
Philadelphia, Stati Uniti d’America, 1940. L’ereditiera Tracy Samantha Lord (Katharine Hepburn), donna dai modi scostanti e altezzosi, due anni dopo aver messo alla porta il marito CK Dexter Haven (Cary Grant), è ormai prossima alle nozze con George Kittredge (John Howard), che con la passata attività di minatore ha messo da parte quanto basta per essere ora a capo di una società. L’imminente matrimonio, la cui cerimonia si svolgerà nella sontuosa dimora dei genitori di Tracy, Seth (John Halliday) e Margaret (Mary Nash), non può che attirare la curiosità della stampa scandalistica locale, rappresentata da Sidney Kidd (Henry Daniell), direttore della rivista Spy, il quale incarica lo scrittore Macaulay Mike Connor (James Stewart), reporter suo malgrado, e la fotografa Elizabeth Liz Imbrie (Ruth Hussey), di confezionare un servizio, ovviamente il più piccante possibile.

Per entrare nel santuario della nobiltà potranno contare su un opportuno cavallo di Troia, il redivivo Dexter, corrispondente di Spy dal Sud America, il quale li introdurrà a corte in qualità di amici del fratello di Tracy, Junius, che lavora come diplomatico in Argentina. Anche se la donna ne scoprirà presto le intenzioni, sarà comunque costretta ad accettarne la presenza, visto che l’ex marito la renderà edotta di come Kidd sia a conoscenza di numerosi scheletri nell’armadio riguardanti i suoi familiari (la relazione del padre con una ballerina in particolare) e potrebbe pubblicare più di un articolo al riguardo. Adattamento a opera degli sceneggiatori Donald Odgen Stewart e Waldo Salt (non accreditato) dell’omonima opera teatrale scritta da Philip Barry, portata in scena a Broadway nel 1939, The Philadelphia Story vede alla regia George Cukor, il quale, con la consueta maestria profusa nel valorizzare le interpretazioni attoriali, mette in scena una pregevole combinazione tra screwball e sophisticated comedy.

Il cineasta teatralizza le eccentricità degli ambienti aristocratici, sfruttando con sagacia le diverse situazioni e combinazioni sentimentali che si verranno a creare lungo l’arco narrativo. Al centro della storia, il personaggio di Tracy, ottimamente reso dalla Hepburn, che già lo portò in teatro. In apparenza accostabile, tra eterea volubilità ed esibite stravaganze, ad altre figure femminili presenti in commedie dall’impostazione similare, a ben guardare se ne smarca, almeno a parere di chi scrive, nel dar luogo a una sorta di anteprima dei possibili mutamenti nell’ambito sociale e del costume che andranno a concretizzarsi più avanti negli anni, anche se poi il finale andrà a ristabilire un agognato status quo ante, il rientro nell’ “ordine costituito”, sia dal punto di vista della collettività che da quello dell’allora vigente Codice Hays (la guida morale da seguire nel produrre un film), dopo averci illuso che qualcosa al riguardo potesse cambiare.
Come fa infatti notare Franco La Polla in Sogno e realtà americana nel cinema di Hollywood (Editrice Il Castoro, 2004), “Scandalo a Filadelfia è una girandola di possibili combinazioni sentimentali: il giornalista, l’ex marito, il nuovo fidanzato. Questa ideale promiscuità, che nemmeno un autore audace come Lubitsch osò mettere in scena con tale quoziente, è già un segno di diversità rispetto agli anni Trenta”. I dialoghi brillanti e le situazioni che si vengono mano a mano a creare, evidenziano quanto l’incontro – scontro di Tracy con ognuno dei protagonisti maschili possa rivelarsi congrua cartina di tornasole nella rivelazione della sua vera natura e dei suoi veri sentimenti, in sentore comunque di reciprocità.

Ecco allora il confronto con la figura paterna, le cui considerazioni sul carattere e gli atteggiamenti della figlia coincidono con quelle di Dexter, reso con naturalezza da Grant nel suo fare ammiccante e sornione, dal non avere “un cuore comprensivo verso l’umana debolezza” fino al doversi comportare nei suoi riguardi “come un sacerdote verso una dea vergine”, constatazione, tra l’altro, con la quale l’ex coniuge giustifica l’aver propeso a qualche bicchiere di troppo. E proprio l’alcool, nobilitato in forma di champagne, tra una sbornia e un tuffo in piscina in compagnia del non più irreprensibile Connor (Stewart in gran spolvero, sublime il passaggio dalla granitica indifferenza alla resa sentimentale), sarà risolutivo per la definitiva “conversione” di Tracy, che nel finale andrà ad assumere una forse definitiva considerazione di sé, scendendo dal piedistallo dell’altera perfezione, saggiando i limiti dell’umana caducità.

Dialoghi sferzanti e ironici, esaltati dalla naturalezza profusa dagli interpreti nel far “rimbalzare” le battute tra di loro, una sottile punta di cattiveria nel descrivere gli ambienti altolocati come una cristalliera prossima a incrinarsi se non a frantumarsi definitivamente, ma comunque sempre prossima a una ricomposizione consona al proprio status, rendono The Philadelphia Story una delle migliori commedie americane della Hollywood “del tempo che fu”, pienamente godibile ancora oggi. Ottenne sei candidature agli Oscar, Miglior Regia, George Cukor; Miglior Attrice Protagonista, Katharine Hepburn; Miglior Attrice non Protagonista, Ruth Hussey, Miglior Sceneggiatura non Originale, Donald Odgen Stewart; Miglior Attore Protagonista, James Stewart, conseguendo la statuetta per le ultime due categorie.
Nel 1956 dal citato soggetto venne tratta una commedia musicale, High Society, regia di Charles Walters, nel complesso gradevole, anche se ricordata soprattutto per essere stata l’ultima interpretazione di Grace Kelly, nei panni di Tracy (Dexter era interpretato da Bing Crosby e Connor da Frank Sinatra), prima di convolare a nozze col principe Ranieri di Monaco.
Pubblicato su Diari di Cineclub N.142-Ottobre 2025






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