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Milano, MIC-Museo Interattivo del Cinema: “Romanticismo”

Da oggi, venerdì 8, e fino a venerdì 22 febbraio, al MIC – Museo Interattivo del Cinema di Milano, Fondazione Cineteca Italiana proporrà, in collaborazione con le Gallerie d’Italia e in occasione della mostra Romanticismo, una rassegna cinematografica che accompagnerà l’esposizione. La mostra, allestita a Milano alle Gallerie d’Italia e al Museo Poldi Pezzoli fino al 17 marzo, rappresenta il primo progetto espositivo mai realizzato sul contributo italiano al movimento che, preannunciato alla fine del Settecento, ha cambiato nel corso della prima metà dell’Ottocento la sensibilità e l’immaginario del mondo occidentale.
Le proiezioni avranno luogo sia al MIC  sia alle Gallerie d’Italia in Piazza Scala 6 (qui l’ingresso sarà libero fino ad esaurimento posti), dove ogni film sarà preceduto da una breve visita guidata ad opera di giovani mediatori culturali, che illustreranno l’opera a cui il film fa riferimento. Continua a leggere

Milano, Cinema Spazio Oberdan: una personale dedicata a John Huston

John Huston (Disney Wiki-Fandom)

Dal 23 luglio al 12 agosto  Fondazione Cineteca Italiana presenterà al Cinema Spazio Oberdan di Milano una personale in 19 lungometraggi dedicata a John Huston (1906 – 1987) , uno dei massimi registi dell’intera storia del cinema, oltre che uomo di forte personalità, errabonda e avventurosa, dai svariati talenti (pugile, militare di carriera, giornalista, attore, sceneggiatore, documentarista, regista). Le sue opere sono permeate di un vigoroso senso dell’avventura, dal coraggio della sfida, quest’ultima spesso incentrata sulla ricerca di un’illusoria ricchezza, tanto a lungo bramata quanto rapida a sfuggire di mano, nonché della sconfitta, anche quando si mette in piedi una lotta per ciò in cui si crede, una ritrovata luce nell’incedere quotidiano che andrà presto a spegnersi; nel corso della sua carriera si è cimentato in tutti i generi cinematografici, plasmandoli e modificandoli a suo piacimento: dal noir al western, passando per la commedia e il kolossal.
Fra i 19 titoli in cartellone l’unico senza la regia di Huston risulta Chinatown, per il quale Roman Polanski affidò al collega la parte di Noah Cross, un vecchio magnate senza scrupoli di indimenticabile forza espressiva. Continua a leggere

Indovina chi viene a cena? (Guess Who’s Coming to Dinner, 1967)

Guess_Who's_Coming_to_Dinner_posterSan Francisco. Joanna Joey Drayton (Katharine Hughton) è di ritorno dalle Hawaii insieme a John Prentice (Sidney Poitier), stimato medico.
I due si sono conosciuti durante il soggiorno sull’isola e, profondamente innamorati, intendono sposarsi al più presto. Joanna, cresciuta in una famiglia piuttosto agiata, il padre, Matt (Spencer Tracy) è un famoso giornalista e la madre, Christina (Katharine Hepburn), è proprietaria di una galleria d’arte, educata sulla base di principi progressisti, ritiene fermamente che i suoi genitori non troveranno nulla da ridire sulla circostanza che il suo futuro sposo sia un uomo di colore.
Ma se Christine, una volta superato l’iniziale sconcerto, condividerà la scelta della figlia, così non sarà per Matt, il quale, sorvolando sulla forza trainante di un sentimento tanto forte e sincero, non sembrerà propenso a dare la sua approvazione, preoccupato soprattutto dei tanti pregiudizi ancora presenti nella società, che a suo dire andrebbero a creare non poche difficoltà all’unione dei due giovani. I problemi si faranno ancora più pressanti una volta giunti a San Francisco i genitori di John:anche in tal caso il padre (Roy E. Glenn) esprime la sua disapprovazione, mentre la madre (Beah Richards) è del tutto d’accordo, così come monsignor Ryan (Cecil Kellaway), un amico di famiglia.
Ma la forza dell’amore va ben oltre il colore della pelle e può abbattere ogni barriera o pregiudizio… Continua a leggere

