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Un ricordo di Vincenzo Cerami

Vincenzo Cerami

Vincenzo Cerami

È morto oggi a Roma, sua città natale (1940), Vincenzo Cerami, tra i nostri più grandi scrittori e sceneggiatori.
Il triplice legame con la poesia, la letteratura e il cinema è stato certo influenzato, per poi evolversi e consolidarsi nel tempo, dall’incontro con Pier Paolo Pasolini, suo insegnante alla scuola media e del quale fu aiuto regista per tre film, Comizi d’amore,’65, Uccellacci e Uccellini, ’66 e La terra vista dalla Luna, episodio del film Le streghe, ’67. Nello stesso anno ebbe inizio la sua carriera di sceneggiatore, con El Desperado, pellicola diretta da Franco Rossetti, che proseguì con autori, fra gli altri, quali Sergio Citti (Casotto, ’77; Il minestrone, ’81; Mortacci, ’90; Vipera, 2001), Marco Bellocchio (Salto nel vuoto, ’80; Gli occhi, la bocca, ’82), Ettore Scola (Il viaggio di Capitan Fracassa, ’90), Gianni Amelio (Colpire al cuore, ’83; I ragazzi di via Panisperna, ’89; Porte aperte, ’90).

Pier Paolo Pasolini

Pier Paolo Pasolini

Con toni meno aspri e piacevolmente leggeri, è riuscito poi ad assecondare la vena surreale e poetica di attori/registi come Francesco Nuti (Tutta colpa del Paradiso, ’85, Stregati, ’87) o, più avanti, Antonio Albanese (Un uomo d’acqua dolce, ’96, La fame e la sete, ’99 e Il nostro matrimonio è in crisi, 2002), anche se al riguardo il suo contributo maggiore è rappresentato dal definitivo posizionamento artistico di Roberto Benigni, in un certo senso più meditato rispetto all’estro giullaresco degli esordi, pur nel rispetto dell’indole stralunata ed irrequieta: ecco titoli come Il piccolo diavolo (’88), Johnny Stecchino ( ’91), Il mostro (’94), La vita è bella (’97), la cui sceneggiatura fece ottenere a Cerami la nomination all’Oscar e che si aggiudicò tre statuette (Miglior Film Straniero, Miglior Colonna Sonora Drammatica– Nicola Piovani- Miglior Attore Protagonista– Roberto Benigni), per poi arrivare ai meno riusciti Pinocchio, 2002, e La tigre e la neve, 2005.

Roberto Benigni, Nicoletta Braschi, Giorgio Cantarini

Roberto Benigni, Nicoletta Braschi, Giorgio Cantarini

Ultimo film italiano vittorioso nella Notte degli Oscar, La vita è bella offre ancora oggi una visione certo insolita, che dà preferenza ai toni favolistici rispetto al realismo propriamente detto, mantenendo però sempre la valenza di un apologo morale, pur tra qualche inevitabile caduta di stile, considerando la delicatezza del tema e le modalità di narrazione, che ha i suoi punti di forza proprio nella coraggiosa scrittura (cui collaborò anche Benigni), capace di seguire l’ispirazione folle e poetica del comico toscano.
Dai momenti ironici e romantici presenti nella prima parte, si passa ai toni drammatici, grotteschi e surreali della seconda, quando il protagonista viene condotto in un campo di concentramento insieme al figlio Giosuè, che trovano il loro apice nel gioco inventato così da sottrarre il bambino alla dura realtà, non per nasconderla, bensì sfuocarla di quella assurda tragicità messa in campo dai suoi attuatori.

vvcxTra i suoi romanzi si ricordano titoli come Amorosa presenza,’78, Addio Lenin, ’81, L’ ipocrita, ’91, Il signor Novecento, ’94, racconto musicale realizzato con Nicola Piovani, Vite bugiarde, 2007, ma il più famoso resta l’opera d’esordio, Un borghese piccolo piccolo, ’76, anche per la trasposizione cinematografica di un anno successiva, ad opera di Sergio Amidei e del regista Mario Monicelli, con un’intensa interpretazione offerta da Alberto Sordi. Sulla carta come sullo schermo, si prende atto, al di là di ogni giudizio o ideologia, che la nostra società, ormai avulsa da una vera e propria dimensione sociale, orfana di tutti i valori positivi, non sentendosi più rappresentata dalle Istituzioni nel loro complesso, può essere semplicemente descritta, mantenendo una certa distanza.
Attraverso uno stile piuttosto crudo e asciutto, dai toni ora farseschi ora grotteschi, veniamo invitati a compiere un percorso ben congegnato, dove ciò che è normale e ciò che non lo è sono posti sullo stesso piano e spesso si intersecano tra loro, in una spietata girandola di situazioni ora liete, ora profondamente tragiche.

