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Al via da domani il 71mo Locarno Festival

“Vorrei collocare questa edizione all’insegna dell’umanesimo”: sono le parole del direttore artistico Carlo Chatrian a connotare il 71mo Locarno Festival (111 agosto), accogliendo la celebrazione dei settant’anni della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, organizzata in collaborazione con le Nazioni Unite. Il cinema, la sala cinematografica, spiega Chatrian, è il luogo dove la dimensione collettiva è imprescindibile, in cui il volto dell’uomo ci guarda, perché il grande schermo non può essere eluso come invece accade per quello sguardo fatto cadere “sul piccolo monitor che non ci abbandona mai”, coprendoci il viso. Preapertura questa sera, martedì 31 luglio, in Piazza Grande, con la proiezione di Grease, anche se già ieri sera, lunedì 30, alle 20.30 al GranRex Auditorium Leopard Club,  vi è stata la presentazione al  pubblico  di un altro film,  in Prima mondiale: Mario Botta. Oltre lo spazio, documentario dedicato all’architetto ticinese, prodotto e realizzato da Loretta Dalpozzo e Michèle Volontè.  L’apertura vera e propria, sempre in  Piazza Grande, avrà luogo domani sera, con Liberty, cortometraggio del 1929  interpretato da Stan Laurel ed Oliver Hardy, per la regia di Leo McCarey, regista cinematografico statunitense (1898-1969) cui Locarno dedica la Retrospettiva. Continua a leggere

Bologna “Sotto le stelle del cinema”

Dallo scorso lunedì, 19 giugno, con la proiezione de I figli del deserto (Son of the Desert, 1933, William A. Seiter), interpretato dalla coppia Stan Laurel e Oliver Hardy, Bologna brilla Sotto le stelle del cinema, riprendendo il titolo della manifestazione proposta dalla Cineteca di Bologna nell’ambito di Best – La cultura si fa spazio e che, come ogni anno, raccoglie tutte le sere migliaia di persone in Piazza  Maggiore, davanti ai grandi classici della Settima Arte o alle proposte maggiormente particolari e interessanti della produzione recente, cercando, come ha spiegato Gian Luca Farinelli, direttore della Cineteca, “di tenere assieme le tante anime del cinema, nella loro diversità. Incontreremo il regista più estremo e radicale del nostro tempo, Béla Tarr, ma poi scopriremo e riscopriremo i grandi film della storia del cinema, dalla Corazzata Potemkin all’Armata Brancaleone. Nel programma di Sotto le stelle del cinema troviamo tutti i sapori, tutte le gioie di due secoli attraversati dalle immagini in movimento”. Un cartellone certo unico, che andrà a protrarsi fino al giorno di Ferragosto, quando sarà proiettato Sedotta e abbandonata, diretto da Pietro Germi nel 1964, autore cui verrà dedicata una  rassegna monografica, così come ad Akira Kurosawa ed Ugo Tognazzi. Continua a leggere

Inside Out

inside-out-posterPresentato, fuori concorso, al 68mo Festival di Cannes, Inside Out, film d’animazione simbolo di una ritrovata creatività della Disney Pixar, può essere definito tranquillamente, senza alcun timore di esagerare, un’opera straordinaria e non tanto per la godibile ed armonica messa in scena, perfetta sotto ogni aspetto tecnico, o per l’originalità narrativa, visto che l’idea di una centrale di controllo delle emozioni all’interno della nostra testa si può far risalire alla stessa Disney, il cartoon di propaganda bellica Reason and Emotion (1943, Bill Roberts), senza dimenticare Woody Allen* e la serie televisiva della Fox, Herman’s Head (71 episodi per tre stagioni dal ’91 al ’94).
La straordinarietà del film infatti, ad avviso di chi scrive, va ravvisata soprattutto nella tangibile sensibilità manifestata da sceneggiatori (Pete Docter, Meg LeFauve, Josh Cooley) e registi (ancora Docter, coadiuvato da Ronnie Del Carmen) nel proporre una metafora delicata, profonda e divertente, relativa a determinate fasi di passaggio nella vita di ciascun individuo (Gli esami non finiscono mai, citando Eduardo De Filippo), quando le emozioni primarie si trovano a dover fare i conti con i ricordi e, a volte, gli inevitabili rimpianti che ci legano alle esperienze passate. Continua a leggere

Ricordando Harold Ramis: Animal House (National Lampoon’s Animal House, 1978)

Harold Ramis (vanityfair.com)

Harold Ramis (vanityfair.com)

E’ morto ieri, lunedì 24 febbraio, a Chicago (città dove era nato nel 1944) Harold Ramis, nome legato, tanto in qualità di attore quanto di regista e sceneggiatore, al mondo della commedia americana, alla quale in tali ultime vesti ha conferito nel corso degli anni diverse connotazioni.
Si parte dalla comicità anarcoide ed irriverente della sua prima sceneggiatura (scritta insieme a Douglas Kenney e Chris Miller), National Lampoon’s Animal House, 1978, film diretto da John Landis ispirato, come si evince dal titolo, alla rivista National Lampoon, che negli anni ‘70 traeva linfa vitale dal mondo del pop e della contro-cultura (dalla quale era già stato derivato nel ’73 uno spettacolo teatrale, al cui interno il nostro iniziò a farsi le ossa, insieme a Chavy Chase, Dan Aykroyd, Bill Murray, John Belushi) per giungere a quella più “composta”, felicemente alternata a toni surreali e poetici, propria di Ricomincio da capo (Groundhog Day, scritto e diretto da Ramis nel 1993), oggetto nel 2004 di un remake italiano, È già ieri, per la regia di Giulio Manfredonia ed interpretato da Antonio Albanese. Continua a leggere

