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Al via la 67ma Berlinale

berlinale_plakat_unterfuehrung_a4Prenderà il via oggi, giovedì 9, per concludersi domenica 19 febbraio, la 67ma edizione del Festival Internazionale del Cinema di Berlino, che, riprendendo le parole del direttore Dieter Kosslick, vedrà protagonista l’ Europa, “con la sua storia, le sue guerre, i suoi conflitti irrisolti”. L’apertura sarà affidata al film Django dello sceneggiatore e produttore francese Etienne Comar (Uomini di Dio, Timbuktu, Mon Roi), al suo esordio dietro la macchina da presa, la cui narrazione ruota intorno alla figura del famoso chitarrista e compositore Django Reinhardt, geniale musicista jazz belga di origini Sinti (interpretato da Reda Kateb), la cui famiglia fu perseguitata dai nazisti nella Parigi occupata.
Il titolo d’apertura rientra nel novero dei 18 in Concorso, fra i quali The Other Side of Hope (Toivon tuolla puolen, Aki Kaurismäki), Ana, mon amour (Călin Peter Netzer) e Una mujer fantástica (Sebastián Lelio), che saranno sottoposti all’esame della Giuria presieduta da Paul Verhoeven e composta da Dora Bouchoucha Fourati (produttrice, Tunisia), Olafur Eliasson (artista, Islanda), Maggie Gyllenhaal (attrice, USA), Julia Jentsch (attrice, Germania), Diego Luna (attore e regista, Messico) e Wang Quanan (regista, Cina); tra i film Fuori Concorso, T2:Trainspotting di Danny Boyle. Continua a leggere

67ma Berlinale: apertura con “Django” di Etienne Comar

Reda Kateb

Reda Kateb

Il film Django dello sceneggiatore e produttore francese Etienne Comar (Uomini di Dio, Timbuktu, Mon Roi), ora al suo esordio dietro la macchina da presa, aprirà il 67mo Festival di Berlino (9-19 febbraio), in Concorso.
La narrazione ruota intorno alla figura del famoso chitarrista e compositore Django Reinhardt, geniale musicista jazz belga di origini Sinti (interpretato da Reda Kateb), la cui famiglia fu perseguitata dai nazisti nella Parigi occupata, come ha spiegato il direttore artistico della Berlinale, Dieter Kosslick: “Django racconta in modo avvincente un capitolo della sua vita movimentata ed è una coinvolgente storia di lotta per la sopravvivenza. La minaccia costante, la fuga e le spaventose malvagità inflitte alla sua famiglia non sono riuscite a impedire che continuasse comunque a suonare”. Altri protagonisti del film: Cécile de France, Alex Brendemühl ed Ulrich Brandhoff.

El Zorro incontra Django!

45Dal lontano 9 agosto 1919, anno in cui sulla rivista“pulp” All-Story Weekly venne pubblicata la prima puntata di The Curse of Capistrano, racconto a firma dello scrittore Johnston McCulley che lo vedeva protagonista, El Zorro, la Volpe, raddrizza torti a filo di sciabola nella California spagnola (“all’epoca della decadenza delle missioni”, come scriveva il citato McCulley), ha vissuto innumerevoli avventure, tra libri, film, telefilm, musical, fumetti, scontrandosi o alleandosi con vari personaggi, grazie in particolare alla fervida fantasia di quanti nel corso degli anni ’60 ne hanno sfruttato la figura in vari Z movies (per lo più produzioni italiane o italo spagnole, con titoli come Zorro e i tre moschettieri, Luigi Capuano, 1963, o Zorro contro Maciste, Umberto Lenzi, sempre del ’63), senza dimenticare nell’ambito della letteratura disegnata, Dracula vs. Zorro, fumetto scritto nel 1994 da Don McGregor per le matite di Tom Yeates. Ora, notizia pubblicata dapprima sul sito di Empire e poi man mano ripresa da varie testate online, anche nazionali, è giunto il momento di un nuovo epico incontro, al momento limitato nell’ambito dei comics, ma che potrebbe anche trovare spazio sul grande schermo (personale suggerimento di un appassionato). Continua a leggere

