Archivi tag: Alfredo Giannetti

Un ricordo di Valeria Valeri

Valeria Valeri

E’ morta ieri a Roma, sua città natale (1925), Valeria Valèri (V. Tulli all’anagrafe), attrice prevalentemente teatrale, a suo agio nell’interpretare con maestria e naturalezza tanto ruoli drammatici che brillanti, potendosi avvalere a tale ultimo riguardo di un’insinuante ironia, la quale trovava espressione in un disarmante sorriso, così come in un ricercato uso della timbrica vocale. Il suo debutto sulle scene avvenne a Forlì, all’interno della compagnia di Laura Carli, stagione teatrale 1948-1949, nello spettacolo Caldo e freddo di Fernand Crommelynck, dopo aver seguito i corsi di recitazione tenuti da Elsa Merlini ed aver partecipato, conseguendo il secondo posto, ad un concorso di annunciatrice radiofonica indetto dalla Rai. L’affermazione definitiva arrivò a partire dalla stagione 1955-1956, quando l’attrice entrò a far parte della compagnia del Teatro Stabile di Genova e soprattutto una volta che aderì alla Compagnia Attori Associati, della quale facevano parte interpreti quali Ivo Garrani ed Enrico Maria Salerno, dando il via insieme a quest’ultimo ad un rilevante sodalizio, in scena come nella vita. Continua a leggere

Febbre da cavallo (1976)

Roma, anni ’70. Bruno Fioretti (Gigi Proietti), detto Mandrake per via del “sorriso magico” e delle “innate doti trasformistiche”, attore ed indossatore squattrinato, racconta al giudice (Adolfo Celi) di come insieme ai suoi amici Armando Pellicci Er pomata (Enrico Montesano) e Felice Roversi (Francesco De Rosa), posteggiatore abusivo, si siano ritrovati in un’aula di tribunale.
Tutto ebbe inizio all’ippodromo di Tor di Valle, meta abituale dei tre, accaniti scommettitori alle corse dei cavalli, sempre in attesa di beccare il risultato vincente, visto che le dritte di Pomata, ex driver e sedicente “computer equino”, al momento disoccupato e convivente con la nonna (Nerina Montagnani) e la sorella Giuliana (Marina Confalone), non vanno mai a buon fine. Intorno a loro ruotano poi altre figure, sempre orbitanti nel giro dell’ippica, come l’avvocato De Marchis (Mario Carotenuto), proprietario del cavallo Soldatino, gran mangiatore di biada ma in costante digiuno di vittorie, il conte Dallara (Gigi Ballista), la cui cavalla Bernadette è invece foriera di molteplici soddisfazioni, o il macellaio Otello Rinaldi (Ennio Antonelli), alias Manzotin, fortunato scommettitore e vittima delle ben orchestrate mandrakate, truffe perpetrate dai “tre moschettieri” per procurarsi i soldi  necessari a raggiungere ippodromi di altre città e puntare sull’ennesimo equino dato per vincente. Continua a leggere

Milano, Spazio Oberdan: “La grande commedia italiana per Expo 2015”

Una%20vita%20difficileHa preso il via ieri, giovedì 30 luglio, a Milano, presso Spazio Oberdan, con la proiezione di Una vita difficile (Dino Risi, 1961), La grande commedia italiana per Expo 2015, rassegna curata da Fondazione Cineteca Italiana, rivolta anche ai visitatori stranieri previsti nel capoluogo lombardo in occasione dell’esposizione mondiale: dieci classici, presentati in versione italiana con sottotitoli in inglese, firmati da grandi registi che hanno saputo raccontare con lucidità e ironia vizi, virtù, contraddizioni e complessità del nostro paese. Un mese di proiezioni per rammentare “come eravamo”, un viaggio all’interno delle mutazioni dei nostri costumi, alla (ri)scoperta di un cinema nostrano particolarmente intuitivo nell’individuare ed adattarsi a determinati mutamenti sociali. La rassegna avrà termine domenica 30 agosto.

***********************

iolaconoscevobene-locaDomenica 2 agosto (ore 17): Divorzio all’italiana (Regia: Pietro Germi. Sceneggiatura: Alfredo Giannetti, Ennio De Concini, P. Germi. Interpreti: Marcello Mastroianni, Daniela Rocca, Stefania Sandrelli, Leopoldo Trieste, Odoardo Spadaro, Lando Buzzanca. Italia, 1961, b/n, 101’, versione italiana sottotitolata in inglese). Giovedì 6 agosto (ore 21.15):
Io la conoscevo bene (Regia: Antonio Pietrangeli. Scneggiatura: A. Pietrangeli, Ettore Scola, R. Maccari. Interpreti: Ugo Tognazzi, Stefania Sandrelli, Nino Manfredi, Enrico Maria Salerno. Italia/Fr./RFT, 1965, b/n, 109’, versione italiana sottotitolata in inglese). Domenica 9 agosto (ore 17): Il federale (Regia: Luciano Salce. Sceneggiatura: L. Salce, Castellano e Pipolo. Interpreti: Ugo Tognazzi, Gianni Agus, G. Tedeschi. Italia, 1961, b/n, 100’, versione italiana sottotitolata in inglese). Continua a leggere

