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Milano, Spazio Oberdan: anteprima di “Italian Gangsters” e una rassegna dedicata al “Gangster Movie”

spazio_oberdan1A Milano, presso Spazio Oberdan, Fondazione Cineteca Italiana dal 19 dicembre al 6 gennaio proporrà in anteprima italiana Italian Gangsters, l’ultimo film di Renato De Maria presentato con grande successo di pubblico e critica alla 72ma Mostra Internazionale d’ Arte Cinematografica di Venezia. A fare da controcanto alla citata pellicola, la Cineteca presenterà inoltre, dal 13 al 30 dicembre, una rassegna dedicata al Gangster Movie, che prevede in cartellone autentici capolavori del cinema americano e francese. Quattordici i film in programma, firmati da maestri della settima arte (da John Huston, Stanley Kubrick, Raoul Walsh, William Wellmann, William Wyler, a Jean-Pierre Melville, Claude Sautet, Jules Dassin, Jacques Becker, Julien Duvivier, Jean-Luc Godard) e interpretati da attori già divenuti leggenda come James Cagney, Humphrey Bogart, Sterling Heyden, Jean Gabin, Jean-Paul Belmondo, Lino Ventura.
Unico titolo di recentissima produzione in rassegna è Black Mass, che vede protagonista Johnny Depp, altra vera star del cinema contemporaneo.
Di seguito, una mia analisi del film Italian Gangsters e il programma completo della rassegna, rimandandovi per ogni informazione al sito della Cineteca. Continua a leggere

Un ricordo di Franco Interlenghi (1931-2015)

Franco Interlenghi in

Franco Interlenghi in “Domenica d’agosto”, 1950, Luciano Emmer (Wikipedia)

E’ morto questa mattina, giovedì 10 settembre, a Roma, sua città natale (1931), Franco Interlenghi, attore cinematografico e teatrale, il cui esordio sul grande schermo risale al 1946, quando, a soli quindici anni, la stessa età del coprotagonista Rinaldo Smordoni, interpretò il giovane lustrascarpe Pasquale nel film Sciuscià di Vittorio De Sica. Un ruolo cui offrì, in tutta la spontaneità propria di “attore preso dalla strada”, quell’aria sbigottita e malinconica propria di chi ha visualizzato l’impossibilità di perseguire l’idea, sospesa fra l’utopistica speranza e il sogno, di un’umanità se non migliore, almeno attenta alle esigenze dei più deboli. In un ambiente sociale sconvolto dalla tragicità della guerra, il mondo dei ragazzi diviene speculare a quello degli adulti e suo antagonista, vive in base a regole diverse, con conseguente reciproca incomprensione e annullamento violento dei meno forti, psicologicamente in primo luogo.
A questi ultimi non resta altra possibilità che vedersi offrire un immane grido di dolore, idoneo a scuotere sopite coscienze, come quello, indimenticabile, rivolto da Pasquale all’amico Giuseppe, ormai esanime, che chiude il citato Sciuscià. Continua a leggere

Totò le Mokò (1949)

Algeri.Se all’interno del commissariato si festeggia la definitiva scomparsa del terribile bandito Pépé le Moko, là nella Casbah i suoi “colleghi” ne rammentano le gesta, chiedendosi come poter dar seguito alla loro attività criminale ora che il carismatico capo non c’è più.
La compagna di Pépé, Suleima (Carla Calò), sembra avere l’intuizione giusta, ricercare un parente che possa esserne degno successore: vi è infatti un lontano cugino, risiede a Napoli, si chiama Antonio Lumaconi (Totò), un “uomo orchestra” ambulante, ed è ovvio che non stia più nella pelle una volta letto nella missiva inviatagli di recarsi al più presto nella città magrebina, per dirigere una banda composta da ottimi elementi …

Diretto con mano ferma da uno dei nostri registi maggiormente inventivi e poliedrici, Carlo Ludovico Bragaglia, molto attento a cogliere negli anni le variazioni del gusto popolare, sulla base di una sceneggiatura altrettanto solida e ben articolata (Vittorio Metz, Furio Scarpelli, Alessandro Continenza), Totò le Mokò più che una parodia del film Il bandito della Casbah (Pépé le Moko, 1937, Julien Duvivier) appare come una sorta d’ideale continuazione in chiave farsesca e surreale, cavalcando con disinvoltura i temi del paradosso e del nonsense, cari tanto al regista che al principe della risata.

