Nightmare Alley-La fiera delle illusioni

(Movieplayer)

Secondo adattamento, ad opera del regista Guillermo del Toro, coadiuvato nella sceneggiatura da Kim Morgan, dell’omonimo romanzo scritto da William Lindsay Gresham nel 1946 (in Italia è stato recentemente edito da Sellerio), già oggetto di una trasposizione l’anno seguente per la regia di Edmund Goulding, mortificata da un finale posticcio imposto dalla produzione, ma esaltata comunque dall’ottima interpretazione di un Tyrone Power desideroso di smarcarsi dai consueti ruoli, Nightmare Alley- La fiera delle illusioni si sostanzia alla visione come un film coraggioso, in particolare alla luce delle attuali proposte cinematografiche. Intende infatti visualizzare, ricorrendo agli stilemi propri di un classico noir anni ’40, visivi e narrativi, il decadimento morale dell’essere umano all’affannosa ricerca di ovviare al proprio destino, lasciandosi guidare, ammaliato, dal canto delle omeriche sirene verso lusinghe pronto uso, volte alla soddisfazione di ogni materialità quale congrua panacea ai propri tormenti interiori, alimentati quest’ultimi dall’incedere dell’ordinaria esistenza nel sussultorio susseguirsi di variabili accadimenti.

Willem Dafoe e Bradley Cooper (Movieplayer)

Un circolo vizioso, proteso ad ingannare precipuamente il proprio prossimo, quanti desiderano, anche inconsciamente, risultare protagonisti, vedendosi quindi offrire quel che vogliono sentirsi dire per poter continuare a recitare la propria parte sul comune palcoscenico il cui sipario si apre e si chiude quotidianamente, citando Shakespeare, ma che andrà prima o poi a beffare la propria stessa persona, perché il confronto con la più intima essenza presenterà il finora rimandato redde rationem. Guillermo del Toro, forte di una regia attenta a delimitare opportunamente con ogni movimento di macchina ambienti, situazioni e psicologie dei personaggi, si avvale poi dell’apporto di una splendida fotografia (Dan Laustsen), che impiega tonalità (verde, rosso, oro) atte a ricreare la patina propria di un bianco e nero d’antan (d’altra parte in America, in alcune sale selezionate, è disponibile una versione alternativa “in grigio”, Nightmare Alley: Vision in Darkness and Light), congiunto ad un calibrato lavoro su scenografia (Tamara Deverell) e costumi (Luis Sequeira).

Rooney Mara e Cooper (Movieplayer)

Il cineasta accompagna il protagonista Stanton, Stan, Carlisle (Bradley Cooper, intenso e “naturalmente” tormentato, sorta di angelo caduto) verso un ipnotico, anche per noi spettatori, labirintico viaggio all’interno dei gironi di una “umana commedia”, plasmata di quella stessa sostanza di cui sono fatti gli incubi. Si parte quindi dall’inferno di una vecchia casa in aperta campagna, nel Midwest, siamo nel 1939, fra gli strascichi della Grande Depressione e l’imminenza del Secondo Conflitto, dove vediamo Stan dar fuoco ad un cadavere e lasciarsi il passato alle spalle, per giungere nel suo peregrinare allo stallo purgatoriale di un Carnival, un polveroso luna park ambulante gestito da Clem Hoateley (Willem Dafoe, luciferino come non mai), dove il nostro svolgerà mansioni da tuttofare, venendo a conoscenza di un mondo a parte, popolato da geek, uomini ridotti allo stato bestiale una volta sopraffatti dalla vita, freaks, sedicenti e disilluse maghe prodighe nell’arte divinatoria come Zeena Krumbein (Toni Collette), coadiuvata al riguardo dal marito Pete (David Strathairn), alcolizzato, ma anche da qualcuno propenso ad intravedere candidamente qualche sprazzo di luce fra le tenebre, la donna elettrica Molly (Rooney Mara), protetta dal forzuto Bruno (Ron Perlman).

