
Kenport, Stati Uniti d’America, anni ’50. Tom Duncan, poliziotto a capo dell’archivio criminale, si suicida con un colpo di pistola alla tempia, lasciando una lettera indirizzata al procuratore distrettuale. Al suo interno, una dettagliata relazione fornisce le prove della corruzione di buona parte della polizia locale ad opera della malavita, nonché della connessione tra quest’ultima e molti esponenti politici, come accerta la moglie di Duncan, Bertha (Jeanette Nolan), che si affretta a nascondere il documento in cassaforte, dopo aver telefonato al boss Mike Lagana (Alexander Scourby), il quale cela le sue malefatte sotto la veste di facoltoso uomo d’affari. Il sergente David Bannion (Glenn Ford), incaricato delle indagini, interroga la vedova, che motiva il suicidio con i gravi problemi di salute del marito, tesi però respinta dall’amante di Duncan, Lucy Chapman (Dorothy Green), che verrà trovata uccisa poco dopo.

David, che trova conforto negli affetti familiari — la moglie Katie (Jocelyn Brando) e la figlia — viene “invitato” dal suo superiore, il tenente Ted Wilks (Peter Whitney), a desistere da ulteriori indagini, oltre a ricevere una telefonata di minacce. Il poliziotto, però, non si tira indietro: va dritto a casa di Lagana, rinfacciandogli la sua attività criminale e il sistema di corruzione che ha messo in atto, scatenando l’ira del malavitoso. Quando l’amata consorte troverà la morte avviando l’auto imbottita di dinamite, David, sospeso dopo uno scontro con i suoi superiori, proseguirà a indagare da solo, determinato a scoprire il responsabile dell’attentato, aiutato da Debbie Marsh (Gloria Grahame), che si accompagna a uno degli scagnozzi di Lagana, il violento Vince Stone (Lee Marvin).

Nell’anno in cui ricorre il cinquantenario della morte di Fritz Lang, geniale regista austriaco naturalizzato statunitense, ritengo sia fondamentale soffermarsi non solo su quei capolavori che lo hanno reso uno dei massimi rappresentanti dell’espressionismo, ma anche volgere uno sguardo attento alla produzione americana, conseguente all’emigrazione del cineasta negli Stati Uniti negli anni ’30. Lang, infatti, facendo leva sulle caratteristiche proprie della citata corrente, tanto da un punto di vista visivo quanto contenutistico, andò a innovare generi cinematografici quali il noir, accentuando, nell’impiego di luci e ombre e nella composizione dell’inquadratura, la drammaticità e l’aura di pessimismo che contornava di ambiguità i vari protagonisti.

Il rigore formale si accompagnava a tematiche che rimarcavano il dualismo tra bene e male ma anche le reciproche confluenze tra le due entità, sino alla manifestazione della doppiezza comportamentale di individui comuni messi alle strette dall’incedere tragico di eventi esterni, che ne mutano improvvisamente la condotta esistenziale. Sono elementi, quelli descritti, che si rinvengono in una delle migliori realizzazioni di Lang in terra americana: Il grande caldo, adattamento ad opera dello sceneggiatore Sydney Boehm dell’omonimo romanzo, uscito a puntate sul Saturday Evening Post nel 1952 e scritto da William P. McGivern, e il cui titolo, The Big Heat in originale, oltre a indicare un’estate rovente, riprende il gergo della malavita americana nel sottolineare la massima attenzione riservata dalla polizia nei riguardi della criminalità (Paolo Mereghetti, Dizionario dei film, Milano, Baldini & Castoldi, 1993).

La messa in scena appare particolarmente cupa, densa di violenza realistica, quest’ultima ora sottesa e insinuante, ora manifesta, accentuata anziché essere limitata, come la censura dell’epoca imponeva, dal fuori campo: ecco allora la mirabile sequenza d’apertura del suicidio di Duncan, girata in semi-soggettiva, o quella in cui Stone, un Lee Marvin quanto mai gelido e perfido, lancia il caffè bollente sul volto di Debbie, resa da Gloria Grahame nel suo fascino inedito di donna determinata, tra sottile ironia e psicologia complessa, molto distante da quella, per certi versi elementare, della classica femme fatale. Appare infatti più vittima degli avvenimenti che subdola orchestratrice, come invece lo è il suo contraltare, la vedova Duncan.

La figura di Debbie è poi legata a doppio filo a quella del sergente Bannion, cui Ford offre, già dal mutare dello sguardo — ora tenero e affettuoso (le scene in famiglia), ora scintillante di rabbia repressa — la dualità propria dell’animo umano, per di più esternata da un uomo di legge. Anche in tal caso siamo lontani dalla classica figura hard-boiled propria di Chandler o Hammett; non vi è un detective privato cinicamente disilluso da come va il mondo e che, moderno cavaliere, agisce in base a un personale codice comportamentale, in nome principalmente del rispetto per sé stesso, bensì un rappresentante della legge, un padre e marito affettuoso, pieno di premure verso la figlia e la moglie, che getta il distintivo in faccia ai superiori corrotti e agisce al colmo della rabbia, confondendo vendetta e giustizia.

La regia di Lang, suffragata dalla splendida fotografia in bianco e nero di Charles Lang, esalta il descritto dualismo caratteriale, rimarcando la luminosità nelle sequenze casalinghe, dove emerge la calda intimità familiare, e, viceversa, il chiaroscuro e l’angolazione differente delle riprese negli ambienti in cui il poliziotto fronteggia i malavitosi (apostrofati come “thief”, ladro, mai “gangster”) o questi sono protagonisti; vedi la lussuosa dimora di Lagana, machiavellico stratega, che lascia il lavoro sporco ai suoi sgherri. Il grande caldo, concludendo, si rivela a tutt’oggi un’opera pregevole nella costruzione visiva e godibile nel suo sviluppo narrativo, vero e proprio prototipo del noir moderno, la cui evoluzione avrà la sua apoteosi massima a partire dagli anni ’70 con autori come, uno su tutti, Martin Scorsese.
Pubblicato su Diari di Cineclub N.151- Luglio 2026





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