Un ricordo di Miloš Forman

Miloš Forman (Alchetron)

Ci lascia Miloš Forman, regista cinematografico ceco, naturalizzato statunitense (Forman Ján Tomáš, Čáslav, Boemia, 1932), morto ieri, venerdì 13 aprile.
Una volta diplomatosi, a metà degli anni ’50, alla FAMU di Praga (Facoltà di cinema dell’Accademia delle Muse), Forman, dopo una serie di esperienze come attore, sceneggiatore ed aiuto regista, ed aver preso parte all’opera collettiva volta a girare le immagini per Laterna magika, spettacolo teatrale di mimo, danza, musica e cinema muto, esordì in autonomia sul grande schermo nel 1963, con il mediometraggio Konkurs (Il concorso), realizzando poi nello stesso anno il suo primo lungometraggio, Černý Petr (L’asso di picche), grazie al quale divenne fra i maggiori esponenti della Nová Vlna, la “nuova onda” di rinnovamento che attraversava in quel tempo il cinema cecoslovacco.  

(IMDb)

Con le opere successive, Lásky jedné plavovlásky (Gli amori di una bionda, 1965) e Hoří, má panenko! (Al fuoco, pompieri!, 1967), Forman iniziò a perfezionare il suo stile, puntando rispettivamente su ironia e satira, assecondando sentimentalismo e senso del grottesco. Nel 1968, con l’ombra della repressione pronta ad abbattersi sulla Primavera di Praga, il regista emigrò negli Stati Uniti, dove il suo tagliente e caustico umorismo, appena velato da un certo disincanto, si riversò sulla focalizzazione delle contraddizioni e luoghi comuni propri della “buona borghesia” americana, girando quindi nel 1971 Taking Off, che gli valse il Grand Prix Speciale della Giuria al 24mo Festival di Cannes. L’affermazione definitiva all’interno del cinema statunitense avvenne però quattro anni dopo, con One Flew Over the Cuckoo’s Nest (Qualcuno volò sul nido del cuculo), che gli permise di essere considerato a pieno titolo fra i componenti maggiori del  movimento rinnovatore noto come New Hollywood, in virtù del quale si delineava “l’altra faccia dell’America”, rielaborando il linguaggio proprio della controcultura e la mitologia che ne derivava: scomparivamo ottimismo, perfezione, eroismo, sostituiti da dubbio, voglia di fuga, disadattamento e, con il procedere degli anni Settanta, angoscia, paura, sconfitta, stati d’animo tutti sottolineati cinematograficamente da un’evidente revisione dei generi.

Tratto da un dramma teatrale, a sua volta derivato dal romanzo omonimo di Ken Kesey (1962, in Italia fu edito nel 1976 da Rizzoli), il film, interpretato magistralmente da Jack Nicholson, cui andò l’Oscar quale Miglior Attore Protagonista (da aggiungere ad altre quattro statuette, Miglior Film, Miglior Regia, Miglior Attrice Protagonista, Louise Fletcher, Miglior Sceneggiatura non Originale, Lawrence Hauben e Bo Goldman), ambientato all’interno di un ospedale psichiatrico, microcosmo rappresentativo di una varia umanità e delle sue problematiche all’interno del sistema, può anche intendersi, oltre che come aspra denuncia della disumanità presente nell’ambito di alcune strutture mediche, pur perfette e non mancanti di alcun genere di confort o assistenza, quale rappresentazione metaforica di una strenua lotta fra esigenze individuali ed un Potere che fa della contraddizione resa dall’ impossibilità a giudicare se stesso opportuno alimento per continuare ad esistere ed affermare la propria supremazia.

Elementi di denuncia sociale presenti anche nel successivo Hair, 1979, efficace ed incisiva trasposizione del noto musical di Broadway (Hair: The American Tribal Love-Rock Musical), i cui testi furono scritti da James Rado e Gerome Ragni, mentre le musiche portavano la firma di  Galt MacDermot; del 1981 è Ragtime, tratto dall’omonimo romanzo di E.L. Doctorow, protagonista James Cagney, cavalcata nella storia americana dal 1906 al 1910, in cui risalta la capacità del regista di coniugare sagacemente autorialità e senso dello spettacolo, sempre assecondando ironia ed un andamento narrativo piuttosto frizzante, come evidenziato, con maggiore enfasi, da Amadeus, 1984, ispirato all’omonima opera teatrale di Peter Shaffer nel mettere in scena la storia, romanzata, del geniale musicista Mozart (Tom Hulce), che si pone in parallelo con quella del suo antagonista e segreto ammiratore, il torvo Antonio Salieri (F. Murray Abraham), autoproclamatosi “il re dei mediocri”,  il quale, operando diabolicamente per sconfessarne l’operato, non si capacita di “come Dio abbia scelto un fanciullo osceno quale suo strumento”.

Il film conseguì otto Oscar (Miglior film, Migliore regia, Miglior attore protagonista, F. Murray Abraham,  Migliore sceneggiatura non originale, Peter Shaffer, Migliori costumi , Theodore Pistek,  Migliore scenografia, Patrizia Von Brandenstein e Karel Cerný, Miglior trucco, Paul LeBlanc e Dick Smith, Miglior sonoro, Mark Berger, Thomas Scott, Todd Boekelheide e Christopher Newman). Meno riuscito il seguente Valmont, basato sul romanzo di Pierre-Ambroise-François Choderlos de Laclos Les liaisons dangereuses (1782), mentre lo spirito caustico ed irriverente del regista ritroverà l’originaria ispirazione in Larry Flynt – Oltre lo scandalo (The People vs. Larry Flynt), 1996, Orso d’Oro al 47mo Festival di Berlino, incentrato sulla dissipata esistenza dell’eccentrico editore della rivista erotica Hustler, che negli anni ’70 scandalizzò non poco la conformista società americana, fra “vizi privati e pubbliche virtù”, così come degno di nota appare Man on the Moon, 1999, felice e scanzonata biografia del comico televisivo americano Andy Kaufman, ottimamente interpretato da Jim Carrey; fra gli ultimi titoli di Forman, prima che il progressivo avanzamento di una malattia oculare lo allontanasse dal lavoro, L’ultimo inquisitore (Goya’s Ghosts, 2006), dedicato alla figura di Francisco Goya.

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