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76esimi Golden Globe Awards: le nomination

Di seguito riporto la  lista delle nomination, settore cinema, relative ai 76esimi Golden Globe Awards, gli annuali riconoscimenti della Hollywood Foreign Press Association, l’associazione hollywoodiana della stampa estera, annunciate oggi, giovedì 6 dicembre, al Beverly Hilton Hotel di Los Angeles.  Il 6 gennaio 2019, sempre al Beverly Hilton Hotel, avrà luogo la cerimonia di premiazione. In testa, 6 candidature, troviamo Vice – L’uomo nell’ombra di Adam McKay, cui seguono le 5 di A Star is Born diretto da Bradley Cooper, Green Book (Peter Farrely) e La Favorita di Yorgos Lanthimos; a quota  4 Blackkklansman (Spike Lee) e de Il ritorno di Mary Poppins (Rob Marshall); 3 candidature, infine, per Roma, di Alfonso Cuarón. Continua a leggere

American Sniper

(Movieplayer)

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Una volta uscito dalla sala dopo aver visto American Sniper, ultima fatica registica del buon vecchio Clint (Eastwood), basata sull’adattamento ad opera di Jason Hall dell’omonima autobiografia del cecchino dei Navy Seals Chris Kyle (scritta insieme a Scott McEwan e Jim De Felice), ho maturato la convinzione che il film debba essere valutato affrancandosi da qualsiasi ideologia o preconcetto e, conseguentemente, apprezzato come un’attenta, ma non propriamente partecipata, riflessione sulle assurde atrocità e sui tanti inspiegabili perché messi in atto da qualsivoglia conflitto, a partire dalle inevitabili conseguenze che andranno ad influire all’interno della sfera intima di ogni singolo individuo che vi abbia preso parte, da un lato come dall’altro, amici e nemici, vincitori e vinti. Ovviamente coinvolti poi, ove presenti, gli affetti familiari, minati nella loro interiorità e ragione di sussistenza, e comunque il reinserimento all’interno del contesto sociale d’appartenenza, evidenziando il labile confine fra il campo di battaglia e la vita quotidiana, fino ad arrivare ad una schizofrenica confluenza. Continua a leggere

Guardiani della Galassia (3D)

(Movieplayer)

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Presentato, fuori concorso, alla IX Edizione di Alice nella Città (sezione autonoma e parallela del Festival Internazionale del Film di Roma dedicata alle nuove generazioni), Guardiani della Galassia, diretto da James Gunn (anche sceneggiatore insieme a Nicole Pearlman), è il classico film che non ti aspetti.
Entri in sala del tutto sicuro di ritrovarti di fronte all’ormai consueta smargiassata Marvel*, effetti speciali a gogò, le abituali pacche sulla spalla, compiaciute e compiacenti, rivolte agli spettatori nel tratteggiare il protagonista di turno con un mix di spavalderia e vaga autoironia e invece, a proiezione conclusa, attesa con pazienza la classica sequenza dopo i titoli di coda (vi compaiono due personaggi della Marvel a noi forse poco noti, ma credo che gli appassionati di fumetti non faranno fatica a riconoscerli), ormai riaccese le luci in sala, sei ancora lì seduto a fissare lo schermo, pervaso da una curiosa sensazione di leggerezza, perché, come non ti capitava da tempo, hai finalmente provato l’emozione di un “sano” intrattenimento, restando piacevolmente sorpreso sia sotto l’aspetto visivo, sia riguardo il fluire narrativo. Continua a leggere