Adaline – L’eterna giovinezza

1Ebbene sì, lo confesso: sono un inguaribile romantico (una vera iattura, visto come al giorno d’oggi i sentimenti, lungi da me il voler generalizzare, volgono verso la “praticità”) e in quanto tale non potevo salutare che con gioia un film idoneo a visualizzare, ricordando i cari “vecchi” melodrammi made in Hollywood, quella particolare atmosfera, suggestiva e poetica, capace di unire fantasia e realtà, raziocinio e sentimento, all’interno di una plausibile, drammatica, concretezza.
Il tutto avvolto da un senso d’irrazionale magia, conferente ad elementi quali il caso o le coincidenze un sentore fiabesco alle nostre esistenze sempre più standardizzate. E’ quanto ho rinvenuto nel corso della visione di Adaline-L’eterna giovinezza, diretto da Lee Toland Krieger su sceneggiatura di J.Miss Goodloe e Salvador Paskowitz. Il regista, puntando in particolare sulla splendida interpretazione della protagonista, Blake Lively, ha saputo mettersi al servizio di una valida scrittura, capace di giocare, con fare sornione, su diversi paradossi, temporali in primo luogo, spiegati attraverso un’apparente plausibilità scientifica, sottolineata da una voce fuori campo in funzione di misterioso narratore. Continua a leggere

Play It Again, Bogie

Humphrey Bogart (cineblog)

Humphrey Bogart (cineblog)

In più di un momento della mia vita, nell’alternarsi di varie vicende e situazioni, così come avveniva per il critico cinematografico Allan Felix (Woody Allen) in Play It Again, Sam (Herbert Ross, 1972, dall’omonima pièce teatrale di Woody) ne ho materializzato la figura, mentre tutto intorno a me veniva avvolto da un fascinoso bianco e nero d’antan.
Eccolo lì, in penombra, appoggiato al bancone di un bar, sguardo apparentemente distante, egualmente malinconico e beffardo, sorriso ambiguo, modi rudi ma al contempo eleganti. Nessun imbarazzo nell’incontro, ci frequentiamo da tempo, una rapida stretta di mano ed è pronto ad ascoltarmi e a sfoderare un ostentato cinismo nel raccontarmi, con soppesate parole, fra un bicchiere di whiskey ed una tirata alla sigaretta, altrimenti eternamente pendula fra le labbra, cosa conta veramente nella vita, a partire da un’ostinata disciplina costituita da un personale codice comportamentale, volto in primo luogo al rispetto di se stessi e delle proprie convinzioni morali.
E io lì, col mio bicchiere di doppio bourbon (latte e cacao…) in mano, ad ascoltarlo rapito, condividendone ogni parola. Continua a leggere

Peter O’Toole (1932-2013)

Peter O'Toole

Peter O’Toole

Ci ha lasciato Peter Seamus O’Toole, morto lo scorso sabato, 14 dicembre, presso il Wellington Hospital di Londra, grande attore cinematografico e teatrale irlandese (Connemara, Contea di Galway, 1932), capace di esprimere il proprio talento in molteplici ruoli, spaziando fra i vari generi sempre mantenendo intatte eleganza e modalità di porsi in scena, estremamente fluide e naturali.
Entrambe poi andavano ad aggiungersi ad uno sguardo capace di caratterizzare, con eguale intensità e sempre inedite sfumature, le diverse interpretazioni, suddivise, all’insegna della duttilità, tra dramma, ironia e romanticismo.
Nell’estate del 2012 aveva annunciato il suo ritiro dalle scene (“la passione se n’è andata e non tornerà”, aveva dichiarato alla rivista People ), dopo una carriera contrassegnata da una vasta filmografia, conseguendo ben otto nomination all’Oscar in qualità di miglior attore non protagonista, statuetta che infine ottenne nel 2003 come Academy Honorary Haward.

oooCresciuto a Leeds, in Inghilterra, dove la famiglia, madre casalinga, il padre allibratore di corse automobilistiche, si era trasferita, O’Toole lasciò la scuola all’età di quattordici anni ed iniziò a lavorare come apprendista reporter e fotografo presso lo Yorkshire Evening Post. Dopo il servizio militare nella Marina britannica, si iscrisse alla Royal Academy of Dramatic Art (RADA), che frequentò dal ’52 al ’54, ed esordì sul palcoscenico del Bristol Old Vic.
Man mano si affermò come valido interprete shakespeariano, calcando le scene del Royal Court Theatre e della Royal Shakespeare Company, per poi essere notato dal regista Nicholas Ray che in The savage innocents (‘59, Ombre bianche) gli affidò il suo primo ruolo cinematografico, in realtà successivo ad un debutto televisivo avvenuto nel ’56 (il primo episodio della serie The Adventures of the Scarlet Pimpernel).