Lo Hobbit. Un viaggio inaspettato (3D)

lo-hobbit-un-viaggio-inaspettato-3d-L-ZunMvcInutile menare il can per l’aia, Lo Hobbit. Un viaggio inaspettato, in attesa degli altri due capitoli (La desolazione di Smaug, 2013; Andata e ritorno, 2014), è di gran lunga inferiore a quanto già espresso dal regista Peter Jackson con la pluripremiata trilogia de Il signore degli anelli (La compagnia dell’anello, 2001; Le due torri, 2002 e Il ritorno del re, 2003) e non rivolgo questa constatazione critica al consistente prodigio tecnico messo in campo, ma, essenzialmente, alla mancanza di una vera e propria emozione, quella che avvolge cuore e mente di magia, capace di prenderti per mano e condurti verso fantasiose, fiabesche, suggestioni.

Ian McKellen

Ian McKellen

Appare, tra l’altro, di scarsa portata quel respiro epico che inizia ad insinuarsi nel libro con cui J.R.R. Tolkien (Lo Hobbit o la riconquista del tesoro, The Hobbit or There and Back Again,‘37) pone le basi dei racconti successivi, qui paragonabile ad un’affannosa rincorsa volta a compensare la maggiore concentrazione verso una scintillante purezza visiva, in eguale misura ammirevole e fastidiosa. Infatti, a parte un 3d francamente inutile, la scelta di riprendere le immagini a 48 fotogrammi al secondo, in luogo dei canonici 24, ha contribuito a creare uno strano effetto stucchevole, caramelloso, e la storia si dipana, anche visivamente, in maniera meccanica, con scene d’azione estremamente velocizzate e spesso stancanti, anche se, ne convengo, può essere solo una questione d’abitudine.

Martin Freeman

Martin Freeman

Jackson, già in fase di sceneggiatura, insieme a Fran Walsh, Philippa Boyens e Guillermo Del Toro, prende la via della diluizione cinematografica nel narrare quanto accaduto sessant’anni prima de Il signore degli anelli, disseminando indizi per gli altri due film, e si perde man mano nei rivoli d’una ricostruzione forse minuziosa, ma sin troppo frammentaria e squilibrata.La prima parte (bello il prologo, fiabesco e in veste di continuità-collegamento con le opere precedenti), appare lenta, pedante, didascalica e inutilmente umoristica, con l’ingresso di tredici nani nella dimora di Bilbo Baggins (Martin Freeman), hobbit amante della lettura e della quiete domestica, guidati dal loro principe, Thorin Scudodiquercia (Richard Armitage) e affiancati dal mago Gandalf il grigio (Ian McKellen).
L’allegra brigata intende riconquistare il regno perduto di Erebor, attaccato e conquistato dal drago Smaug, custode dell’immane tesoro, e Bilbo potrà essere, a detta di Gandalf, l’opportuno “scassinatore”, considerando che il guardiano non può avvertirne l’odore.

Richard Armitage

Richard Armitage

Sembra d’assistere ad una vecchia comica di Stan Laurel e Oliver Hardy: Bilbo piagnucola come il primo e i tredici s’impongono corporalmente sulla scena a guisa del secondo, con in sovrappiù gag d’avanzo ed amene canzoncine.
Riprendendo quanto già scritto, l’epicità è presente a tratti, per esempio nel racconto della distruzione del regno di Erebor o nell’apparizione degli Orchi Pallidi che hanno il loro capo in Azog (Manu Bennet), a cavallo di giganteschi lupi (warg), mentre a prevalere sono toni compiaciuti e manieristici (la comparsa dei Troll, la lunga, statica, scena presso Rivendell, l’avamposto degli Elfi) o propensi al cartone animato (ai tredici nani canterini aggiungerei Radagast il bruno, mago bislacco).

Andy Serkis

Andy Serkis

Latitano anche le caratterizzazioni dei personaggi, fatta eccezione per Thorin, efficacemente shakespeariano nella sua sete di vendetta e senso d’inadeguatezza nel prendere il comando, e Bilbo, la cui evoluzione da pavido ad intrepido nell’affrontare la vita è ben resa da Freeman, piacevolmente british come impatto complessivo. Al riguardo è da evidenziare quella che a mio avviso è la scena più bella, il confronto tra lo hobbit e Gollum (Andy Serkis in motion capture, un vero mostro di bravura, perdonatemi la facile battuta), quando il primo verrà casualmente in possesso dell’anello, nel buio della grotta dei Goblin: qui abilità registica, bei dialoghi e valide interpretazioni attoriali possono finalmente stringersi la mano.

Peter Jackson

Peter Jackson

In conclusione, l’impressione è che Jackson, avendo le possibilità di allestire una potente macchina da guerra, con le spalle ben coperte dagli adeguati mezzi a disposizione (nel senso finanziario, dando per scontato l’apporto artistico – autoriale), si sia prodigato per lo più a mettere le carte in tavola, predisponendo una lunga premessa per le prossime puntate. Forse, una volta vista l’opera nel suo complesso potrò esprimere un giudizio definitivo, al momento mi limito ad esternare la mia delusione e un certo rammarico per un viaggio inaspettato, come da titolo, lungo le strade della noia e dello stupore artificioso.