Come un tuono

come-un-tuono-L-TIJ10dCome un tuono, terzo lungometraggio di Derek Cianfrance dopo Blue Valentine (2010) e Brother Tied (’98), sorta d’ideale trittico su una personale visione dei rapporti familiari (marito e moglie, fratelli, padri e figli), è un’opera capace di ammaliare visivamente durante la visione, grazie a delle modalità registiche particolarmente suggestive, avvalorate dalle interpretazioni di un ottimo cast. Pur nel rispetto di una congrua conciliazione tra forma e contenuto, l’emozione pura e semplice appare però trattenuta, non è qualcosa che scatta immediatamente, bensì, almeno a livello di personale sensazione, si sedimenta pian piano a livello di testa e cuore e lì trova buon albergo per qualche giorno, offrendo la possibilità di percepire sfumature e dettagli.
Coadiuvato nella sceneggiatura da Ben Coccio e Darius Marder, Cianfrance delinea un noir dalle tematiche classiche, visualizzando una catena della colpa i cui anelli sono costituiti da quanto ereditiamo dal passato, ciò che ci segna sin dalla nascita e cosa si trasmette alle generazioni successive come ripercussione, positiva o negativa, delle scelte messe in atto.
Nel corso della narrazione vengono infatti coinvolte più persone, attraverso un arco temporale di 15 anni, il quale si snoda sullo schermo in linea di continuità, senza ricorrere al flashback o ad ardite tecniche di montaggio, quest’ultimo limitato alla ordinaria funzionalità.

 Ryan Gosling ed Eva Mendes

Ryan Gosling ed Eva Mendes

Il film si apre con un bellissimo piano sequenza: dall’interno di un caravan seguiamo passo dopo passo Luke (Ryan Gosling), fra luci e stand di un lunapark, sino all’ ingresso in un tendone, dove ogni sera si esibisce con la sua moto all’interno della “gabbia della morte”. Lo spettacolo itinerante ha ora piantato le tende a Schenectady (New York) e qui Luke rivede, a distanza di un anno, Romina (Eva Mendes): dalla loro fugace relazione è nato un bambino, del quale però l’uomo non sa ancora nulla. Una volta appreso di essere padre, nonostante Romina conviva con il suo attuale compagno, Luke lascia il lunapark e trova lavoro come meccanico, per poter provvedere alla sua famiglia. I soldi, però, sembrano non bastare mai ed allora il nostro inizierà a rapinare banche, grazie alla sua abilità di motociclista tutto sembra così facile, a portata di mano, ma il suo destino si incrocerà con quello della recluta di polizia Avery Cross (Bradley Cooper), che lo ucciderà dopo un inseguimento, a sangue freddo fra l’altro, senza alcuna preventiva intimazione. Per l’agente, sposato e con un figlio piccolo, sarà l’inizio di una brillante carriera, a scapito di tormenti interiori ed infelicità familiari, sino a quando, trascorsi 15 anni, la vita chiederà il conto, servendosi di due studenti liceali, Jason (Dane DeHaan) e AJ (Emory Cohen) …

Bradley Cooper

Bradley Cooper

Girato sfruttando lunghi piani sequenza (anche nelle scene d’azione), alternando riprese con la macchina a spalla e carrellate, primi piani estremamente ravvicinati, intenti a cogliere ogni minima reazione esteriore dei protagonisti dalla quale si possano intuire i tormenti interiori nel mettere in campo le loro difficili scelte, Come un tuono evidenzia uno stile asciutto, documentaristico, che si fa forza anche di un’ottima fotografia (Sean Bobbitt), la quale sottolinea ulteriormente la correlazione ambiente/personaggi.
La provincia americana non è più depositaria di saldi valori ed etici ideali, ma testimone di una mutata moralità, personalizzata alle proprie esigenze: Luke trova un significato nella vita quando apprende di essere padre e si illude di essere un buon genitore, senza averne le qualità, solo perché spinto nelle sue azioni dalla forza dell’amore, illusoria nella sua irrazionalità.
Il desiderio di offrire al figlio quanto lui non ha mai avuto, nell’intuibile tormentato passato, si scontra con il suo essere libero, lontano dalle regole del mondo, scritte nei codici o meno. Avery invece è un uomo meno puro, roso dai sensi colpa tanto da destituirsi dal ruolo di padre, più ambiguo nella consapevolezza di aver commesso un’azione sbagliata, della quale approfitta certo per debellare la corruzione all’interno del distretto di Polizia, ma nascondendo la verità, coltivando l’illusione di servirsene per curare i mali dell’umanità, lasciando in standby i propri, ponendo le regole al servizio di una integrità esteriore.