Lawrence_of_arabia_ver3_xxlgSempre nel corso del ’59 O’ Toole prese parte ad altri film (The day they robbed the Bank of England, Furto alla Banca d’Inghilterra, John Guillermin; Kidnapped, Il ragazzo rapito, Robert Stevenson, dall’omonimo romanzo di R.L. Stevenson), ma il grande successo di pubblico e critica conseguì a quella che a tutt’oggi resta la sua interpretazione più celebre, Thomas Edward Lawrence in Lawrence of Arabia, ’62, per la regia di David Lean, un personaggio reso abilmente nel suo particolare melange d’insinuante fascino e sottile ambiguità, capace di conferire un’ulteriore connotazione ad un film forte di una suggestione non semplicemente visiva, vincitore di sette Oscar (miglior film, regia, fotografia, scenografia, sonoro, colonna sonora, montaggio), mentre la suddetta prova di O’Toole non andò oltre la nomination (ma l’attore vinse al riguardo il David di Donatello come Miglior Attore Straniero). Continua a leggere

Scandalo a Filadelfia (The Philadelphia Story, 1940)

432“Regista di attori” e “regista di donne” sono le definizioni che hanno accompagnato nel corso della sua carriera, assicurandogli un posto ben definito nella storia del cinema, George Dewey Cukor (New York, 1899 – Hollywood, 1983), tra i più grandi autori di commedie della Hollywood “del tempo che fu”, per quanto attivo sino a pochi anni dalla sua morte ( il suo ultimo film, Ricche e famose, risale all’ ’81). Nella direzione dei suoi lavori, focalizzata in particolare sulla valorizzazione della recitazione di ogni singolo attore, contribuì non poco la sua attività come assistente teatrale e regista, iniziata sin da ragazzo e proseguita per tutti gli anni ’20: una volta preso piede il cinema sonoro, con le major di Hollywood bisognose di dialoghisti e registi teatrali, Cukor decise di trasferirsi in California, lavorando per Paramount e Universal, anche in qualità di co-regista, per poi debuttare in autonomia nel ’31 (Il marito ricco).

Delle tante pellicole da lui dirette in questo primo periodo della sua carriera (come Febbre di vivere,’32, debutto di Katharine Hepburn, o Pranzo alle otto, ’33, con John Barrymore e Jean Harlow), ho scelto di parlare di Scandalo a Filadelfia, sia perché è uno dei miei film preferiti, anche per la presenza di attori per i quali letteralmente stravedo, sia per la sua struttura “mista” tra screwball e sophisticated comedy, simile a tante produzioni dell’epoca, in particolare nella rappresentazione del volubile personaggio femminile, ma che, per alcuni aspetti, ne rappresenta una concreta evoluzione verso future realizzazioni hollywoodiane, nel sentore dei mutamenti nell’ambito sociale e del costume non ancora pienamente e propriamente concretizzatisi.

Philadelphia. L’ereditiera Tracy Lord ( Katharine Hepburn), donna dai modi freddi e altezzosi, due anni dopo aver messo alla porta il marito Dexter (Cary Grant), è ormai prossima alle nozze con il minatore George (John Howard), ora a capo di una società, ma l’ex consorte trama alle spalle: conoscendo bene Tracy e gli scheletri nell’armadio della famiglia, presentandosi alla villa insieme al reporter Connor (James Stewart) e alla fotografa Elizabeth (Ruth Hussey), giornalisti di una rivista scandalistica, assiste sornione a tutta una serie di giri di giostra, in uno dei quali viene coinvolto proprio l’idealista ed integerrimo cronista, il cui intervento, tra una sbornia e un tuffo in piscina, sarà risolutivo per la definitiva “conversione” di Tracy…

Affidandosi all’ottima sceneggiatura di Donald Odgen Stewart, premiata con l’Oscar (un altro è stato assegnato a Stewart) e il cui soggetto è l’omonima commedia teatrale di Philip Barry, Cukor punta, più che alla narrazione propriamente detta, a mettere in scena, teatralizzando, con fare divertito ancor prima che divertente, le eccentricità degli ambienti aristocratici insieme a diverse situazioni e combinazioni sentimentali, trovando il fulcro nelle ottime interpretazioni attoriali (Hepburn e Stewart in particolare) e nei dialoghi brillanti.

Tutto ruota intorno la figura di Tracy, l’incontro- scontro con ognuno dei protagonisti maschili a far da cartina di tornasole nella rivelazione della sua vera natura e dei suoi veri sentimenti, in sentore comunque di reciprocità, oltre che d’interclassismo, almeno sino al rassicurante happy end, il rientro nell’ “ordine costituito”, dopo averci simpaticamente ed ironicamente illuso che qualcosa al riguardo potesse cambiare. Nel ’56 dal citato soggetto venne tratta una commedia musicale, Alta Società, regia di Charles Walters, nel complesso gradevole, anche se ricordata soprattutto per essere stata l’ultima interpretazione di Grace Kelly, nei panni di Tracy, prima di convolare a nozze col principe Ranieri di Monaco.