Django Unchained

django-unchained-L-RrDLxTScritto e diretto da Quentin Tarantino, Django Unchained è un film dai molti contrasti, sicuramente violento, ma anche divertente, scanzonato e non scevro da validi spunti di riflessione, ancora una volta limpida espressione di uno spirito libero nel riproporre i vari generi, il western in tal caso, ed usarli come mezzo per riscrivere la Storia ed attualizzarne la portata a livello di nemesi imperitura. Certo, il nostro si prende più di una licenza, tra anacronismi e il citazionismo di vari stilemi: quest’ultimo, nella sua abbondanza, sembra bloccare a volte lo spontaneo fluire proprio delle precedenti realizzazioni, tanto come sceneggiatura che scelte di regia “pura”, pur nell’evidente esigenza autoriale di rendere proprio quanto metabolizzato negli anni, da bravo “masticatore pop”.

Christoph Waltz e Jamie Foxx

Christoph Waltz e Jamie Foxx

Per quanto mi riguarda, non ho spostato lo sguardo dallo schermo sino alla fine, già rapito dalla sequenza iniziale, i titoli di testa identici nella grafica rosso sangue a quelli del Django di Sergio Corbucci (’66), riproponendone la canzone originale (di Franco Migliacci e Luis Enriquez Bacalov, cantata da Rocky Roberts), mentre assistiamo al cammino barcollante degli schiavi. Un’apertura che richiama, in certo qual modo, quella del suddetto film italiano: se Franco Nero, nordista reduce dalla Guerra di Secessione, trascinava una bara, simbolo di un doloroso passato, così uomini incatenati l’un l’altro si portano dietro, tra catene e le schiene segnate dai colpi di frusta, il feretro rappresentato dalla violenza dell’uomo sull’uomo, che fa del diverso colore della pelle una discriminante di superiorità.

 Leonardo DiCaprio

Leonardo DiCaprio

Siamo da qualche parte nel Texas, come spiega una didascalia, due anni prima della Guerra Civile, e ad interrompere il cammino di questa triste carovana è il Dr. King Shultz (Cristoph Waltz), dentista d’origine tedesca, tanto affabile nei modi e ricercato nella favella, quanto abile nell’estrarre la pistola e farvi uso idoneo per poter acquistare lo schiavo Django (Jamie Foxx), che gli sarà utile, visto che ne conosce l’identità, per rintracciare i fratelli Brittle. Il dottore, infatti, è un cacciatore di taglie e promette a Django di dargli la libertà una volta portata a termine la “caccia”.
Ma il sodalizio tra i due continuerà, un inverno a catturare insieme i criminali, sino allo sciogliersi delle nevi, quando si metteranno alla ricerca di Broomhilda (Kerry Washington), moglie dell’ormai ex schiavo, le cui tracce porteranno nel Mississippi, alla tenuta di Calvin Candie (Leonardo DiCaprio), dove dovranno fare i conti, tra l’altro, col maggiordomo di colore Stephen (Samuel Lee Jackson).

Samuel Lee Jackson e Kerry Washington

Samuel Lee Jackson e Kerry Washington

Django Unchained è costruito da Tarantino nel rispetto delle tematiche a lui care, vedi l’incedere degli eventi sullo scenario di un mondo in procinto di cambiare, dove non tutto è come sembra: chi vi si trova in mezzo è costretto ad un repentino adattamento e conseguente trasformazione sino alla rinascita finale, con l’affermazione della propria personalità nella consapevolezza del suo ruolo sociale (senza dimenticare, il tema dell’amore, comunque presente fra tanta violenza).
Piuttosto felice la sceneggiatura e valido l’impianto tecnico:un’ ottima fotografia (Robert Richardson), la bella colonna sonora, che mescola di tutto e di più con la consueta nonchalance (si passa dal Requiem di Giuseppe Verdi, Dies Irae, al motivo di Lo chiamavano Trinità…, Franco Micalizzi, con in mezzo una serie di altri temi musicali ripresi dai nostri “spaghetti” ed inediti rap), il caratteristico e suggestivo montaggio (Fred Raskin).