(Movieplayer)

Presto l’apparentemente ingenuo Stan si rivelerà essere un suadente manipolatore, dandosi da fare per carpire a Zeena e Pete il segreto del codice usato nel loro numero da mentalisti, fino a causare la morte dell’avvinazzato illusionista e lasciare la carovana in compagnia di Molly, divenendo, due anni più tardi, ormai messo a frutto il metodo, The Great Stanton, esibendosi nella città di Buffalo all’interno di un prestigioso locale. Ma in questo fallace paradiso non mancherà chi gli offrirà una mela più succosa da addentare, l’occasione di “mettere in scena” un numero altamente redditizio, a spese di facoltosi individui desiderosi di consolazione per i lori lutti familiari o con sensi di colpa da redimere, ovvero l’algida psicologa Lilith Ritter (Cate Blanchett, magnifica femme fatale, “letale” connubio tra Veronica Lake e Barbara Stanwyck), che andrà a chiudere il cerchio da cui Stan è partito e dal quale illusoriamente si era allontanato. Nightmare Alley appare contornato da un’aura propria di una fiaba sinistra e conturbante, sostenuta da un ritmo piuttosto ponderato, pregno di varie citazioni cinefile, a partire da Freaks di Tod Browning, certo, ma comprendendo nel novero anche il felliniano La strada nel rendere realismo, brutalità ed uno scampolo di intatta purezza, senza dimenticare noir quali il wylderiano Double Indemnity o Out of the Past di Jacques Tourneur, rispettivamente per l’amara e pessimistica riflessione sull’orrore insito nella natura umana, la cui ambiguità andrà a manifestarsi in un fatale abbraccio tra erotismo e morte, e per il senso di tragica rassegnazione nel non poter sfuggire ad un destino già segnato, impossibilitato a mutare causa gli errori trascorsi e perpetrati a tutt’oggi.

Cate Blanchett (Movieplayer)

Forse, credo sia stato già notato da molti, manca quello “slancio orrorifico” proprio del cineasta messicano, anche se a ben vedere ritengo che tale input venga ora reso, filtrato dalle pagine del romanzo d’origine, da una sua declinazione più tangibile e terrena, circoscritto alla circolarità obbligata propria del fato resosi all’interno dell’esistenza di un uomo che ha cercato di sfuggire dall’imposizione del marchio di Caino, dalla sua vocazione al male, ma a quella dimensione, riprendendo quanto scritto nel corso dell’articolo, farà ritorno, circoscritto ad uno stato bestiale di cui aveva già avuto visione e particolareggiato racconto in odore di oscura e concreta preveggenza da parte di Clem, finendo per accettarlo con dolorosa convinzione (“Sono nato per questo”), ormai alla mercé di quanti potranno approfittarsi di lui in veste di proficuo fenomeno da baraccone. L’illusorietà sostenuta da del Toro attraverso l’obiettivo della macchina da presa potrebbe allora concretizzarsi, in prima analisi, nella dimensione di quella confacente alla vita in sé, rimarcando l’inutile arrabattarsi dell’essere umano ad individuare un senso alla propria esistenza, dimentico di come questo non possa essere fornito altrimenti che dalle azioni e dagli atteggiamenti perpetrati nel corso dell’incedere terreno.

(BadTaste)

Ulteriore prospettiva, considerando l’impiego del genere quale congrua metafora, andrebbe poi a delinearsi nella visualizzazione di quanto espresso dall’odierno circo mediatico, in particolare nella sua declinazione social attraverso il web, inedito “terzo occhio” (quello di cui è dotato nella narrazione filmica un feto conservato sotto spirito da Clem, che guarda in sala nell’inquadratura finale sullo scorrere dei crediti, presente anche nella benda sugli occhi di Stan, mentre esegue il numero), propenso a svelare determinate caratteristiche umane nonché ad omologare i pensieri delle persone su quanto anelano sentirsi propinare per conferire una giustificazione tanto alla complessità del proprio operato quanto ai propri affanni. Un’opera in apparenza, ulteriore sentore d’illusorietà, puramente figurativa e calligrafica, ma invece propensa a tracciare una linea di demarcazione, dai confini variabili e tendenti alla mescolanza, tra immaginazione e realtà, ostentando agli spettatori quell’inganno ammaliante proprio del cinema fin dai suoi albori, il gioco a rimpiattino messo in atto dalla messa in scena di un trucco di cui si è consci essere tale, ma dal quale si rimane comunque affascinati e coinvolti, con il buio della sala a rendersi comune denominatore.

L’ho fatto per denaro e per una donna. E non ho avuto il denaro e non ho avuto la donna”, Walter Neff (Fred MacMurray) ne La fiamma del peccato (Double Indemnity, Billy Wilder, 1944).


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