Nicola Piovani e Roberto Benigni

Nicola Piovani e Roberto Benigni

L’ultimo lavoro di Cerami è stato la sceneggiatura di Tutti al mare, 2011, per la regia del figlio Matteo, mentre la recente edizione dei David di Donatello lo ha visto insignito di un riconoscimento speciale alla carriera, premio ritirato da Piovani (“Mi preme sottolineare, per lui scrittore a 360 gradi, anche la grandezza di Vincenzo come paroliere, è il momento in cui il grande artigiano si incontra con il grande poeta”) e Benigni (“Vorrei dire a Vincenzo di non preoccuparsi se stanno cadendo le stelle, guardale per tenerle a mente, il futuro è appena cominciato”): le loro parole, espresse nell’occasione sul palco, qui riportate in sintesi, risaltano ora come l’amabile ricordo di una personalità che tanto ha dato alla nostra cultura e del quale già si avverte la mancanza, in particolare di quell’affabulante incontro fra poesia, favola e le nostre imperfezioni reali.

Django (1966)

imagesCAKTX3L3Sergio Corbucci (1926-1990), recentemente omaggiato alla 67ma Mostra del Cinema di Venezia, in occasione del ventennale della sua scomparsa, è stato tra i grandi protagonisti della produzione cinematografica italiana “di serie B”, un approccio al cinema meno autoriale, tra inventiva e “sana”artigianalità, spinte spesso dalla penuria di mezzi, capacità di intrattenere il grande pubblico ed una certa abilità tecnica nel gestire la macchina da presa.

Attivo dagli anni ’50, dopo una breve parentesi come giornalista ed un periodo di apprendistato come assistente di Giulio Vergano (Salvate mia figlia, ’51, la prima regia), sino alla fine degli ‘80, Corbucci ha affrontato con sfrontata disinvoltura tutti i generi cinematografici, dalla commedia (molti i titoli con Totò: da ricordare I due marescialli, ’61, con De Sica, e Gli onorevoli, ’63), passando per il peplum (Il figlio di Spartacus, ’62) e l’horror (Danza macabra, ’64), al western, sfruttando al riguardo la strada aperta da Sergio Leone ma con toni ancora più violenti, fissando standard visuali all’epoca inediti e sorprendenti, ripresi in seguito da molti autori, anche stranieri, divenendo uno dei maestri del genere.

Django rientra tra i suoi risultati più felici, insieme a Il grande silenzio, ’67.
Django (Franco Nero), reduce della guerra civile, arriva, a piedi, trascinando una bara, in un imprecisato paese al confine tra Messico e Stati Uniti, tiranneggiato da due bande rivali, i rivoluzionari messicani di Hugo (Josè Bodalo) e gli yankees del maggiore Jackson (Eduardo Fajardo), setta razzista stile Ku Klux Klan. Dopo aver fatto fuori gran parte degli uomini del maggiore a colpi di mitragliatore, Django si allea con Hugo per rubare un cospicuo quantitativo d’oro che potrebbe servire alla causa, pretendendone la metà.
Suo scopo primario è quello di vendicare la moglie, uccisa da Jackson.
Vedendosi rifiutata la sua parte, fugge con l’oro, ma, raggiunto da Hugo, viene torturato dai suoi sgherri, che gli spezzano le mani con il calcio dei fucili e passandovi sopra con gli zoccoli dei cavalli.
Mentre Jackson organizza un’imboscata contro i messicani, Django l’attende al cimitero di Tombstone, dietro la tomba della moglie, con la croce a fargli da cavalletto per la pistola…

Sceneggiato a più mani (Corbucci stesso, il fratello Bruno, Franco Rossetti, Josè Gutiérrez Maesso, Fernando De Leo e Piero Vivarelli, da poco scomparso, che diede il titolo al film ispirandosi al cantante jazz Django Reinhard), con una trama che richiama in parte Per un pugno di dollari di Leone, il film affascina soprattutto visivamente, grazie alla bella fotografia di Enzo Barboni, sin dall’inizio, con l’entrata in scena di Nero, mentre scorrono i titoli di testa (rosso sangue, molto pop) sulle note di Django (Migliacci, Bacalov, autore della colonna sonora) cantata da Rocky Roberts.

L’ambientazione è sporca, disadorna, essenziale, in un’atmosfera plumbea volta a dare una caratterizzazione gotica, innovativa per il genere, che si allontana dalla linea polverosa ma solare di Leone, rispetto al quale si diversifica per l’assenza di carrellate lente a dare atmosfera, prediligendo un’estrema alternanza tra lentezza e velocità, con suggestive inquadrature (come quella finale, con la pistola appesa alla croce), toni grotteschi e scene cruente (il taglio di un orecchio, ripresa da Tarantino ne Le iene).

A dominare il cast l’esordiente Franco Nero, l’uomo che, in un clima da occhio per occhio, portandosi dietro il ricordo di un oscuro e triste passato (simboleggiato dalla bara che trascina; a chi gli chiede cosa c’è dentro risponde: “un uomo chiamato Django”) riesce a riacquistare la propria individualità ed il senso della propria esistenza, al di fuori di ogni ideologia, puntualmente sconfitta.
Vari sequel apocrifi, uno ufficiale (Django 2, ’87 di N. Rossati, con Nero protagonista), inutile, ed un omaggio giapponese, Sukiyaki Western Django, 2007, Takashi Mike, con la partecipazione di Quentin Tarantino.