Django (1966)

imagesCAKTX3L3Sergio Corbucci (1926-1990), recentemente omaggiato alla 67ma Mostra del Cinema di Venezia, in occasione del ventennale della sua scomparsa, è stato tra i grandi protagonisti della produzione cinematografica italiana “di serie B”, un approccio al cinema meno autoriale, tra inventiva e “sana”artigianalità, spinte spesso dalla penuria di mezzi, capacità di intrattenere il grande pubblico ed una certa abilità tecnica nel gestire la macchina da presa.

Attivo dagli anni ’50, dopo una breve parentesi come giornalista ed un periodo di apprendistato come assistente di Giulio Vergano (Salvate mia figlia, ’51, la prima regia), sino alla fine degli ‘80, Corbucci ha affrontato con sfrontata disinvoltura tutti i generi cinematografici, dalla commedia (molti i titoli con Totò: da ricordare I due marescialli, ’61, con De Sica, e Gli onorevoli, ’63), passando per il peplum (Il figlio di Spartacus, ’62) e l’horror (Danza macabra, ’64), al western, sfruttando al riguardo la strada aperta da Sergio Leone ma con toni ancora più violenti, fissando standard visuali all’epoca inediti e sorprendenti, ripresi in seguito da molti autori, anche stranieri, divenendo uno dei maestri del genere.

Django rientra tra i suoi risultati più felici, insieme a Il grande silenzio, ’67.
Django (Franco Nero), reduce della guerra civile, arriva, a piedi, trascinando una bara, in un imprecisato paese al confine tra Messico e Stati Uniti, tiranneggiato da due bande rivali, i rivoluzionari messicani di Hugo (Josè Bodalo) e gli yankees del maggiore Jackson (Eduardo Fajardo), setta razzista stile Ku Klux Klan. Dopo aver fatto fuori gran parte degli uomini del maggiore a colpi di mitragliatore, Django si allea con Hugo per rubare un cospicuo quantitativo d’oro che potrebbe servire alla causa, pretendendone la metà.
Suo scopo primario è quello di vendicare la moglie, uccisa da Jackson.
Vedendosi rifiutata la sua parte, fugge con l’oro, ma, raggiunto da Hugo, viene torturato dai suoi sgherri, che gli spezzano le mani con il calcio dei fucili e passandovi sopra con gli zoccoli dei cavalli.
Mentre Jackson organizza un’imboscata contro i messicani, Django l’attende al cimitero di Tombstone, dietro la tomba della moglie, con la croce a fargli da cavalletto per la pistola…

Sceneggiato a più mani (Corbucci stesso, il fratello Bruno, Franco Rossetti, Josè Gutiérrez Maesso, Fernando De Leo e Piero Vivarelli, da poco scomparso, che diede il titolo al film ispirandosi al cantante jazz Django Reinhard), con una trama che richiama in parte Per un pugno di dollari di Leone, il film affascina soprattutto visivamente, grazie alla bella fotografia di Enzo Barboni, sin dall’inizio, con l’entrata in scena di Nero, mentre scorrono i titoli di testa (rosso sangue, molto pop) sulle note di Django (Migliacci, Bacalov, autore della colonna sonora) cantata da Rocky Roberts.

L’ambientazione è sporca, disadorna, essenziale, in un’atmosfera plumbea volta a dare una caratterizzazione gotica, innovativa per il genere, che si allontana dalla linea polverosa ma solare di Leone, rispetto al quale si diversifica per l’assenza di carrellate lente a dare atmosfera, prediligendo un’estrema alternanza tra lentezza e velocità, con suggestive inquadrature (come quella finale, con la pistola appesa alla croce), toni grotteschi e scene cruente (il taglio di un orecchio, ripresa da Tarantino ne Le iene).

A dominare il cast l’esordiente Franco Nero, l’uomo che, in un clima da occhio per occhio, portandosi dietro il ricordo di un oscuro e triste passato (simboleggiato dalla bara che trascina; a chi gli chiede cosa c’è dentro risponde: “un uomo chiamato Django”) riesce a riacquistare la propria individualità ed il senso della propria esistenza, al di fuori di ogni ideologia, puntualmente sconfitta.
Vari sequel apocrifi, uno ufficiale (Django 2, ’87 di N. Rossati, con Nero protagonista), inutile, ed un omaggio giapponese, Sukiyaki Western Django, 2007, Takashi Mike, con la partecipazione di Quentin Tarantino.


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