Jamie Foxx e Franco Nero

Jamie Foxx e Franco Nero

Tutto ciò non starebbe in piedi se non vi fosse la accondiscendenza degli attori a prendere parte al gioco, per cui ecco l’ambiguità liberal di Shultz/Waltz, il percorso evolutivo di Django /Foxx (schiavo, giustiziere prezzolato, uomo libero alla ricerca di una personale vendetta ed infine rivendicatore sociale), i capricci del despota bambino Candie/di Caprio. Ultimo, ma non per importanza, lo Stephen di Jackson, in apparenza gentile come la mamy di Via col Vento (l’indimenticabile Hattie McDaniel), ma infido e perfido come Iago in Otello. E’ proprio la sua interpretazione a dare una forte valenza all’ultimo capitolo del film, altrimenti bloccato nel suddetto gioco dei rimandi e sbrigativo nel cedere il passo all’inevitabile mattanza.

django-unchained-L-ApKU2KTarantino, infatti, sembra dimenticare, a volte, l’ironia che sinora gli era stata propria (il cammeo di Franco Nero e, una scena su tutte, la messa in ridicolo dei membri di un proto Ku-Klux- Klan, sberleffo anche a La nascita di una Nazione di David Wark Griffith, 1915) o il valido simbolismo di molte inquadrature (gli schizzi di sangue sulle piante di cotone), unito alla scelta di non evidenziare le atroci violenze sugli schiavi, a sottolineare la ritrosia della Storia nel rammentare determinati eventi e il cui ricordo causerà invece l’improvviso scatto di Shultz, il quale darà avvio alla carneficina di cui sopra.
A mio avviso un bel film, da vedere, dove cinefilia, gusto per lo spettacolo e valenza di una concreta denuncia sociale possono certo darsi la mano, pur a prezzo di qualche svolazzo troppo compiaciuto e una certa, insistita, strafottenza nel gestire e mescolare i vari generi, ormai giunta a lambire i confini di un calcolato manierismo. Ma sono consapevole che, proprio in virtù delle “coccole cinefile” elargite dal nostro, “Quando un critico con la penna incontra un Tarantino con la macchina da presa, quello con la penna è un uomo morto …”

Django (1966)

imagesCAKTX3L3Sergio Corbucci (1926-1990), recentemente omaggiato alla 67ma Mostra del Cinema di Venezia, in occasione del ventennale della sua scomparsa, è stato tra i grandi protagonisti della produzione cinematografica italiana “di serie B”, un approccio al cinema meno autoriale, tra inventiva e “sana”artigianalità, spinte spesso dalla penuria di mezzi, capacità di intrattenere il grande pubblico ed una certa abilità tecnica nel gestire la macchina da presa.

Attivo dagli anni ’50, dopo una breve parentesi come giornalista ed un periodo di apprendistato come assistente di Giulio Vergano (Salvate mia figlia, ’51, la prima regia), sino alla fine degli ‘80, Corbucci ha affrontato con sfrontata disinvoltura tutti i generi cinematografici, dalla commedia (molti i titoli con Totò: da ricordare I due marescialli, ’61, con De Sica, e Gli onorevoli, ’63), passando per il peplum (Il figlio di Spartacus, ’62) e l’horror (Danza macabra, ’64), al western, sfruttando al riguardo la strada aperta da Sergio Leone ma con toni ancora più violenti, fissando standard visuali all’epoca inediti e sorprendenti, ripresi in seguito da molti autori, anche stranieri, divenendo uno dei maestri del genere.

Django rientra tra i suoi risultati più felici, insieme a Il grande silenzio, ’67.
Django (Franco Nero), reduce della guerra civile, arriva, a piedi, trascinando una bara, in un imprecisato paese al confine tra Messico e Stati Uniti, tiranneggiato da due bande rivali, i rivoluzionari messicani di Hugo (Josè Bodalo) e gli yankees del maggiore Jackson (Eduardo Fajardo), setta razzista stile Ku Klux Klan. Dopo aver fatto fuori gran parte degli uomini del maggiore a colpi di mitragliatore, Django si allea con Hugo per rubare un cospicuo quantitativo d’oro che potrebbe servire alla causa, pretendendone la metà.
Suo scopo primario è quello di vendicare la moglie, uccisa da Jackson.
Vedendosi rifiutata la sua parte, fugge con l’oro, ma, raggiunto da Hugo, viene torturato dai suoi sgherri, che gli spezzano le mani con il calcio dei fucili e passandovi sopra con gli zoccoli dei cavalli.
Mentre Jackson organizza un’imboscata contro i messicani, Django l’attende al cimitero di Tombstone, dietro la tomba della moglie, con la croce a fargli da cavalletto per la pistola…