Quest’ ultimo in particolare, al suo tredicesimo film, ormai entrato nelle grazie del pubblico, è lontano da quella svolta verso una comicità più riflessiva, soffusamente chapliniana, calata nel reale, che sarà rappresentata da Guardie e ladri (Steno e Mario Monicelli, ’51) e trasferisce ancora una volta sul grande schermo la maschera già portata al successo in teatro (vedi marsina e bombetta come abbigliamento base): una marionetta estremamente snodabile nel corpo e nel viso, per un’incredibile mimica gestuale e facciale, Pinocchio birbante la cui anarchia dei movimenti trova efficace contraltare in un’ estrema disinvoltura lessicale. La libertà d’espressione dell’attore partenopeo scardina infatti, con irriverenza burlesca, ogni forma e logica legata alla comune sintassi, facendosi così beffe di quanti siano portatori di un linguaggio preordinato, spesso in rappresentanza di una determinata classe sociale o dei ranghi di una burocrazia stolidamente assurda.

Nell’adeguarsi, dopo gli equivoci iniziali (si va avanti, efficacemente, sul piano dell’ironia, per almeno venticinque minuti, giocando su termini quali “banda”, “fughe”, “tromboni”, “gazza ladra”), alla nuova situazione di bandito esemplare, grazie anche ad un unguento che gli conferisce una forza prodigiosa, Totò ben incarna nella sua arte d’arrangiarsi, adattandosi alle circostanze, l’uomo del popolo, non ancora “uomo medio”, che lotta con furbizia per soddisfare i bisogni primari, sopravvissuto alle storture e brutture dittatoriali e belliche, affidandosi ora alle proprie forze, ora alla provvidenza per poter continuare a stare al mondo e trovando, forse in virtù di tali sforzi, adeguata ricompensa e soddisfazione finale.

Tra le scene da ricordare, oltre i suddetti equivoci iniziali, l’apertura, con la bellissima Mazurka di Totò (il testo è suo), la danza apache, il duello col “risorto” Pépé (Carlo Ninchi), senza tralasciare alcuni calembour, a volte fini a se stessi (“Dove avete intenzione di condurmi a quest’ora?”; “In questura, dal questore”; “E il questore in quest’ora è in questura?”), altre con riferimenti all’attualità (“Qui sono tutti tolleranti. Questa è una Casbah di tolleranza. Con l’aria che tira finirà che la chiuderanno”), semplicemente ironici (“Tutti i giorni nella Casbah… Non sei un tipo casbahlingo”) o chiaramente sfottenti nel mettere in riga chi si concede arie da superiore (“ Ma lo vuol capire? Lei è un cretino! Si specchi e si convinca”).

Grazie alla sua valida costruzione complessiva, il film diverte e suscita risate ancora oggi: se poi siano meglio queste totoate, come all’epoca la critica definiva tali pellicole, in senso dispregiativo, o i lavori più “composti” che verranno in seguito, è questione ancora aperta, per quanto lo scrivente apprezzi in egual misura ambedue, notevole espressione di una duttilità nell’estro comico, capace di molteplici sfumature, non comune e difficilmente ripetibile.
Grazie Principe, da bambino come “da grande”, e credo di poter parlare a nome di tante altre persone, i suoi film mi hanno sempre reso lieta compagnia, regalandomi l’arte del sorriso e la consapevolezza del buonumore.