Luciano Vincenzoni (1926-2013)

Luciano Vincenzoni

Luciano Vincenzoni

Ci lascia Luciano Vincenzoni (Treviso, 1926), morto a Roma la notte di domenica 22 settembre. Tra i migliori sceneggiatori del nostro cinema, oltre a felici incursioni nei vari generi ne ha accompagnato il passaggio dalla fase del neorealismo a quella della commedia all’italiana, riuscendo al riguardo a far convivere come pochi nelle sue scritture intuizione, abilità d’osservazione e capacità visionaria, col risultato di uno sfaccettato ritratto della vita di provincia e la cultura di cui questa si alimentava, fra antichi retaggi e novità in dirittura d’arrivo.

gggrwbIl suo debutto risale al 1954, quando scrisse un soggetto da cui venne tratta la sceneggiatura della commedia Hanno rubato un tram (opera di Mario Bonnard, Ruggero Maccari ed Aldo Fabrizi, anche regista ed interprete), mentre appena due anni più tardi iniziò a lavorare con Pietro Germi ed insieme ad Alfredo Giannetti diede vita a Il ferroviere: una collaborazione quella tra Vincenzoni e il regista genovese che s’interruppe bruscamente dopo una lite, per poi riprendere negli anni ’60, quando i due fondarono la società RPA e con Age & Scarpelli realizzarono nel ‘64 il feroce Sedotta e abbandonata, grottesco apologo morale con location siciliana, pamphlet volto a scardinare retrograde mentalità.
Un film molto più duro ed impietoso rispetto al precedente Divorzio all’italiana (’61), anch’esso ambientato in Sicilia, e che va a costituire insieme a Signore & signori, ’66, i cui protagonisti appartengono il mondo della provincia del Nord-Est italico, un’ideale trilogia. Anche qui non vengono concessi sconti a nessuno, dando vita ad un’acre farsa che è tra le opere più complesse e complete tanto di Germi che di Vincenzoni.

Vittorio Gassman e Alberto Sordi ne “La grande guerra”

Vittorio Gassman e Alberto Sordi ne “La grande guerra”

Ma vi è un film in particolare di Vincenzoni che non va assolutamente dimenticato, ed è La grande guerra, scritto nel ‘59 insieme ad Age & Scarpelli e al regista Mario Monicelli, dove si affronta il tema della Prima Guerra Mondiale senza alcuna retorica: nessuna celebrazione d’ intrepidi eroi, protagonista è la gente comune, mandata a morire in condizioni miserevoli.
Lo si nota già dai titoli di testa, con immagini in primo piano di scarponi immersi nel fango, del rancio, delle sigarette preparate con avanzi di tabacco, delle lettere da casa, dettagli che evidenziano la scelta di narrare la guerra dal punto di vista della trincea. Le grandi interpretazioni di Alberto Sordi e Vittorio Gassman, così come quelle offerte dall’intero cast, l’uso del cinemascope, il dispiego di grandi masse, l’accurata ricostruzione storica, ne fanno un’opera spettacolare e un coinvolgente affresco corale.
Il film ottenne il Leone d’oro alla 20ma Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia nel ’59, ex aequo con Il generale Della Rovere di Roberto Rossellini.

bbbbLa grande guerra può vantare inoltre una sorta di remake in chiave western, perché gli stessi sceneggiatori (cui si aggiunse Sergio Donati) sulla base di quella originaria scrittura diedero vita nel ‘66 al terzo capitolo della Trilogia del dollaro di Sergio Leone, Il buono, il brutto e il cattivo: complice la precisa ed accurata ricostruzione storica, la violenza assume toni parossistici e meno surreali rispetto al consueto standard leoniano, si ritrova quella commistione fra toni epici, commedia e riflessione che mette in risalto i lati più grotteschi, tragici ed assurdi di ogni conflitto e si punta sui toni della farsa e della beffa. D’altronde Vincenzoni un anno prima aveva già scritto con Leone Per qualche dollaro in più, prediligendo rispetto al capostipite Per un pugno di dollari una narrazione più asciutta, lineare e tesa, attenta all’approfondimento psicologico dei personaggi principali, unendo all’atmosfera da west di frontiera i toni da commedia del cinema italiano.