Sceneggiato a più mani (Corbucci stesso, il fratello Bruno, Franco Rossetti, Josè Gutiérrez Maesso, Fernando De Leo e Piero Vivarelli, da poco scomparso, che diede il titolo al film ispirandosi al cantante jazz Django Reinhard), con una trama che richiama in parte Per un pugno di dollari di Leone, il film affascina soprattutto visivamente, grazie alla bella fotografia di Enzo Barboni, sin dall’inizio, con l’entrata in scena di Nero, mentre scorrono i titoli di testa (rosso sangue, molto pop) sulle note di Django (Migliacci, Bacalov, autore della colonna sonora) cantata da Rocky Roberts.

L’ambientazione è sporca, disadorna, essenziale, in un’atmosfera plumbea volta a dare una caratterizzazione gotica, innovativa per il genere, che si allontana dalla linea polverosa ma solare di Leone, rispetto al quale si diversifica per l’assenza di carrellate lente a dare atmosfera, prediligendo un’estrema alternanza tra lentezza e velocità, con suggestive inquadrature (come quella finale, con la pistola appesa alla croce), toni grotteschi e scene cruente (il taglio di un orecchio, ripresa da Tarantino ne Le iene).

A dominare il cast l’esordiente Franco Nero, l’uomo che, in un clima da occhio per occhio, portandosi dietro il ricordo di un oscuro e triste passato (simboleggiato dalla bara che trascina; a chi gli chiede cosa c’è dentro risponde: “un uomo chiamato Django”) riesce a riacquistare la propria individualità ed il senso della propria esistenza, al di fuori di ogni ideologia, puntualmente sconfitta.
Vari sequel apocrifi, uno ufficiale (Django 2, ’87 di N. Rossati, con Nero protagonista), inutile, ed un omaggio giapponese, Sukiyaki Western Django, 2007, Takashi Mike, con la partecipazione di Quentin Tarantino.

Piero Vivarelli, genialità e creatività

dcxE’ morto ieri a Roma, all’età di 83 anni Piero Vivarelli (foto), regista e sceneggiatore, noto ai più soprattutto come paroliere musicale, essendo stato l’autore dei celebri brani di Adriano Celentano 24.000 baci e Il tuo bacio è come un rock, giusto per citare, tra i tanti, quelli che fecero conoscere il “molleggiato” al pubblico, contribuendo al suo successo, come più tardi, nel ’64, farà da traino alla sua carriera di regista, collaborando alla regia di Super rapina a Milano.

Per cinque anni inoltre, Vivarelli ha fatto parte della commissione di selezione dei brani in competizione al Festival di Sanremo. D’ altronde, anche una parte della sua attività cinematografica è stata legata al mondo delle sette note, visto che fu tra i primi a girare i “musicarelli” (Io bacio, tu baci), con tra i protagonisti Mina o lo stesso Celentano; il titolo di un grande spaghetti western, Django, di Sergio Corbucci, omaggiato in questi giorni da Quentin Tarantino alla Mostra del Cinema di Venezia, fu una sua invenzione, scaturita dalla passione per il jazzista Django Reinhard, e collaborò inoltre alla sceneggiatura.

Proprio da Tarantino, a Venezia, nel 2003, nell’ambito della retrospettiva Italian Kings of B’s Vivarelli venne omaggiato come “uno dei magnifici Kings of B’s” e tra i suoi film venne scelto Il dio serpente (1970) con Nadia Cassini, che fa parte del suo personale percorso avviato negli anni ’60 e legato al cinema di genere ( Mister X , Satanik), che ha attraversato con infinite variazioni (Decamerone nero ’72, Codice d’amore orientale ‘74). Nel 1988 ha girato Provocazione , thriller erotico con protagonista Moana Pozzi, mentre tra i suoi ultimi film si ricorda La rumbera (‘98) girato a Cuba.

Scompare con Vivarelli un modo di fare cinema che, volenti o nolenti, appartiene alla nostra storia e cultura cinematografica, basato sullo sfruttamento dei generi, certamente semplice ed “artigianale”, ma frutto di geniali e spesso felici intuizioni, dando al mondo della settima arte una connotazione ed una fascinazione forse ingenua, ma connotata da una sana creatività, un valido esempio in tempi di ovvietà e mediocrità elevate a livello di stile.