(Mescalito Film ©)

Palestina, giorni nostri. In un villaggio nei pressi di Ramallah, in Cisgiordania, un ragazzino di 12 anni, Khaled (Muhammad Gazawi), vive con la nonna (Marlene Bajali), i due fratelli più piccoli e la sorella maggiore. La madre è morta qualche anno addietro per un tumore; il padre, Ribhi (Khalifa Natour), lavora clandestinamente in un cantiere nei dintorni di Tel Aviv. Il suo più grande desiderio, poter vedere il mare, sta per essere esaudito grazie a una gita scolastica, ma al confine con Israele, nel corso dei controlli al posto di blocco ad opera dei militari, risulta una non precisata irregolarità nel suo permesso, per cui è costretto a fare ritorno a casa, mentre il padre, via telefono, gli comunica che provvederà a chiamare un avvocato. Khaled sembra essersi rassegnato, ma l’umiliazione subita è dura da mandar giù; dopo aver fatto involontariamente del male al fratellino, viene redarguito dal padre, sempre via telefono, considerando la difficoltà di spostamento e l’irregolarità lavorativa.

Il bambino si unirà a un gruppo di operai per attraversare illegalmente la frontiera, così da raggiungere la spiaggia tanto desiderata. Un viaggio tutto sommato breve ma irto di difficoltà: la lingua diversa, la mancanza di un permesso, i controlli, anche se tutt’intorno tutto sembra scorrere assecondando la solita quotidianità. Nel corso dell’ottava edizione del FilMuzik Arts Festival ho potuto assistere, nella serata di lunedì 1 settembre dedicata al Premio Rocco Gatto, destinato alla Migliore Opera d’Impegno Civile, alla proiezione del film The Sea, scritto e diretto da Shai Carmeli Pollak, distribuito in Italia da Mescalito Film e Pueblo Unido.

Girato in lingua prevalentemente araba da una troupe mista, arabi e israeliani, la pellicola è caratterizzata da un andamento narrativo che si anima in virtù di uno stile registico semplice, immediato, attento a far intuire determinati accadimenti (la morte della madre di Khaled) e a porre in risalto l’emozionalità dei personaggi (come il passato sentimentale di Ribhi) e ogni particolare dell’ambiente circostante, dalla desolazione del villaggio palestinese alla vivacità della città di Tel Aviv, ora per il tramite dello sguardo del ragazzino, ora attraverso quello del genitore. Ghazawi e Natour sono eccellenti nel manifestare realisticamente l’uno la fermezza dell’innocenza nel tentare, andando a sbattere contro la rigidità delle regole, di dare vita al proprio sogno, l’altro il terrore di perdere quanto acquisito, nella consapevolezza dell’impossibilità che possa materializzarsi qualsivoglia visione anelata.

Ecco allora pararsi innanzi ai nostri occhi una ben precisa situazione di controllo e conseguente avvilente sottoposizione, circoscritta nella cornice di un’apparente normalità esistenziale. Piuttosto che lanciare vibranti J’accuse contro l’una o l’altra parte, Pollak asseconda uno spirito profondamente umanitario, dalla portata universale, nell’offrire rappresentazione ai rapporti tra le persone e al legame tra padre e figlio in particolare. Dove manchino compassione e senso di sincera misericordia e il prossimo non rappresenti nient’altro che un ostacolo al mantenimento egoistico di fallaci ideali suprematisti, non vi sarà alcuna ispirazione da realizzare che non sia il restare in vita e provare ad alimentare la sempre più debole fiamma della speranza.

L’anelito puro di un fanciullo o quello più complesso di un adulto si scontrano dunque con l’imposizione politica di un confine che impedisce la libertà fisica di movimento al pari di quella immaginifica di un mondo diverso, se non migliore. Tra le sequenze intese a illustrare la realtà dei luoghi vi è quella che vede i parenti di Khaled partecipare alle manifestazioni contro l’occupazione, per poi raccogliere (e lo fa anche il ragazzino) i bossoli dei lacrimogeni e dei proiettili così da rivenderli, ma anche quella in cui vediamo uomini di ogni età varcare illegalmente il confine per poter lavorare: il tutto contrapposto alla tranquilla ritualità di Tel Aviv, all’ostentata “normalità” nella consuetudine di gesti e comportamenti, minata improvvisamente dalla manifestazione di regole e della loro esecuzione.

Una sequenza bellissima, pur nella sua tragicità, è quella in cui le tante persone sedute a un bar assistono, come se fossero davanti al televisore, all’arresto di padre e figlio, per poi riprendere tranquillamente ordinazioni e consumazioni: il regista ci restituisce il nostro sguardo su quanto colpevolmente tendiamo a ignorare, confortati dalle nostre sicurezze individuali, che diamo ormai per scontate in ogni contesto del vivere sociale. Se la regia, come scritto nel corso dell’articolo, appare piuttosto essenziale, quasi documentaristica, assume invece maggiore rilevanza il montaggio alternato (Yosef Greenfeld): pone risalto al percorso intrapreso da Khaled, in contrapposizione a quello di Ribhi, chi non ha ancora conosciuto come va il mondo e chi invece lo ha capito da tempo, per poi entrambi approdare a un destino comune nel volgere uno sguardo a quella agognata distesa d’acqua salata visibile dal finestrino dell’auto della polizia.

L’impossibilità di porre in essere un semplice desiderio si fa simbolo della mancata condivisione tra esseri umani, persone in quanto tali accomunate da un’eguaglianza che ci rende tutti simili nella necessaria diversità.

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