bvnvnxfgnUltima collaborazione di Vincenzoni col regista romano fu Giù la testa, ’71, scritto insieme a Donati, visivamente affascinante ma forse un po’ troppo verboso nei dialoghi. A testimonianza del suo eclettismo vanno menzionate altre scorribande nei vari generi, ora con tendenze innovative (come la commedia volta al giallo Crimen, ’60, Mario Camerini, o la denuncia sociale espressa ne La cuccagna, ’64, Luciano Salce), ora meno incisive (Gli eroi, ’73, Duccio Tessari), le collaborazioni con Carlo Lizzani (Il gobbo,’60; Roma bene, ’71) ed Elio Petri (Un tranquillo posto di campagna, ‘68), mantenendo sempre una certa vitalità inventiva tra gli anni ‘70 (Piedone lo sbirro, ‘73, e La poliziotta, ’74, entrambi di Steno) ed ’80 (Il conte Tacchia, ’82, Sergio Corbucci; Casablanca, Casablanca, ’85, Francesco Nuti), con qualche incursione anche in film americani come L’orca assassina (Orca, ’77, Michael Anderson) o Codice Magnum (Raw Deal, ’86, John Irvin).
Giuseppe Tornatore nel 2000 da un vecchio soggetto di Vincenzoni ricavò il plot di Malena, da considerarsi quindi come l’ultimo lavoro di uno sceneggiatore capace di credere sino in fondo ad un certo tipo di cinema, che faceva leva su di una scrittura scaturente da un attenta visione della realtà, lungimirante e dai toni tanto amaramente cinici quanto straordinariamente veri, senza alcun compiacimento di sorta.

Divorzio all’italiana (1962)

43Come ho già scritto in altri articoli dedicati ai suoi film, Pietro Germi è un regista ancora in attesa di una sincera e cosciente riscoperta, ponendo fine a quella distanza con la critica dovuta, scelte ideologiche a parte, sia al suo carattere scontroso che al non seguire i consueti canoni estetici.
Preferiva infatti cimentarsi di volta in volta in generi diversi, seguendo estro ed intuito, sempre con mano ferma e grande capacità inventiva.

Nel 1962, con Divorzio all’italiana la sua verve moralista, la denuncia sociale e i toni polemici traslocano nella commedia, comprendendo che se ne potevano sfruttare le possibilità che forniva, eludere la censura (siamo in epoca democristiana) affrontando temi quali il divorzio e il “delitto d’onore”, al tempo previsto nel codice penale, e andare incontro al grande pubblico, caratterizzando il tutto con un sarcasmo acre e pungente; Agromonte, Sicilia: il barone Fefè Cefalù (Marcello Mastroianni) vive in un antico palazzo con la moglie Rosalia (Daniela Rocca), petulante ed ossessiva, i genitori, e alcuni parenti che ne occupano un’ala, in seguito ad alcune dissolutezze economiche del padre. Invaghitosi, ricambiato, della cugina 16enne Angela (Stefania Sandrelli), ordisce un astuto piano: spingere la moglie nelle braccia di un ex spasimante (Leopoldo Trieste), coglierli in flagrante adulterio e ucciderli, avvalendosi poi delle attenuanti previste dal codice per “il delitto d’onore” e coronare il suo sogno d’amore; pur tra varie complicazioni, tutto andrà secondo le previsioni, ma Fefè avrà ben poco da stare tranquillo riguardo la fedeltà della giovane moglie…

La vivace regia di Germi sfrutta a dovere una sceneggiatura (opera di Ennio de Concini e Alfredo Giannetti, oltre che dello stesso regista), premio Oscar 1963, ricca di trovate divertenti e argute sottolineature sulla mentalità propria dell’isola e del meridione in generale, con l’immaginario paese di Agromonte simbolo di tanti paesi del Sud: la lentezza e la mollezza della vita di provincia, l’arretratezza dei costumi aggravata da un’imposizione culturale e politica particolarmente forte (l’invito del parroco, con un raffinato gioco di parole, a votare Dc; lo “scandalo” e il clamore suscitati dalla proiezione de La dolce vita ) vengono trattati con toni in costante equilibrio tra il pamphlet, il grottesco e la commedia di costume, emergendo a volte un clima da farsa che spinge sin troppo sui toni caricaturali, pur partendo da una situazione reale o quantomeno verosimile.

Superba l’interpretazione di Mastroianni, che capovolge il ruolo del Bell’Antonio di qualche anno prima (Bolognini, dal romanzo di Brancati), abbandona le sue pose malinconiche di laconico seduttore e, camaleontico, si trasforma in un pigro possidente, indolente sin dallo sguardo, ma pronto ad ogni machiavellica astuzia e con tic in crescendo, senza dimenticare la Rocca, attrice avvenente ma qui trasformata, sempre in nome dello stereotipo (enormi sopracciglia, peluria sul labbro), il mai troppo compianto Trieste, e la giovanissima Sandrelli, maliziosa e seducente.