Archivi tag: Milos Forman

Un ricordo di Miloš Forman

Miloš Forman (Alchetron)

Ci lascia Miloš Forman, regista cinematografico ceco, naturalizzato statunitense (Forman Ján Tomáš, Čáslav, Boemia, 1932), morto ieri, venerdì 13 aprile.
Una volta diplomatosi, a metà degli anni ’50, alla FAMU di Praga (Facoltà di cinema dell’Accademia delle Muse), Forman, dopo una serie di esperienze come attore, sceneggiatore ed aiuto regista, ed aver preso parte all’opera collettiva volta a girare le immagini per Laterna magika, spettacolo teatrale di mimo, danza, musica e cinema muto, esordì in autonomia sul grande schermo nel 1963, con il mediometraggio Konkurs (Il concorso), realizzando poi nello stesso anno il suo primo lungometraggio, Černý Petr (L’asso di picche), grazie al quale divenne fra i maggiori esponenti della Nová Vlna, la “nuova onda” di rinnovamento che attraversava in quel tempo il cinema cecoslovacco.   Continua a leggere

La guerra dei Roses (The War of the Roses, 1989)

Danny De Vito, attore dalla forte presenza scenica, dotato di una grande ironia ed auto-ironia, ha come punto di forza un’estrema versatilità, alternando con disinvoltura ruoli prettamente comici ad altri più complessi. Dopo aver frequentato l’Accademia di Arti Drammatiche di New York, è interprete di spettacoli teatrali e serie televisive, per poi esordire sul grande schermo nel ’71 (una piccola parte in La mortadella, di Mario Monicelli), mentre tre anni dopo arriva il suo primo vero ruolo, Martini in Qualcuno volò sul nido del cuculo, di Milos Forman.

4725Dopo la serie televisiva Taxi, che gli dà notorietà, la sua carriera sarà in piena ascesa, debuttando come regista nel 1987 con Getta la mamma dal treno, che imbastisce sul plot di Delitto per delitto di Hitchcock, una commedia in cui si si alternano momenti comici, riflessione, cinismo e ricerca di efficaci inquadrature:caratteristiche che ritroviamo, ampliate, nel secondo film da lui diretto, La guerra dei Roses.
L’avvocato Gavin (De Vito) narra ad un suo cliente in procinto di divorziare la storia dei coniugi Roses, Barbara (Kathleen Turner) e Oliver (Michael Douglas), il primo romantico incontro, il matrimonio, la nascita di due figli, la carriera di Oliver come brillante avvocato, con Barbara che, dopo aver contribuito a sbarcare il lunario lavorando come cameriera, si è dedicata al restauro della casa dei suoi sogni, ma si sente insoddisfatta e decide di avviare un’impresa di catering, nell’indifferenza del marito.

Dopo un presunto infarto di Oliver, la donna si rende conto che l’eventualità di restare vedova non le dispiace affatto ed avvia così la causa di divorzio, ma ambedue vogliono il possesso della casa:separati sotto lo stesso tetto, con tanto di piantina a colori per ripartire le rispettive zone di appartenenza, mentre i figli sono in partenza per l’università, iniziano una vera e propria guerra senza esclusione di colpi, con dispetti reciproci sempre più pesanti, dal taglio dei tacchi delle scarpe o dall’involontaria uccisione del gatto di Barbara da parte di Oliver, alla distruzione da parte di Barbara dell’auto del marito, o fargli credere di aver trasformato l’amato cane in patè…
Con la casa semidistrutta e trasformata in un fortino, si arriva, in un crescendo parossistico, al tragico epilogo, con i coniugi che si negheranno anche un ultimo gesto di affetto.

Black comedy cinica e amara, con virtuosismi di regia mai fini a se stessi, liberamente tratta dal romanzo di Warren Adler, sceneggiata da Michael Leeson, con interpreti strepitosi, deflagra come una bomba nell’America di fine anni ottanta, mandando in frantumi la raffigurazione edulcorata della classica famiglia americana.
Più che un film contro il matrimonio è una critica senza sconti al sogno americano, alla rincorsa frenetica del successo, al culto del possesso, con una certa attenzione al personaggio femminile, vittima delle contraddizioni suscitate dall’aspirazione di una vita comoda e agiata (la ricerca della casa perfetta, la sua cura maniacale) e dalle frustrazioni che spesso ne derivano.

Il Festival del Film di Roma

hhyuk7ui5894Partirà il 15 ottobre, madrina Margherita Buy, e si concluderà il 23 con il premio a Meryl Streep, il Festival del Film di Roma, che quest’anno sembra finalmente affrancarsi dalla kermesse veneziana di qualche mese precedente per affrontare un discorso cinematografico in certo qual modo originale ed indipendente, grazie anche all’effettivo sigillo impresso dall’attuale presidente, Gian Luigi Rondi, che l’anno scorso venne chiamato in corso d’opera e non riuscì che a cambiare poche cose, nonché ad alcuni felici intuizioni del direttore, Piera Detassis.

Infatti il primo ha voluto che venisse dato più spazio al mercato e più attenzione al cinema italiano del passato, con una retrospettiva su Luigi Zampa, un regista ancora in attesa di una rivalutazione definitiva, una mostra su Sergio Leone e gli omaggi ai recentemente scomparsi Luciano Emmer e Tullio Kezich, mentre la seconda che si puntasse su “una riscoperta, anche da parte di registi uomini, del ruolo e dell’importanza di grandi figure femminili”.

Il tutto sulla base, secondo quanto è stato dichiarato alla presentazione dell’evento, di una sorta di procedimento osmotico che vedrà una confluenza tra i vari generi, ma anche tra le forme del cinema, unendo il prodotto alto e basso, il film d’autore e i “capolavori”, opere note e meno note. E così non mancheranno grandi nomi, alcuni in concorso, come il film d’apertura Triage di Danis Tanovic, con Colin Farrell; Vision di Margarethe Von Trotta o Up in the air, di Jason Reitman, con George Clooney, altri fuori gara( A serious man dei fratelli Coen, Julie & Julia di Nora Ephron); tra i nostri registi in concorso, Alessandro Angelini con Alza la testa, protagonista Sergio Castellitto; Viola di mare di Donatella Maiorca, che affronta il tema dell’omosessualità femminile; fuori gara il debutto nella regia di Stefania Sandrelli con Christine e Oggi sposi di Luca Lucini.

In totale i film italiani saranno 19(5 nella selezione ufficiale: 3 in gara e 2 fuori), più altri previsti nella sezione L’altro Cinema, come il documentario di Ermanno Olmi Rupi del vino.
Comunque, aldilà delle varie sezioni in cui è suddiviso il Festival e dei film in esse presenti, il vero clou sarà dato come sempre dagli incontri con il pubblico ed in particolare dalla possibilità offertagli di esprimere la propria preferenza subito dopo aver visto ogni singolo film: in tal modo vi sarà il premio da questi espresso, in fondo vero fruitore e responsabile del successo o meno di un film, accanto a quello “formale” espresso dalla Giuria, presiediuta da Milos Forman e che vede tra i suoi membri anche Gabriele Muccino.