
Mehdi El Glaoui (Sami Outalbali), giovane laureato in giurisprudenza prossimo al praticantato, è ospite in una lussuosa villa nel sud della Francia. Trascorrerà le vacanze estive con la fidanzata Garance Trousselard (Noée Abita), figlia dei proprietari della magione: Philippe (Laurent Lafitte), altezzoso avvocato che ostenta un tronfio “latinorum” anche nei rapporti familiari, e sua moglie Laurence (Élodie Bouchez), attrice un tempo famosa ma ora in fase calante. Mentre Garance pare intenzionata a calcare le orme materne, Mehdi, le cui umili origini hanno fatto sì che svolgesse vari mestieri per mantenersi agli studi, non sembra voler approfittare dell’influente posizione occupata dal futuro suocero per garantirsi un prestigioso tirocinio.
Caso vuole, però, che il ragazzo si trovi nella condizione di fare da mediatore per dirimere una triste vicenda che vede contrapposti, quali “eserciti l’un contro l’altro armati”, i Trousselard e i custodi della villa, la famiglia Azizi: Tony (Ramzy Bedia), Nadine (Laure Calamy) e la loro figlia Marylou (Mahia Zrouki), coetanea di Garance. Questi ultimi, infatti, dopo il verificarsi di un banale ma increscioso incidente dovuto a uno scarico otturato e ad altri accadimenti conseguenti, decidono di spezzare le catene: non solo si rifiutano di svolgere qualsivoglia incombenza domestica, ma minacciano anche un procedimento nei confronti dei facoltosi datori di lavoro, considerando che erano stati assunti in nero…

Diretto da Antony Cordier, anche autore della sceneggiatura insieme a Jean-Alain Laban, Steven Mitz e Julie Peyr, La festa è finita!, film presentato nella sezione Quinzaine des Réalisateurs del 78° Festival di Cannes, si offre alla visione come una commedia nera dai dialoghi brillanti e dall’ottima costruzione narrativa. Ugualmente conferiscono un congruo apporto le incisive interpretazioni attoriali e la fotografia di Nicolas Gaurin, il quale rende la bella villa sita nella campagna francese ulteriore protagonista, metaforico microcosmo rappresentativo di una realtà al cui interno si staglia la materialità di una ricchezza intesa a connotare con la sua ostentazione tutto ciò che sia acquistabile, persone comprese.
Un’agiatezza che fomenta l’illusione di poter offrire a tutti un identico tenore di vita, in virtù di una rapida acquisizione di quanto al momento non sia nella propria disponibilità. Il tutto anche mercificando valori e ideali, i quali troveranno un opportuno parametro di riferimento nella cornice ambigua di una indistinta omologazione. L’agiata residenza estiva diviene quindi proscenio di una finora sedimentata lotta di classe, che va a prendere forma senza esclusione di colpi, il cui campo di battaglia però non vede né vincitori né vinti, bensì una vittima sacrificale, la cui morte si tinge di note allegoriche.

Si offre infatti rappresentazione all’impossibilità di porre in essere un punto d’incontro tra due modalità di approcciarsi alla vita, egoisticamente simili ma diverse riguardo all’ opportunità di dare adito ai propri desideri: il denaro allora funge da livellatore sociale nell’offrire la potenzialità di un’eguaglianza di fatto, orfana di una concreta umanità; quanti tenteranno di conciliare le diverse istanze saranno destinati a naufragare nel grande mare dell’ambiguo vivere sociale proprio di questi tempi, dove anche le lacrime, vedi l’emblematica sequenza finale, appaiono indistinte tra un sentimento forse autentico e una performante prova di recitazione.
Cordier, almeno a parere di chi scrive, non intende dare propriamente adito a un giudizio morale servendosi chirurgicamente del bisturi della satira, bensì concedere, nell’alternanza di ironia e dramma, opportuna rappresentazione, anche grottesca, a determinate situazioni scaturenti dal conflitto tra persone socialmente diverse, dalla fase di latenza sino alla graduale deflagrazione, avvicendamento ulteriormente sostenuto dal commento sonoro di Clémence Ducreux. Individui che portano avanti le proprie azioni tra diritti negati e altri pretesi, dando vita a dei comportamenti che andranno ad assumere la medesima sostanza portante nel difendere, reciprocamente, la propria posizione.

Gli autori non sembrano quindi voler assecondare alcuna complicità compiacente nei confronti dei protagonisti, cercando poi lo stesso appoggio in noi spettatori nel non empatizzare solidalmente verso l’una o l’altra parte: si intende dare visualizzazione a una situazione estrema, cui è possibile arrivare ove ci si spinga a monetizzare ogni attività umana o comunque a ergersi, in nome di una sicurezza pecuniaria, al di sopra degli altri, esternando una sorta di “complesso di superiorità”. La festa è finita!, concludendo, ritengo sia un film da vedere, testimonianza della tuttora vivida abilità propria di certe produzioni d’oltralpe, espressa nella scrittura ancora prima che nella regia: coniugare tragicità e comicità per offrire spunti di riflessione sull’odierno vivere sociale.






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