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Scarpette rosse (The Red Shoes, 1948)

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Londra, Covent Garden.
Si aprono le porte del teatro, una folla di studenti dell’accademia musicale si precipita di gran carriera lungo le scale che conducono al loggione, così da assicurarsi un posto dalla buona visuale.
E’ in programma la prima di un nuovo balletto, Heart of Fire, che vedrà impegnata la compagnia di Boris Lermontov (Anton Walbrook) su musiche del professor Palmer (Austin Trevor).
Il giovane compositore Julian Craster (Marius Goring) non può fare a meno di notare, con grande sgomento, come le note di alcune delle composizioni eseguite richiamino fin troppo i suoi lavori; decide di scrivere una lettera a Lermontov, il quale lo riceverà la mattina seguente, invitandolo a desistere da ulteriori rimostranze (“è più avvilente essere costretti a derubare che essere derubati”) ed offrendogli infine il posto di aiuto direttore d’orchestra, intuendone l’indubbio talento. Non sarà comunque l’unica novità nella rappresentazione di Heart of Fire, visto che il vulcanico impresario ha inserito nel corpo di ballo la giovane Victoria, Vicky, Page (Moira Shearer), conosciuta la sera della prima nel corso di un ricevimento organizzato dalla zia della ragazza, la facoltosa Lady Neston (Irene Browne), e di cui ha potuto saggiare le doti assistendo alla sua prova ne Il lago dei cigni, in un teatro di periferia. Continua a leggere

La regina d’Africa (The African Queen, 1951)

342Africa Orientale tedesca, 1914. Il reverendo Samuel Sayer (Robert Morley) gestisce una missione, insieme a sua sorella Rose (Katharine Hepburn).
A far da contatto con il mondo esterno il canadese Charlie Allnutt (Humphrey Bogart), che con il suo piccolo battello, l’African Queen, risale spesso il fiume, portando provviste e notizie, come l’imminente scoppio della guerra, che avrà certo conseguenze anche in quel remoto angolo, per cui sarebbe meglio rifugiarsi presso le colonie inglesi. Ma il reverendo non intende mandare all’aria quanto costruito con sacrificio e decide di restare: l’arrivo delle truppe tedesche che distruggono il villaggio e rapiscono i nativi, metterà fine alla sua vita e convincerà Rose a seguire Charlie nella fuga.

La convivenza tra i due in questo viaggio forzato non sarà delle più facili, lui cinico, ruvido e alcolizzato, unico ideale salvare la pelle, lei “zitella bigotta e ossuta” animata da odio verso i Tedeschi e fervido patriottismo, con un ben preciso piano in mente, armare l’ansimante imbarcazione di due rudimentali siluri da fabbricare con le bombole d’ossigeno e l’esplosivo presenti a bordo e lanciarla contro la nave cannoniera Louisa. Charlie dapprima finge di assecondarla, tra aspri scontri verbali e dispetti vari (lei gli versa in acqua un’intera cassa di gin), poi si lascerà coinvolgere nell’impresa, complice l’amore e un ritrovato rispetto di sé. Anche quella che sino all’ultimo era sembrata un’impresa impossibile troverà, dopo vari imprevisti, il lieto epilogo.

Tratto dal’omonimo romanzo di C.S. Forester, sceneggiato (con James Agee) e diretto da John Huston, La regina d’Africa, è tra i suoi film quello dalla costruzione narrativa più lineare, non eccessivamente contaminato dal suo insinuante pessimismo verso i rapporti umani, vedi lo scanzonato “happy end”, lontano dall’opera d’origine. Strutturato nelle intenzioni come un classico film d’avventura, ne prende le distanze ironizzando sul genere, cavalcando l’onda della schematicità e della inverosimiglianza di molte situazioni.
Confluisce poi in una storia d’amore, certo romantica ma ben lontana da languori o forti slanci passionali, vista l’età dei due protagonisti. Infine l’Africa, splendidamente fotografata in Technicolor (Jack Cardiff), con la sua flora e la sua fauna fa solo da sfondo, senza le solite coloriture “esotiche” di altre produzioni.

Huston preferisce infatti seguire i personaggi, stargli addosso con la macchina da presa, allontanandosene solo per qualche bella ripresa dall’alto, con la piccola imbarcazione, terza protagonista, sovrastata dalla natura impervia e minacciosa: il tono umoristico, con qualche concessione al grottesco, è infatti reso possibile dalla messa in scena del conflitto tra Bogart e la Hepburn e dalla sua evoluzione, con entrambi gli attori, diversi per spessore recitativo, accomunati da istrionismo e divertissement. I toni tipicamente hustoniani (il senso dell’avventura, la sfida dell’uomo ad ogni tipo di pericolo con la forza della volontà) appaiono stemperati da tale scambio simbiotico tra i due, che, nella progettualità di una comune impresa, acquisiscono nuove modalità esistenziali e comportamentali. Premio Oscar a Bogey come miglior attore protagonista: suona un po’ come un premio alla carriera, viste le precedenti, ben riuscite, interpretazioni di loser, ma, parafrasando, “questa è Hollywood bellezza e non può farci nulla”.