Miracolo a Milano (1951)

(MyMovies)

C’era una volta una vecchina di nome Lolotta (Emma Gramatica), che viveva in una modesta casetta, poco lontano dalla città di Milano; un bel giorno, intenta ad innaffiare il suo orticello, allarmata da alcuni insoliti vagiti si avvicinò alla piantagione di cavoli e tra le foglie vi notò un neonato, lo prese con sé, crescendolo con infinito amore, sino al giorno della sua morte, quando il bambino, chiamato Totò, venne affidato ad un orfanotrofio, per uscirne ormai grandicello (Francesco Golisano), pronto ad affrontare il mondo; conosciuto casualmente un barbone, Totò veniva da questi ospitato nella sua capanna, su un grande spiazzo ai margini dei costruendi palazzoni, dove vivevano altri diseredati, per integrarsi man mano nella loro comunità, aiutandoli a costruire una vera e propria “altra città” di baracche, con tanto di denominazione delle vie; la vita sembrava scorrere tranquilla, il nostro stringeva amicizia con la domestica Edvige (Brunella Bovo), scoprendo la lieve delicatezza dell’innamoramento, tutti sembravano accontentarsi di una vita modesta, quanto bastava per sopravvivere, ma all’improvviso dal terreno ecco zampillare un liquido nerastro chiamato petrolio…

Diretto da Vittorio De Sica, anche sceneggiatore insieme a Cesare Zavattini, autore del soggetto (il suo romanzo Totò il buono), e, in qualità di collaboratori, Suso Cecchi D’amico, Mario Chiari, Adolfo Franci, Miracolo a Milano si caratterizza per un’inedita sperimentazione: abbandona la vacua ripetizione dei noti schemi del Neorealismo e insiste maggiormente, invece, sui toni surreali e favolistici propri della poetica zavattiniana, con pennellate ora grottesche ora amaramente sarcastiche, delinenando una connotazione stilistica plasmata sul contrasto tra questi nuovi, predominanti, elementi e l’elegia a volte manieristica di De Sica, destinati ad incontrarsi e fondersi lungo l’iter narrativo in momenti puramente elegiaci; la costruzione complessiva abbandona dunque la “tecnica del pedinamento” espressa nella coincidenza con il tempo reale, ma restano fermi i riferimenti sociologici, introdotti con gradualità, rispettando la forma propria di un apologo fantastico, che trova il suo culmine nel celebre finale, in Piazza Duomo, i barboni in volo sulle scope, una scena ripresa da Steven Spielberg in E.T.The Extra-Terrestrial, ’82, con le biciclette in luogo delle ramazze sottratte agli spazzini.

Film “Miracolo a Milano” 1951 di Vittorio De Sica Nella foto: comparse che interpretano degli spazzini fotografate in Piazza del Duomo durante la lavorazione di una scena del film @ArchiviFarabola [40657]

Al centro di tutto la figura calamitante di Totò, l’uomo, l’essere umano, nella sua primigenia purezza al colmo di un originario candore di bimbo appena venuto al mondo, destinato alla perpetuità, che ama il suo prossimo al punto da immedesimarsi anche fisicamente in esso, affrontando la vita con gioiosa spontaneità, rivolgendo saluti e gentilezze a quanti incontra per strada, nella fiduciosa convinzione di essere ricambiato; ma assume anche la veste dell’uomo che porta in sè la “speranza fraintesa”, colui che può migliorare lo stato delle cose soltanto assecondando il modus vivendi degli “ultimi”, offrendogli dignità esistenziale, ma non elargendo tutto ciò che possano desiderare, altrimenti rendendoli in tal modo del tutto equiparabili ai ricchi; qui risalta il citato acre sarcasmo zavattiniano: le differenze sociali, in odor di conflitto, divengono un ostacolo insuperabile, a meno che non si volga  ad una omologante contaminazione; alla fine a predominare è un messaggio certamente utopico ma tuttora valido, la fuga alla ricerca “di un regno dove buongiorno voglia dire veramente buongiorno” come rifondante, ed universale, salvezza.

(Cinemecum)

All’insegna del nemo propheta in patriaNastro d’Argento per la miglior scenografia (Guido Fiorini) a parte, i premi conseguiti dal film:Grand Prix du Festival International du Film (equivalente della Palma d’Oro introdotta dal 1955) e Premio Fipresci alla IV Edizione del Festival di Cannes (ex aequo con Froken Julie, Alf Sjöberg)  e Miglior Film straniero del ’51 per i critici di New York.

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