Emory Cohen e Dane DeHaan

Emory Cohen e Dane DeHaan

Queste diverse visioni si ripercuoteranno come vivide proiezioni sui rispettivi figli, e la vittoria finale andrà a chi, appresa la verità sulle sue origini e fatti i conti con essa, vi saprà attingere per rinascere a nuova vita, forse diversa, o migliore, alla ricerca di “un posto al di là dei pini” (titolo originale del film, The Place Beyond the Pines, traduzione dalla lingua mohawak del nome della cittadina che fa da sfondo alle vicende narrate), dove riuscire finalmente ad esprimere la propria consapevolezza di essere umano, nella sua piena integrità.

Una notte da leoni 2

1112345Due anni dopo il deflagrante Una notte da leoni (The Hangover), la commedia R-Rated (“restricted”, minori di 17 anni accompagnati) maggiormente baciata dal successo di tutti i tempi, 467 milioni di dollari di incasso mondiale e un Golden Globe a premiarne la riuscita commistione tra demenzialità, goliardia, toni scanzonati e surreali, con in più un tocco di noir, ecco l’inevitabile, almeno a logica di botteghino, numero 2; stesso regista, Todd Phillips, anche sceneggiatore (insieme a Craig Mazin e Scot Armstrong, subentrati a Jon Lucas e Scott More), stessi attori a comporre il wolf pack, una location diversa come scenario, ma, purtroppo, un’inventiva ben lontana da quella originariamente messa in campo, con varie volgarità sempre più fini a se stesse e non giustificate dal “politicamente scorretto”.

Stu (Ed Helms) sta per sposarsi con Lauren (Jamie Chung), la cerimonia si svolgerà a Bangkok, Thailandia, terra d’origine della sposa; niente addio al celibato, considerati i trascorsi, ma un tranquillo brunch con Doug (Justin Bartha) e Phil (Bradley Cooper), il quale, contrariato, convince Stu ad invitare anche Alan (Zach Galifianakis), della cui presenza avrebbe fatto volentieri a meno. Al gruppo in partenza si unisce il fratello 17enne di Lauren, Teddy (Mason Lee), genio senza alcuna sregolatezza; arrivati a destinazione, dopo i convenevoli di rito e una serata trascorsa in spiaggia, falò, birra e marshmalllow, il risveglio in una squallida stanza d’hotel, Alan rasato a zero, Stu con un tatuaggio in viso, Phil semplicemente stordito, un dito di Teddy, le misteriose presenze di Mr. Chow (Ken Jeong), di uno strano vecchietto silente e di una scimmietta; unico contatto Doug, rientrato nel residence dove da lì a poco dovrebbe celebrarsi il matrimonio…

Nel complesso più un remake fotocopia del precedente che un vero e proprio sequel, tanto da potersi sbizzarrire nel “trova le differenze”, giochino caro a più di una rivista enigmistica e che qui si è rivelato utile per ovviare al senso di stanco deja vu, qua e là intervallato da qualche trovata divertente, come la visita ad un monastero buddista e il viaggio nella memoria di Alan, una volta tanto indotto da pratiche meditative, in parte esaustivo nel comporre le tessere di un complicato mosaico; sceneggiatori e regista approfittano un po’ troppo della circostanza che tutto sia giocato sul contrasto tra le diverse psicologie dei protagonisti, perfettamente in parte, di come alcuni di questi siano totalmente diversi da come appaiono e capaci di gesta impensabili, le cui conseguenze siano avvertibili “a posteriori” (l’avventura di Stu con un trans, efficace nella resa comica, per quanto scontata e “pesante”), così come del fatto che le varie gag siano essenzialmente di situazione, nascenti dal reale, ma spesso volte ad una cosciente ed insistita deriva sbracata.

Il montaggio abbastanza veloce, specie dopo lo statico prologo introduttivo, fa sì, comunque, che tutto passi abbastanza rapidamente e senza colpo ferire, scimmietta, capro espiatorio di insistite e volgarotte coazioni a ripetere, a parte; nel citare le apparizioni di Paul Giamatti e Mike Tyson, gara aperta per la loro inutilità, specie la seconda, e di come i titoli di coda, ancora un ricalco del precedente con le foto ad illuminare sulle folli gesta, siano forse la parte più divertente, attendo per l’annunciato n. 3 almeno un po’ di sana follia ed originalità di scrittura, al di là della solita gita scolastica di questi mattacchioni fuori corso della vita.