reale, restando comunque ben saldi i riferimenti sociologici, introdotti con gradualità, rispettando la forma propria di un apologo fantastico, che trova il suo culmine nel celebre finale, in Piazza Duomo, i barboni in volo sulle scope, una scena ripresa da Steven Spielberg in E.T.The Extra-Terrestrial, ’82, con le biciclette in luogo delle ramazze sottratte agli spazzini.

Al centro di tutto la figura di Totò, l’uomo, l’essere umano nella sua primigenia purezza ed originario, perpetuo, candore di bimbo appena venuto al mondo, che ama il suo prossimo al punto da immedesimarsi anche fisicamente in esso, affrontando la vita con gioiosa spontaneità, rivolgendo saluti e gentilezze a quanti incontra per strada, nella fiduciosa convinzione di essere ricambiato; è poi l’uomo della “speranza fraintesa”, colui che può migliorare lo stato delle cose soltanto assecondando il modus vivendi degli “ultimi”, offrendogli dignità esistenziale, ma non elargendo tutto ciò che possano desiderare, rendendoli in tal modo simili ai ricchi: ecco il citato acre sarcasmo zavattiniano, con le differenze sociali, in odor di conflitto, a farsi ostacolo insuperabile, a meno di non optare per una omologante contaminazione; alla fine a predominare è un messaggio certamente utopico ma tuttora valido, la fuga alla ricerca “di un regno dove buongiorno voglia dire veramente buongiorno” come rifondante, ed universale, salvezza; all’insegna del nemo propheta in patria, Nastro d’Argento per la miglior scenografia (Guido Fiorini) a parte, Palma d’oro e Premio Fipresci a Cannes e Miglior Film straniero del ’51 per i critici di New York.

Sciuscià (1946)

ffg4yVittorio De Sica (1901-1974) debutta al cinema come attore, nel ruolo di bel giovanotto dai modi eleganti e garbati, fatuo ma di buon cuore, perfezionato ulteriormente da Mario Camerini (da Gli uomini, che mascalzoni…, ’32, a Grandi Magazzini, ’39), esordendo come regista (insieme a G. Amato) nel ’40, con la commedia Rose scarlatte, cui seguono opere basate su sentimento ed ironia (Maddalena zero in condotta, ’41), o su temi storici (Un garibaldino in convento, ’42).

Dopo la guerra, alla sua indubbia capacità di fare spettacolo (stile di regia semplice, movimenti della macchina da presa ridotti ad un’essenzialità funzionale, sobrietà nella messa in scena e nell’esposizione narrativa) si aggiunge una presa di coscienza che darà nuovo impulso alla sua naturale predisposizione a gettare uno sguardo sulla realtà, sull’uomo ed i suoi comportamenti, sospesa tra lucidità e commossa partecipazione, cui contribuì la collaborazione con Cesare Zavattini, sceneggiatore di Sciuscià (con lo stesso De Sica, C. G. Viola, A. Franci e S. Amidei):nella Roma postbellica in mano agli Americani, due ragazzi, Pasquale (Franco Interlenghi) e Giuseppe (Rinaldo Smordoni) lavorano come “sciuscià” (lustrascarpe, dall’inglese shoeshine); dandosi da fare anche in piccoli traffici di borsa nera, realizzano il loro sogno, comprare un cavallo bianco, ma a causa del fratello maggiore di Giuseppe, sono coinvolti in un furto ed arrestati, tacendo i nomi dei veri ladri e finendo al riformatorio, dove Pasquale parla credendo che l’amico sia stato torturato. Giuseppe si sente tradito e si lega ai suoi compagni di cella, fuggendo con loro in seguito ad un incendio:Pasquale mette le guardie sulle loro tracce, ritrova l’amico in groppa al cavallo bianco e lo affronta; durante il litigio Giuseppe cade da un ponte, sbatte la testa e muore, mentre il cavallo scappa via.

Primo film straniero a ricevere un Oscar speciale, non essendoci ancora uno specifico, appare sospeso tra favola e film verità, con il surrealismo fiabesco caro a Zavattini (il cavallo bianco, utopico simbolo di migliori condizioni di vita, oltre che della giovinezza ed innocenza perdute) e la sua “poetica del pedinamento”( la macchina da presa che si muove al passo dei personaggi) nella prima parte, mentre la seconda si incentra sui dettagli, sulla psicologia dei ragazzi, atto d’accusa contro il sistema di giudizio e carcerazione dei minori, che eleva alla massima potenza la violenza già presente nella società: il mondo dei ragazzi diviene speculare a quello degli adulti e suo antagonista, vive in base a regole diverse, con conseguente reciproca incomprensione. Lo stile è disadorno, la fotografia sgranata e sovraesposta, senza alcuna preoccupazione per la pulizia formale o la sintassi cinematografica, raggiungendo in crescendo punte di estremo pathos, sino al tragico grido di dolore di Pasquale nel vedere il corpo esanime dell’amico, che risveglia la nostra coscienza, spingendoci a gridare con lui per le tante ingiustizie e violenze che ancora oggi i più deboli sono costretti a sopportare.