
Inizio la recensione del film Il diavolo veste Prada 2 scrivendo che già l’originale del 2006, adattamento dell’omonimo romanzo scritto nel 2003 da Lauren Weisberger a opera della sceneggiatrice Aline Brosh McKenna, per la regia di David Frankel, non aveva acceso del tutto il mio entusiasmo. Lo ritenevo, nella forma come nel contenuto, non così dissimile da altre commedie del periodo o immediatamente precedenti. Ne apprezzavo comunque il buon lavoro di scrittura, caratterizzato da dialoghi arguti e brillanti, con un tocco di studiato cinismo, la regia piuttosto agile, attenta a offrire risalto alle ottime interpretazioni attoriali, che andavano a delineare un non inedito racconto di formazione.
La giornalista Andrea Andy Sachs (Anne Hathaway), stagista presso la rivista di moda Runway in quel di New York, alle dipendenze della direttrice Miranda Priestly (Meryl Streep) in qualità di seconda assistente, si prodigava, tra mille difficoltà, ad adattarsi a un per lei inedito modus vivendi, fino a lambire il rischio di vedere la propria individualità sacrificata sull’altare del tributo all’immagine quale dea ispiratrice. Mi sono dunque accostato al seguito, lo ammetto, un po’ prevenuto, fino ad avere conferma dei miei timori nel corso della visione e una volta uscito dalla sala.

Stessa sceneggiatrice, stesso regista, stessi interpreti principali: ci si smarca però dal secondo romanzo di Weisberger (Revenge Wears Prada: The Devil Returns, 2013) nello sviluppare una scrittura autonoma, ponendo in essere un compromesso tra il panem et circenses da offrire ai numerosi fan e il mero calcolo economico; il film scivola via piatto, senza che si alzi una pur minima onda emozionale empatica, ricalcando pedissequamente lo schema narrativo della precedente pellicola. Certo, gli autori hanno tenuto in debito conto di tutta l’ acqua passata sotto i ponti nel corso degli ultimi vent’anni, un vero e proprio fiume in piena tra epidemia globale, recessione e venti di guerra, senza dimenticare il tatticismo economico sostenuto dai social media, in apparenza strumenti di condivisione ma in realtà legati a doppio filo al capitalismo subdolo e strisciante, in forza del quale tutto, cultura compresa, può trovare posto sugli scaffali di un enorme emporio globale.
La favola dunque è finita (vedi la fotografia, sempre di Florian Ballhaus, meno scintillante e “pastellosa”); il duro lavoro giornalistico può essere allo stesso tempo premiato e gettato alle ortiche con un licenziamento via WhatsApp. Lo sperimentano sulla loro pelle Andy e i colleghi della redazione del New York Vanguard presso cui lavoravano fino a qualche istante fa. Destino vuole però che qualcuno ai vertici di Runway si ricordi di lei e di come il suo operato in veste di redattore capo possa essere certo d’aiuto per far sì che la rivista venga fuori da uno scandalo dal forte impatto mediatico, avendo dato supporto promozionale a un marchio nelle cui fabbriche i dipendenti versano in condizioni di lavoro prossime allo sfruttamento.

La direttrice è sempre l’algida Miranda, per quanto ridimensionata nel suo allure potestativo: ora i cappotti deve appenderli da sola ed è affiancata da una suggeritrice del politicamente corretto d’ordinanza, per non parlare dei voli in classe economica…Braccio destro ancora l’irreprensibile Nigel Kipling (Stanley Tucci), mentre Emily Charlton (Emily Blunt) è ora brand manager di Dior. Andy si renderà presto conto di quanto non abbia più importanza se gli articoli siano ben scritti, bensì l’assume se ottengano o meno il like sui social e poi di come il gossip possa costituire un utile appiglio per intervistare Sasha Barnes (Lucy Liu), ex moglie di Benji Barnes (Justin Theroux), tycoon che ha fondato il suo impero sulla tecnologia.
Quest’ultimo stringerà un’alleanza con Jay Ravitz (B.J. Novak), erede della casa editrice di Runway alla morte del padre, che intende ridimensionare o chiudere, non nutrendo alcun interesse per l’editoria. La partita decisiva sulle sorti della rivista si giocherà in Italia, alla Milano Fashion Week… Questo secondo capitolo sembra volto a capovolgere un prioritario assunto: se prima la stampa di settore aveva il potere di influenzare la moda, suggerendone tendenze e mutamenti, adesso nel tecnicistico mondo digitalizzato, dove ogni cosa è contornata da schermi di varie misure, avviene il contrario, ovvero è la moda a imporre le proprie tendenze, calcolate debitamente a tavolino, cercando nei giornali un appoggio compiacente, suggerendo di cosa scrivere e, soprattutto, di come farlo, così da assecondare l’interesse nei lettori.

Ecco allora che una persona come Miranda, una sempre eccellente Streep, cui basta un semplice singulto a conferire vivida espressività, si trova in difficoltà nell’affrontare i sempre più veloci mutamenti, chiedendosi, sostenuta dal marito Stuart (Kenneth Branagh), come stare al passo coi tempi senza tradire se stessa e quanto offerto ai lettori negli anni, al pari di Andy, che fatica a reggere il timone delle proprie scelte di vita, per trovare infine in Emily un’amicizia inaspettata, mentre col suo superiore tutto resterà, almeno in apparenza, a livello strettamente professionale.
Si suggerisce dunque che nel mare magnum della società aridamente digitalizzata la possibile scialuppa di salvataggio possa essere rappresentata dal provare a fare la differenza sempre e comunque, continuando a suonare la propria musica mentre il Titanic affonda, al pari della oramai proverbiale orchestra che si trovava a bordo del tristemente noto transatlantico. Al riguardo credo possa ritenersi piuttosto emblematico il finale, quando all’interno della redazione di Runaway vediamo lavorare insieme Amanda e Andy: quest’ultima indossa un redivivo capo d’abbigliamento dall’inconfondibile colore, che a suo modo si era reso protagonista nel primo film.

Da evidenziare come all’interno della narrazione, tra ruoli secondari poco valorizzati e altri stereotipati, assumano estrema rilevanza, tattica e morale, i personaggi femminili rispetto a buona parte di quelli maschili, narcisi, infantili e autocompiaciuti, fatta eccezione per il citato Stuart efficacemente delineato da Branagh e soprattutto per l’immenso Nigel reso da Tucci rimarcando amabile grazia e sottile arguzia. Il diavolo veste Prada 2 non offre particolari scosse a livello di dialoghi, poche le battute memorabili (come quella relativa alla Sindrome di Stoccolma o sui carboidrati che se assunti in compagnia non nuocerebbero alla linea), tanto product placement e, in particolare, poco cuore.
Da citare in chiusura un doppiaggio italiano che mi è parso mortificare l’espressività dei protagonisti principali, confrontandone la resa con clip e trailer in lingua originale visti in rete, per un seguito che, a mio avviso, si rivela comunque utile, incassi a parte, a evidenziare, credo opinione di molti, il triste tramonto della commedia hollywoodiana propriamente detta, leggera ma non frivola, capace, anche nella sua ordinarietà, di ritrarre tra acume e ironia un determinato spaccato sociale e la sua epoca di riferimento.
Immagine di copertina: Anne Hathaway, Meryl Streep e Stanley Tucci (Movieplayer)






Lascia un commento